Un Uomo buono

SWAZ

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LADDOVE DIO PIANGE

La foresta di Messvelene è una fitta macchia verde scura, che dal confine settentrionale del Swaziland s’inoltra, per circa 100 chilometri, all’interno del Mozambico.
A parlarmene per primo è stato il partenopeo padre Angelo Ciccone, un sacerdote missionario dell’ordine dei servi di Maria, che opera nel Swaziland dal 1956, nella Missione di San Giuseppe.
Massvelene (Xaxai in lingua swazi) è la gelosa custode di una comunità di lebbrosi fondata da poco più di un decennio e sempre tenuta nascosta.
Padre Angelo, dopo averne avuto notizie, ha voluto visitarla e attualmente sta sviluppando un progetto a favore dei malati di Massvelene, coinvolgendo il Community Care Center (Centro comunitario di assistenza), i responsabili dei programmi Orphan Aids, Aids Team e Parish Nurses, e il vescovo dell’unica diocesi del Swaziland, quella di Manzini, monsignor  John Ndlovu.

“A giugno del 2004 – ha detto padre Angelo – sono state gettate le basi per un progetto indirizzato a questa comunità che vive soffrendo nella foresta della solitudine. Uomini emarginati e tanti bambini e ragazze che piangono sotto le stelle. Questo è il fior fiore della gente che Dio ama di più: gli ultimi. Io sono un uomo fortunato, dato che vivo con loro e per loro. Mi fa piacere, quindi, condividere con voi le mie esperienze e le mie visite alla foresta di Massvelene”.

Il primo viaggio nella foresta della solitudine padre Angelo lo ha compiuto a giugno del 2002. Dalla missione di San Giuseppe di Manzini fino alla foresta il viaggio è lungo e noioso, ma “pieno di sogni” come ama dire il sacerdote. L’unica tappa è stata quella al convento delle suore che si trova ai margini di Massvelene.

Non ho dormito sul letto perché era pieno di spuntoni di ferro, ma ho gettato una coperta per terra e ho chiuso gli occhi sul pavimento, ruvido e sporco. Al mattino ero comunque fresco come una rosa di maggio e pronto per riprendere il cammino ed inoltrarmi all’interno della foresta”.

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La comunità lo aspettava con impazienza. La speranza di un domani migliore li rendeva ottimisti e la riponevano verso questo piccolo uomo di ottanta anni.

“I lebbrosi mi accolsero con grida, fischi e salti da caprioli gioiosi e buffi”.

I convenevoli in questa parte del Mondo sono lunghi, e solo dopo qualche ora l’ombra di un albero di baobab accolse la comunità riunita ad analizzare ed approfondire i programmi del progetto che animava la mente di padre Angelo. Con lui c’era l’incaricato che avrebbe insegnato ai malati tutto il necessario per diventare buoni agricoltori; l’insegnante d’asilo per i piccoli lebbrosi, l’infermiera e la catechista.

“Ho detto loro anche che l’ambasciata italiana avrebbe offerto un aratro e un trattore, e ho riferito di essere sicuro che altri aiuti li avrebbero ricevuti dagli italiani con cui sono in stretto contatto epistolare”.

I lebbrosi non hanno applaudito perché le loro mani hanno perso il tatto e non comunicano gioia, ma più volte padre Angelo li ha sentiti dire Ngiyabonga che significa grazie. Questa è la parola più bella che esiste in lingua bantù. Ha tanti significati come “grazie perché ti appartengo”, o “grazie perché ti sei ricordato di me”, o ancora “grazie perché condividi con me la tua fede e tutto quello che hai”, “grazie perché mi ami eppure non mi conosci”, “grazie perché ci proteggi come l’ombra di questi alberi”. Ma Ngiyabonga significa anche “possa tu vivere senza lebbra…senza le mie sofferenze…vivi ma ricordati di me”.
Il capo della comunità, un uomo molto alto che sembrava più sofferente degli altri, cieco, oltre che lebbroso, pronunciò un discorso di ringraziamento che sembrava una preghiera, e alla fine intonò un canto molto lento, melodico, struggente: un blues la cui armonia era un soffio fra le foglie.

“Dopo mangiammo. Avevo portato con me 150 pagnotte di pane che liquidammo per colazione, ma non ci fu pranzo, perché impegnati nella discussione. Nel frattempo Masticavamo caucciù. Mangiammo la sera. Avevo portato 50 chili di pasta di ogni genere, che una donna molto vivace che si chiamava Nyanhekile (che vuol dire la schifosa) si offrì di preparare. Anzi disse: ‘cucino io gli speghetta’, proprio così, con la a”.

