Economia ad Artena in età Moderna

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La prima fonte di economia della comunità artenese (di Montefortino) nel periodo dell’età moderna è quella della pesca. Sembrerà strano che in una zona, quella dei Monti Lepini che fin dall’antichità è stata molto avara di acqua, vi possa essere stata una comunità che tra il XVI e il XVII secolo fondava la sua principale risorsa economica dall’acqua, e precisamente dall’acqua dei laghi.

Il territorio di Montefortino, vasto già all’epoca 46 Kmq (oggi sono 52 Kmq) comprendeva due specchi d’acqua lacustre: il lago Peschiera e il lago di Giulianello[1]. Mentre quest’ultimo – conosciuto all’epoca come lago La Torre – era un vero e proprio lago con un perimetro di quasi due chilometri; il primo, il lago Peschiera era poco più di uno stagno di circa 7000 mq, ma era molto pescoso[2]. Di questa fonte economica ci da conferma anche lo statuto di Montefortino, edito nel 1462 che, tra gli oltre 100 articoli, statuisce norme e regole proprio per la regolamentazione della pesca[3]. Vi erano, ad esempio, giorni prestabiliti in cui il pesce poteva essere pescato; mentre a Montefortino poteva essere venduto solamente il mercoledì giorno del mercato settimanale; vi erano altri giorni della settimana che il pescato poteva essere portato nelle città vicine, e solamente il giovedì poteva essere venduto a Roma[4]. Appare chiaro che se vi erano queste norme era perché il commercio era florido e quindi per forza di cose doveva essere regolamentato. Tra l’altro è importante sapere che precedentemente al periodo che stiamo trattando vi era a Montefortino la presenza di un terzo specchio di acqua lacuale, il Lago Vetere[5], che però si era prosciugato; ma che dimostra che la pesca in paese era una pratica molto antica e radicata. I pescatori uscivano sui laghi il lunedì, il martedì e il venerdì. In questi stessi giorni potevano vendere il prodotto nei comuni limitrofi; mentre il mercoledì, dopo la pesca, che si effettuava sempre molto presto, il pescato era esclusivamente per il mercato di Montefortino. Tra l’altro  le norme appena citate e pubblicate sugli statuti ci fanno comprendere che la pratica della pesca era una vera e propria fonte di guadagno; tanto che erano sorte delle vere aziende di commercio del pesce con la presenza di garzoni, commessi, trasportatori, ecc. che occupavano una discreta percentuale di abitanti[6]. Il lago più frequentato era senza dubbio quello Peschiera, e il motivo è riconducibile alla distanza. Questo specchio lacustre distava poco più di un chilometro dal centro abitato e si trovava nella zona che oggi gli artenesi conoscono come La Pescara, ed era di facile raggiungimento. Sul lago di Giulianello – conosciuto come abbiamo detto come lago La Torre – invece era più difficile arrivarci.

Questo specchio di acqua si trovava – e si trova – sul territorio di Montefortino ma in un enclave circondato dal territorio di Cori (Giulianello). Oggi per arrivarci è necessario compiere circa 13 chilometri, attraverso la via provinciale passando per Velletri o Giulianello stesso. All’epoca la distanza da percorrere era di circa 8 chilometri, attraverso una strada, la via vecchia della Torre, che passava a fianco al Peschiera, si infilava tra le campagne e raggiungeva addirittura Cisterna, passando proprio di fianco al Lago La Torre[7]. Questo lago dava ai pescatori un maggiore prodotto; ma anche il ricavato del lago Peschiera era notevole. Carte che ho trovato negli archivi della Chiesa di Santa Croce, parlano di un pescato giornaliero che andava dai 3 ai 5 quintali[8]. Questa quantità è la riprova che la fonte economica principale dell’epoca per Montefortino era proprio il pesce, ed era pesce di vario genere: vi erano tinche, lucci, persici, trote, anguille, persici reali; quindi animali di grossa taglia, ma anche altre qualità[9]. Fu quindi una disdetta quando il Lago Peschiera, intorno alla fine del XVII cominciò a prosciugarsi. Non fu una cosa repentina; ma l’abbassamento graduale delle acque non consentì più la pesca; il lago La Torre era – come detto – lontano e quindi, gradualmente, i pescatori furono costretti a trovarsi un’altra occupazione[10]. Oggi non vi è più alcuno che pratichi la pesca sul lago La Torre – se non forse per passione e si contano sulle dita di una mano – segno che di quella tradizione è rimasto più nulla.

I montefortinesi già da tempo avevano cambiato direzione, dedicando i loro sforzi personali alla terra e agli armenti, anche se un’altra attività era predominante e questo grazie al cardinale Scipione Borghese, che dall’inizio del XVII secolo era diventato il nuovo padrone di Montefortino[11].