I giovani si diedero da fare per tenere il fuoco acceso, anche se non avevano le pentole dove far bollire l’acqua. Usarono quindi tre bacinelle che servivano a lavare i piedi e… altre parti del corpo. Il fumo si alzava sempre più denso fra gli alberi. Man mano che l’acqua si riscaldava, compariva una strana schiuma che faceva da crosta alle bacinelle.

“Schifosa non dimenticarti il sale – disse padre Angelo. E lei: “Non ce lo metto proprio il sale, Fundisi (missionario)”.
Non usava il sale per gli spaghetta, come era possibile?

Io la pasta la faccio con lo zucchero – continuò.

Ma che fetente sei, – sbottò da vero napoletano il sacerdote – trattare gli spaghetti in questo modo…Chi te lo ha insegnato?”

La schifosa, per nulla intimorita dalle proteste del sacerdote, disse che aveva lavorato in alcuni ristoranti inglesi. Ma non come cuoca, aveva lavato i bagni e pulito le pentole con gli avanzi di maccheroni e zucchero, e lei quello aveva mangiato.
Con grande sorpresa, però, tutti mangiarono avidamente quel pappone di spaghetti dolci, come se stessero mangiando un pranzo da reali inglesi. Solo padre Angelo li assaggiò appena, “Non so se Gesù li avrebbe mangiati”.
Alla fine della cena ci furono canti e balli; mentre le scimmie cercavano un riparo da quella confusione.
Era buio e tutti smisero di cantare, adesso toccava alla foresta parlare e questo incuteva rispetto e timore tanto da far ritirare i lebbrosi nelle loro capanne.

I miei amici si dileguarono salutandomi con i loro moncherini e anch’io mi ritirai cantando ‘O sole mio”.

Il sacerdote era felice. “Lavorando con i più poveri, con gli ammalati, con i sofferenti, si costruisce un Mondo migliore” Vallo a far capire a chi oggi lo comanda il Mondo!
Ad agosto Angelo Ciccone decise che era tempo di tornare a far visita a Massvelene.

La visita di agosto era quella che temevo di più. L’inverno è pieno. Non c’è tanto freddo, questo è vero, ma le piogge sono abbondanti, e di conseguenza le strade sono quasi impraticabili. Quindi sono stato costretto a prendere un’autista, che mi doveva accompagnare là dove urge la mia presenza”.

Il guidatore era un uomo molto in gamba, di nome Soto, ma Angelo continuava a chiamare Soda Water, perché era effervescente come la bevanda. Soda Water ha una bella moglie e una marea di figli sparsi qui e là per la foresta avuti da madri differenti. Uno di questi bambini è stato eletto come re della bellezza, e Soda Water ne andava fiero.
Al confine con il Mozambico, Soto scaricò padre Angelo e se ne tornò a casa. Il suo posto venne preso da Macwacwa, un’autista mozambicano che era sempre di grande aiuto per il sacerdote in quanto era lui che gestiva la comunità dei lebbrosi, li aiutava durante l’assenza di padre Angelo, li curava con gentilezza. Soda Water non aveva, ne ha, il coraggio di infilarsi a Massvelene.
La prima tappa del lungo viaggio è stata Maderere, un villaggio famoso per il suo mercato esteso e vario. Lì finisce la strada asfaltata ed inizia quella fangosa. Al mercato si vende di tutto, dalle mucche, alle bare costruite secondo il peso del morto; dalle capre, alle pecore sporche e allampanate. Asini dalle orecchie particolarmente lunghe che costano appena 2 euro e mezzo; cani piene di piaghe e con la bava alla bocca per la fame lacerante. Galline handicappate con una zampa sola, pesci arrostiti ed ingrassati dalle mosche. Zucche e patate riscaldate avvolte nelle pagine di vecchi giornali o nella carta igienica…speriamo ben pulita. Sandali fatti con i copertoni delle ruote, foglie speciali per pulirsi i denti, pezzi di vetro lavorati per tagliarsi le unghie o radersi. Migliaia di medicine, per lo più scadute, e la bare, come dicevamo prima, tante, tantissime, accatastate sotto un albero di caucciù alto 25 metri con una circonferenza di oltre nove.
Proprio mentre transitavano lentamente nella strada del mercato, una scimmia ingobiane, si poggiò sul cofano dell’ auto e sputò in faccia all’autista. Il parabrezza lo salvò, ma lui fermò l’auto e rincorse l’animale.

Credevo di conoscere tutte le parolacce in bantù, ma Macwacwa era diventato un fiume in piena. Ne imparai delle altre. La scimmia era una vera fetentona, ma era sempre una figlia di Dio e una nostra sorella. Lo dissi a Macwacwa che mi guardò sorpreso. Lui era un pagano con quattro mogli e mi guardò come si guarda ad uno scemo. Avrà pensato: come è possibile avere per fratelli o sorelle serpenti, topi, scimmie? A quale chiesa appartiene questo cretino?”

Vedi caro amico – gli disse il sacerdote – tu non sei stato battezzato e allora non hai il dono della fede e certe cose non puoi comprenderle. E’ tanto tempo che ti chiedo di battezzarti ma tu mi rispondi che il cristiano deve convivere con una moglie solamente”.

“Cosa devo fare padre Angelo – rispose l’autista – se io le amo tutte e quattro e quando torno a casa mi fanno festa e chiamano tutti i miei figli che mi salutano e si mettono in ginocchio ad ascoltarmi?”

Quanti sono adesso?”

Per ora sono dodici, ma se tutto va bene per il prossimo anno ne dovrebbero nascere altri quattro, perché io le accontento tutte le mie mogli, le servo tutte e quattro regolarmente. Mi sacrifico per loro. Vedi Fundisi, io le amo. Cosa devo fare per diventare cristiano? Forse ammazzarle?”

E se loro ti lasciassero?”

Non mi darei pace finchè questo pugnale – e gli mostrò un coltellaccio ben limato – non squarciasse il loro cuore”.

Ma sei proprio cattivo – gli disse Angelo.

No, io sono buono, ma devo difendere i miei figli e le mie mogli. Qui tutti portiamo almeno due coltelli. Tu non ne hai? »

Padre Angelo gli mostrò un crocefisso lungo 10 centimetri in ferro battuto: “Questo è il mio coltello”.

A Massvelene, come sempre, stavano aspettando Padre Angelo. L’accoglienza fu festosa ed allegra. I lebbrosi avevano già preparato alcuni sedili sotto il solito albero di baobab. Il capo cominciò a cantare appena vide il sacerdote e gli porse la sua mano rosicata dalla lebbra per stringere quella del Sacerdote. Angelo la strinse con forza.

“Appena mi misi seduto sotto l’albero mi sentii riposato e fresco. Credevo di essere un re sul trono e loro, quei poveri individui, i miei sudditi che amavo con tutto me stesso. Chiesi al loro capo notizie su come era andato il villaggio nei giorni della mia assenza. Venni a sapere che tre ragazzini erano morti, due per la malattia e la terza morsicata da una serpe; mentre due anziani erano annegati nel vicino fiume”.
Tutti si alzarono in piedi e pregarono, con gli occhi pieni di lacrime. Sbattevano la testa per terra o su un albero o su una pietra per convincere che il dolore era sincero.
Dalle lacrime si passò al sorriso, soprattutto quando il sacerdote raccontò il matrimonio di sua nipote che volle sposarsi alla missione di San Giuseppe.
Poi cominciò la discussione. Angelo aveva fatto delle richieste ben precise all’ambasciata italiana. Le promesse ricevute sembravano sincere e le speranze quasi certe. Il progetto poteva partire sicuramente.
Nel corso della giornata furono presentati ad Angelo altri lebbrosi che appena seppero che il sacerdote stava interessandosi a loro, si misero in cammino per unirsi alla comunità di Massvelene. Qualcuno di questi voleva essere addirittura guarito da Angelo che è buono e può tante cose, ma non è certo Gesù Cristo!
Dopo quattro ore di discussione furono distribuite 250 pagnotte che aveva portato il sacerdote dalla missione. Erano presenti, fra donne, uomini e bambini, circa 230 malati.
In serata arrivarono altri quattro lebbrosi che avevano viaggiato per due giorni per raggiungere Massvelene. Questi erano veramente conciati male. Due donne avevano la lebbra sulle bocca, dentro il naso, nelle orecchie e tutto il volto era tumefatto di bollicine di sangue marcio.

Chissà quanto soffri – chiese Angelo ad una di esse.

“Tanto, tantissimo – disse la donna – ma mio marito sta peggio di me e ho quattro figli tutti contaminati dalla lebbra”.

Hai mai preso le pillole?”

Il Governo ci dice che ormai le pillole sono terminate da tempo”.

Angelo assicurò di aiutarle. Promise di sentire un medico che doveva stabilire il grado della malattia e di conseguenza consegnare un cura adatta. Quelle derelitte urlarono di gioia e si misero a cantare. Era un canto felice.
Angelo fece loro delle foto per mostrarle al medico.

Ricordiamoci – amava dire Angelo – che quando ci sentiamo soli sotto il peso della sofferenza facciamoci coraggio nel pensare che c’è qualcuno nel mondo che soffre più di noi. Amiamolo e vogliamogli bene”.

Passarono circa due mesi dal successivo viaggio a Massvelene. Era il 24 ottobre, partì di buon’ora. Settecentocinquanta chilometri da percorrere con una macchina che sembrava un moscone arrugginito, “ma non ha mai tradito alcun missionario, anche se viaggiando con quell’auto ho spesso avuto la sensazione di vivere l’ultimo istante della mia vita. Invece no. In Africa si arriva sempre, basta avere pazienza e non perdersi di coraggio”.

Il moscone riusciva a compiere i 750 km in 13 ore che erano tante, soprattutto per chi è malato come Angelo.
Troppo buio per arrivare a Massvelene, bisognava fermarsi prima. Fundisi si fermò a casa di Macwacwa che distava 110 km dal villaggio dei lebbrosi.

“Dopo essermi rinfrescato, si fa per dire, con l’acqua che mi portarono e che in realtà era calda e marrone come la birra, fui accompagnato in una larga, alta e rotonda capanna dove mi servirono una cena a base di pesce arrostito. Faceva un caldo da camera mortuaria con il puzzo emanato dalle candele accese”.

La capanna aveva una finestra talmente stretta da non farci entrare un piccione, e il letto – la stuoia – era duro come il cemento.

Padre Angelo non dormì: cani, gatti, galline, api e topi continuarono ad entrare nella capanna, spinti dall’odore del pesce appena consumato.

Assistetti alla danza delle…ore, cioè dei topi, dei gatti, delle galline. Si scatenò un putiferio. La candela che accompagnava la mia notte si spense. Rimasi al buio. Feci appena in tempo a prendere la bottiglia di veleno e spruzzarlo a quegli scostumati animali”.

Non fu un’idea geniale. Gli animali sparirono, ma la capanna era piena di veleno, tanto che Angelo dovette lasciarla. Si riparò in macchina, e sotto la Croce del Sud prese sonno.
Intanto, laddove Dio piange aspettavano con impazienza il fundisi.
Angelo ripartì al mattino. Il sole della primavera sudafricana già riscaldava l’aria. Doveva sbrigarsi. Non poteva stare che appena quattro ore con i suoi malati. Sarebbe dovuto tornare presto per incontrare il ministro della salute, affinché organizzasse visite più frequenti di un medico.

Non ebbi il tempo nemmeno di prendere un te locale. Una lebbrosa, una cara vecchietta, mi offrì un po’ di polenta con un uovo sodo e un bel pesce arrostito”.

In quel momento Angelo pensò ai lebbrosi morti gettati nel lago di Massvelene, dove i pesci sono lunghi e grossi e si cibano di carne umana imputridita dall’acqua stagnante.

Nemmeno i maiali mangiarono quel pesce. Lo annusarono e lo scansarono

Il villaggio, nel frattempo, era diventato più grande: molti malati si erano aggiunti, ma, grazie ad Angelo, erano state realizzate altre casette e il cibo non mancava. Soprattutto la farina che Angelo aveva raccolto portato in quantità per soddisfare i desideri dei bambini lebbrosi. Grazie ad Angelo ora, laddove Dio piange lo fa un pò di meno.

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EKULULANEMI

Lo scorso anno Angelo ha festeggiato i sessanta anni di vita missionaria in Swaziland. “Non ho fatto festa, visto che mi era bastato ricordare che le nozze d’oro le avevo passate nella catapecchia di una gentile vecchietta monzambicana, dove ho trascorso la notte festeggiando insieme a cimici, pidocchi, scarafaggi”. Quel giorno ritornava dalla foresta di Massvelene, dopo aver visitato la comunità di lebbrosi, e sulla strada del rientro si era perso. Per la precisione era andato a visitare la comunità dei 75 orfani di Mkhaya, che per tutta l’estate aveva vissuto sotto un albero, ma che ora, nell’inverno del Swaziland, aveva finalmente a disposizione una grande sala.
Stava tornando alla sua adorata missione di San Giuseppe.

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La missione di St Joseph è una vasta parrocchia con dieci stazioni missionarie più piccole sparse nel bosco nel raggio di 100 miglia quadrate. Tra questa la principale è Mzimpofu. La comunità di Mzimpofu è sparsa su un’area di 40 chilometri, delimitata a nord dal Mzimpofu River, un fiumiciattolo che si distende a zig-zag ai confini della foresta del Mkhaya Reserve, un magnifico parco naturale, rifugio per le specie animali in via di estinzione; mentre a sud uno dei principali fiumi Swazi, l’Usuthu, traccia e divide il territorio di Mzimpofu da quello del villaggio di Magwakwa. Mzimpofu si trova nella piana di Big Bend, attraversata da una delle strade asfaltate più importanti del Regno, la MR8.
Mzimpofu significa casa povera, anche se in questa casa povera c’era e c’è un’enorme ricchezza: la presenza di Dio, ma anche di alcuni tra i centri medici e scolastici più importanti del Swaziland.
Il più apprezzabile è l’Ekululameni Centre, un centro di riabilitazione per handicappati adulti e bambini, con i suoi vari dipartimenti: la scuola per cucire, la maglieria, il telaio; la falegnameria, la scuola per il lavoro del ferro, dell’artigianato, dell’agricoltura, della calzoleria. Inoltre tra le tante strutture attuali a Mzimpofu, colpisce la presenza del Resource Centre, un istituto per bambini ciechi dove si impara il braille; dello Zama Centre, una scuola per ragazzi con un ritardo mentale; della Infant School, un asilo per bambini abbandonati; la Primari school, della scuola elementare con un ciclo di sette anni; della High school, la scuola superiore con il ciclo di 5 anni; della Bourding house, un collegio per ragazzi e ragazze in gran parte disabili, e delle Out schools, una serie di istituti sparsi nel territorio di San Giuseppe.
Tutte queste attività hanno i loro responsabili e sono dirette da un comitato centrale che coordina i vari settori. Al di sopra, però, c’è sempre padre Angelo anche se lui ha sempre minimizzato il suo ruolo.
Come per i lebbrosi, anche per i disabili padre Angelo è un punto di riferimento imprescindibile. Anche questa è una storia che va raccontata.
Fu durante il primo decennio della vita missionaria che il Sacerdote napoletano di Piazzolla, avendo molti contatti con il popolo e gli stregoni, scoprì che gli handicappati venivano considerati come gente inutile, da evitare, messaggeri e portatori di sfortuna sia per la famiglia alla quale appartenevano che per gli altri che li avvicinano. Le credenze, le magie e i pregiudizi di una setta di stregoni chiamati Abatsakatsi, dominavano la mentalità bantù e quindi swazi. La setta affermava che il metodo di vita più giusto è quello tramandato dai loro antenati, gli Emadloti, spiriti ancestrali che suggerivano come vivere e cosa fare. Raccomandando anche come curare un malato, e – soprattutto – apparivano convinti che gli handicappati erano piccoli mostri che dovevano essere eliminati dalla società.
Padre Angelo avrebbe potuto raccontare in un intero volume quanti bambini e bambine sono stati sacrificati perché portatori di handicap. L’isolamento dei bambini e degli adulti disabili era atroce, inumano. Gridava vendetta al cospetto del Signore.
Appena accertata l’orribile verità, insieme all’artenese padre Giuseppe Vitelli, missionario in Swaziland dal 1949 e morto nel 1976, si diede subito da fare.
I due all’inizio non sapevano proprio come agire, ed erano ben lontani dall’organizzare un centro per handicappati.
Raccoglievano e portavano in missione ogni genere di disabile, allo scopo di dargli un piatto di polenta e proteggerlo dalla morte certa, che sarebbe sopraggiunta per avvelenamento.
All’inizio fu un duro cammino: i due sacerdoti erano continuamente criticati. Molti lasciarono la missione per paura di essere stregati dagli handicappati. Le suore sbraitavano perché non bastava il cibo, i fraticelli che li aiutavano li definivano stravaganti, per usare un eufemismo. Solo il Vescovo Casalini li incoraggiava, anche se dietro le quinte, senza mai uscire allo scoperto.
Il primo gruppo di handicappati arrivò nella missione il 28 dicembre 1968.

<<Forse fu proprio quel giorno – mi raccontava padre Angelo Ciccone – in cui il Signore mi ispirò a piantare un seme: riabilitare gli handicappati! Incominciai con i ciechi, poi i menomati fisici, poi i mentalmente ritardati, poi….un piccolo Gottolengo….poi un centro di riabilitazione per handicappati”.

Angelo comprese ben presto che era il buon Dio che lo chiamava a proteggere, ad assistere, ad educare gli handicappati, e pur continuando il progetto della scuola, che aveva intrapreso qualche tempo prima, si buttò a corpo morto nella riabilitazione dei disabili, e non solamente nella riabilitazione fisica, ma anche e soprattutto in quella della considerazione che gli ammalati destavano nei cosiddetti normali.
E fin dall’inizio don Ciccone e don Vitelli non vollero separare gli handicappati dai ragazzi normali. Fu un suggerimento che ricevettero dall’Alto, dissero, ma andarono incontro a critiche.

Era come nuotare controcorrente” affermava don Angelo.

Nel 1969 in missione c’erano ben 120 disabili, a cui i sacerdoti procuravano cibo, vestiti, carrozzelle, stampelle, istruttori, fisioterapisti, locali idonei; ma era sempre più difficile tirare avanti, tanto che Angelo decise di allestire una campagna missionaria in Italia, portando con se cinque swazi tra cui il giovane Louis Ndlovu, che poi sarebbe diventato Vescovo della diocesi.
Riuscì a raccogliere molti fondi, che furono tutti spesi per lo sviluppo del centro dedicato agli handicappati.
Oggi quel seme gettato con tanta fatica e senza alcun piano specifico, è cresciuto ed è diventato un albero fiorente. Chi coltiva e pensa al mantenimento di questo albero – cioè delle attività presenti nella missione – sono gli handicappati stessi: ex alunni del centro, diventati insegnanti esperti e qualificati. Molti di loro sposati e con bellissimi figli.
Questo albero è veramente cresciuto per volere di Dio, e l’arcobaleno è apparso nel cielo del Swaziland quasi a rappresentare l’unione tra i due emisferi; noi che stiamo in Italia e che abbiamo contribuito alla realizzazione di questa opera con i nostri fondi, e loro che sono laggiù.
Alla fine degli anni settanta il progetto della riabilitazione degli handicappati era ormai una realtà, che conquistò il cuore dei swazi, i quali, finalmente, cominciarono a condividere le opere di Angelo, segno che la loro considerazione verso i disabili incominciava a cambiare: erano rispettosi e partecipanti.
Fu negli anni ottanta che il progetto Ekululameni si concretizzò in maniera definitiva. Padre Angelo continuava ad educare il popolo ad accettare i diversi, e convocava nella sua umile casa tutti gli stregoni, e a loro domandava i motivi per cui gli handicappati dovevano essere emarginati, e, a volte, anche uccisi.
Oggi sono le stesse mamme degli handicappati, con le lacrime agli occhi, che chiedono l’accoglienza per i loro figli nei centri di Mzimpofu.
Il centro di riabilitazione ospita attualmente circa 300 ragazzi (storpi, ciechi, invalidi, malati mentali) e un centinaio di persone cresciute nell’ambiente che hanno dato vita ai laboratori di falegnameria, di meccanica, di artigianato, e si guadagnano tutti da vivere.
Ekululameni non è un semplice collegio, un casermone dove ci si distingue per il numero del letto, ma è un villaggio di case di dimensioni diverse dove si vive in famiglia. Oggi sono una trentina di edifici sparsi su una collina ombreggiata da alberi gagliardi e dove gli eucalipti di cinta proteggono dai venti australi.
Nell’aria, ad Ekululameni, si sente la presenza di Dio e la cura amorevole di una Madre, non naturale, ma carica alla stessa maniera di amore.
A Ekululameni Dio vede e ascolta l’affanno e il dolore degli umili, e provvede con il suo amore misericordioso e con la solidarietà della Chiesa. Il centro è in buone mani; la maggioranza degli insegnanti sono gli stessi che lo hanno frequentato, responsabili e felici di dare una mano ai loro consimili.
Il centro è il fiore all’occhiello dell’attività missionaria in Swaziland, ed è un grande atto di carità.
Padre Angelo Ciccone c’è stato sempre; la sua presenza risulta essere indispensabile; anche se il Signore lo ha chiamato ad altri progetti: uno riguarda ancora un centro di riabilitazione di handicappati, questa volta a Marracuene in Monzambico, e l’altro nella foresta di Massvelene dove vi abbiamo raccontato abbraccia quotidianamente la Croce della lebbra.  Ma i bambini del cielo (così vengono chiamati i piccoli handicappati) sono sempre nel suo cuore e per loro lui ha steso le sue ossa (ekululameni).

LA MORTE

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Ma lo scorso 23 Febbraio la prima pagina del giornale The Swazi Observer, quotidiano divulgato nella Capitale del Swaziland Mbabane, ha pubblicato un titolo e una foto che resteranno per sempre scolpiti nella memoria di quel popolo: “Father Angelo is dieth”, Padre Angelo è morto. Il giorno prima, l’auto in cui viaggiava il sacerdote era uscita di strada e per l’ottantaseienne missionario non c’era stato più nulla da fare. La prima notizia l’aveva data la televisione di Stato e subito una folla immensa aveva raggiunto la Missione di San Giuseppe a Mzimpofu. L’arrivo della gente si era protratto per tutta la notte e per tutto il giorno successivo, quando le comunità più lontane avevano letto il giornale e si erano messe in cammino.

Ho preso il primo aereo per Johannesburg e da lì un volo per Manzini, seconda città del Swaziland. Dopo 17 ore sono arrivato a Mzimpofu. Padre Angelo era stato seppellito nel piccolo cimitero della missione, vicino alla tomba di Padre Giuseppe Vitelli, sulla nuda terra, con una Croce composta da due assi di legno. Sulla Croce c’era scritto soltanto il suo nome e la data della morte. Una tomba semplice per un uomo che nella vita aveva fatto cose straordinarie e che con le sue opere aveva contribuito in maniera fondamentale alla crescita della vita civile del piccolo Regno africano, entrando di diritto nella storia contemporanea del Swaziland.

Su quella tomba ho visto gente piangere, ma anche ridere. Nei volti della folla ho scorto il dolore ma anche la gioia. Ho sentito il lamento di un canto struggente, ma anche l’esaltazione di un inno. Di fronte alla tomba di Padre Angelo ho visto tutti i colori, ho assaggiato tutti i sapori, ho sentito tutti gli odori dell’Africa. E’ stata la morte di un campione, e i funerali – mi hanno raccontato – non un rito mesto, ma il vero trionfo di un frate con una fede profonda, che è stato in grado di entrare e comprendere la realtà culturale, religiosa e artistica degli Swazi, diventando un punto di riferimento per tutta la nazione. Ho visto le foto del suo funerale, e ho visto che erano presenti le più alte cariche del Regno ma anche degli Stati vicini, perché Padre Ciccone ha sempre lottato per il continente africano con amore e speranza.

Il mio soggiorno nel Swaziland doveva durare non più di tre giorni, ma ho voluto allungarlo per respirare i luoghi, gli edifici, le persone che osservava quotidianamente padre Angelo. Ho preso la sua jeep, una vera carretta dell’asfalto, e mi sono allontanato da Mzimpofu accompagnato da Macwacwa che si era fermato nella Missione dopo i funerali del sacerdote.

Ho voluto vedere il simbolo del Swaziland, e Macwacwa mi ha portato sul Monte Sibebe, un colosso di granito che hanno stabilito essere il più antico del mondo, formatosi oltre tre miliardi di anni fa. “Era qui – mi dice Macwacwa – che il Fundisi si faceva portare quando voleva stare più vicino al suo Dio”.  Un luogo brullo ma incantevole, con un dorso di Elefante come propaggine più alta. Ho camminato – a piedi – per oltre quattro ore per giungere in cima, tra piante esotiche e graniti colorati. Alla fine del viaggio mi sono seduto a terra per nulla stanco e ho immaginato come poteva sentirsi Padre Angelo. C’era pace tutt’intorno e c’era serenità. Sembrava davvero che fossimo più vicino al nostro Dio.
Riscendendo dal Monte era soddisfatto. La discesa durò molto meno della salita e la sua brevità ci consenti di andarcene a visitare un luogo che Padre Angelo conosceva a memoria: la Valle dell’Ezulwini. Nei 50 km che separano Manzini (terra dell’acqua) e la capitale Mbabane (zona del freddo), c’è la valle del Paradiso, cuore della monarchia e la parte più frequentata da turisti. Ovunque vi sono mercatini vastissimi di artigianato, dove con solo una vendita al giorno i locali si procurano il pane per una settimana. Angelo si fermava in quasi tutti, e cercava di accontentare i venditori. Davanti agli occhi il paesaggio che mi si presenta non è molto ricco di animali, ma mozzano il fiato le ondulate colline di terra rossa che si susseguono le une alle altre.

Questa è la prima area protetta del Regno – mi fa sapere Macwacwa – è stata istituita alla fine degli anni cinquanta da un Inglese, un certo Ted Reilly, ma non ci crederai se ti dico che il Fundisi ha avuto modo di occuparsi di questo lembo di terra negli anni sessanta quando volevano chiudere l’area, allontanare i turisti e lasciare senza cibo quelli che vivono da queste parti. Il Father ha insistito affinchè questo non accadesse, e ora guarda che panorama straordinario”.


Da una parte le colline ondulate, dall’altra una serie di edifici tra cui il Mausoleo al vecchio Re Soubhuza II, capo illuminato e integerrimo di una Nazione in crescita, e dall’altra il piccolo ma incantevole Museo Nazionale. Mentre ci spostiamo – piano – con la vecchia jeep, incontriamo alcuni coccodrilli che ci guardano stancamente e non fanno una piega. Più avanti per la prima volta vedo un’antilope. “Lei è Blesbok – mi dice ridendo il mio compagno di viaggio – l’antilope più brutta che c’è in tutta l’Africa. Ogni volta che passavo di qui, il Fundisi mi chiedeva di fermarmi, lui scendeva dalla jeep, andava verso Blesbok, l’accarezzava e poi ripartivamo. E lei se lo lasciava fare. E ora riconosce il suono della macchina, e ogni volta che la sente si apposta sulla strada in attesa della carezza del nostro amico”.

Ho provato a farlo io, ma il mio odore non ha convinto Blesbok che se ne è scappata a venti metri di distanza.

“Angelo non andava mai in città – mi dice Macwacwa – voleva starsene in giro per i villaggi, stare vicino agli infermi, a quelli che avevano bisogno di lui. Adesso ti faccio visitare i luoghi che lui amava più di altri.”
A tutta velocità – per modo di dire – sulla strada polverosa che dalla Valle dell’Ezulwini ci riporta a Manzini giungiamo alla Hope House.

E’ qui che veniva quando lasciava i suoi impegni – mi dice indicando la struttura il mio autista.

Un luogo dove morire dignitosamente. Così descriveva Hope House Madre Teresa di Calcutta. Questa struttura è gestita da suore indiane. Appenda dentro mi è venuta incontro Suor Elsa Joseph, una suora di poco più di quaranta anni, alta e davvero molto bella.

“Qui abbiamo creato diversi alloggi dove ospitare malati di TBC e AIDS”.

Facciamo loro visita. Qualcuno si è ristabilito e tornerà a casa per qualche tempo, qualche altro sta morendo e ha i familiari attorno. L’esperienza è intensa, seppur breve.
La suora mi racconta che il Swaziland è una delle Nazioni al Mondo con il più alto tasso di sieropositivi al virus dell’AIDS, ben il 39% della popolazione: due abitanti su cinque soffrono della malattia, una vera tragedia!
Quando torniamo in macchina Macwacwa mi guarda e mi dice: “Io faccio parte dei due”. Resto imbarazzato e a disagio, ma non per paura di essere contagiato, perché non so cosa dire, non so come e se consolarlo. Quando ripartiamo già parliamo d’altro. La direzione che mi fa prendere Macwacwa è quella da dove siamo arrivati. Torniamo verso Mbabane e dopo qualche miglio incontriamo una Missione tenuta da suore italiane che stanno lì dal 1914. Attualmente nella capitale gestiscono un dormitorio per ragazze lavoratrici, un laboratorio di maglieria e di cucito dove vengono confezionate le divise scolastiche, una scuola elementare ed un asilo. Nell’intero paese hanno innumerevoli progetti avviati. Il più importante è la scuola al confine sud che da la possibilità di un’educazione ai piccoli abitanti delle zone agricole sperdute. Rimaniamo un pò per aiutarle in qualche lavoretto, e mi accorgo che c’è un continuo andirivieni di poveri a chiedere aiuto, cibo e denaro. Non è davvero facile vivere così, continuamente sul “fronte” dei bisogni primari di questa enorme massa di poveri.
Fra essi, le suore me ne hanno fatto conoscere una particolarmente legata a Padre Angelo, l’indimenticabile, la vecchia sdentata, la solare Malinga, che pur senza possedere nulla, si prende cura di un piccino la cui mamma si è impiccata e il papà è morto di AIDS.
Alla fine del viaggio, mentre Macwacwa mi riporta a Mzimpofu, sono turbato ma felice: avevo visto e “toccato con mano” le cose più care a padre Angelo.
Appena sceso dall’auto sono stato circondato da decine di ragazzini che avevo visto la prima volta il giorno prima ma che consideravo ormai amici del cuore. Osservavo gli sguardi dei piccoli Moretti, i loro occhi erano quelli che hanno incrociato gli occhi di don Angelo, e dentro quelle pupille ho visto la gioia che il mio amico sacerdote era stato capace di trasmettere. A ognuno di loro ho dato una carezza e mi sono sentito in Paradiso perchè stavo coccolando i Bambini del Cielo.

Vittorio AIMATI

 

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