Il territorio di Montefortino è ben descritto dallo storico locale e notaio Stefano Serangeli: “Tutto il territorio di Montefortino – dice – consiste di circa 2500 rubbia comprese anche le strade, fossi e terreni sassosi non atti alla coltura. Ad occidente confina con la tenuta di Lariano spettante alla comunità di Velletri e col territorio di detta città; con Giuliano, Rocca Massima, Segni, Colleferro, Valmontone, Palestrina, tenuta di Tagliente. Detratte circa 200 rubbia di monti incolti, e circa oltre 100 di strade e fossi, il resto è parte coltivabile e fertile e parte selve fruttifere. Il coltivabile parte e ad uso di semente, e parte di vigne o possessioni. Questi si distinguono in terreni arativi, prativi ed altro al numero di rubbia 109. Un laghetto o stagno chiamato Peschiera di rubbia 5. I luoghi pii ne possiedono rubbia 486. Gli aratari sono divisi in tre quarti sementandosi ciascuno ogni triennio una volta di maese e successivamente di colto a cagione della loro fertilità, e i terreni della montagna ogni due anni. Rendono al proprietario la quarta parte del tutto; così le vigne come le altre possessioni. Si dividono ogni anno circa il principio di marzo gli aratori del Principe, agli agricoltori e bifolchi, ed a questo effetto si eleggono annualmente dai Priori della città due consoli e un agrimensore. Tutto il detto territorio è terminato dalle colonnette per i confini, ed a questo verso ponente è adiacente alla tenuta la quale confina con la giurisdizione di Palestrina, col territorio di Rocca Priora, con Rocca di Papa, con Lariano, e colla tenuta spettante ai signori Serrazani Milesi romani, comprendendo l’Osteria della Cava: è giurisdizione del tribunale di Montefortino. Gli altri consistono in macchia cedua, che si vende ad uso di carbone, di cerchi da botti ed altri usi. Sotto l’istessa giurisdizione è anco la tenuta della Torre, che la divide dal territorio di Montefortino da quello di Giulianello dei signori Salviati ed ha per confine lo stesso territorio di Giuliano, quello di Velletri, e dal Castello diruto di Torrecchia. In essa è un lago che produce ottime tinche, oltre i lucci di smisurata grandezza. Poco distante eravi un altro laghetto chiamato Lago Vetere, che per disseccarlo fece fare la felice memoria del signor Cardinale Scipione Borghese molte forme che per via sotteranea portassero l’acqua al soprannominato lago, delle quali si vedono profondissime aperture nelle planizie del terreno. I campi sono fertili e si lavorano dalle genti di Montefortino che rendono la quarta parte al Principe e se ne vende il pascolo dell’erba annualemente e la spiga. Sotto l’istessa giurisdizione ancora è il castello diruto di Torrecchia il cui territorio confina con la suddetta tenuta della Torre, col territorio di Velletri, con quello di Castel Ginnetti, detto volgarmente Torrecciola, colla tenuta spettante al capitolo di San Giovanni in Laterano col territorio di Cisterna dal quale lo divide il vestigio dell’antica via Appia fino alle vigne in poca distanza dal canto di detta terra, coll’Abbazia di Sant’Eleuterio, col territorio di Cori e con Giuliano. Vi passa per lungo la strada di Napoli moderna detta del Procaccio”[12].

Se andiamo ad osservare meglio il territorio di Montefortino ci accorgiamo dalla presenza numerosa di fonti e quindi di acqua. Come detto all’inizio, questa zona dei monti Lepini è veramente carente del prezioso liquido, eppure a Montefortino vi erano fonti e fontanili disseminate per tutto il territorio, soprattutto nella zona orientale del paese dove vi erano le fontane degli Oppi, quella Dello schiavo e quella di Maiorana. La zona era ricca di vigne, soprattutto sotto il convento di San Michele Arcangelo. Ad occidente, nel territorio di Montefortino, vi era ancora la presenza di molti fontanili: quello della Pidocchiosa e Delle anime i più frequentati dai contadini e dai pastori, ma anche di molto terreno buono per l’aratro e di notevoli distese di castagneti. Sempre ad ovest del paese vi era il colle del Salvatico e subito dietro un sito adibito a cava di calcare (calecare) dove gli abitanti dell’epoca producevano la calce. Una piccola mulattiera lo divideva dallo Stagno della Peschiera[13];

La cava di calcare – di cui parla anche lo storico Serangeli nei quattro tomi della sua storia di Artena – rappresenta una tradizione economica perseguita fino agli anni sessanta del XX secolo, con qualche interruzione.

Il Cardinale Scipione Borghese aveva acquistato, dalla famiglia Colonna, un territorio ricco di potenzialità. Il paese era in piena evoluzione dopo la distruzione del 1557[14] e Borghese si accorse che la sola pesca non bastava più per far fronte alle necessità del paese e per incrementare le risorse procedette in un primo tempo ad una ricostruzione fisica del luogo, con un piano urbanistico e con la realizzazione di nuovi e notevoli edifici; in seguito pensò anche una ricostruzione sociale ed economica. Mentre per la ricostruzione della città dopo il 1557, furono impiegati per lo più forestieri e fra questi moltissimi scalpellini provenienti dalla Lombardia[15]; per la realizzazione del nuovo piano urbanistico Borghese coinvolse molti residenti, molti cittadini del luogo, aiutati, questo è chiaro, da artisti, muratori, edili provenienti da Roma. A questo, però, il Borghese volle aggiungere qualcosa di più. Decise di sfruttare la montagna prospiciente il rinnovato centro urbano per la produzione della calce. A questo progetto, ambizioso e importante per l’economia del paese, parteciparono altre persone – oggi li chiameremo soci – coinvolti dal cardinale; ma quel che più contava era che la cava di calcare teneva impegnati un numero molto alto di abitanti. Vi erano barozzai, carrettieri, spaccapietre, addetti alla cottura per realizzare la calce. E’ anche vero che il Borghese non poteva fare tutto questo con i soli montefortinesi, e quindi chiamò da Roma maestri del settore che insegnavano il mestiere agli abitanti di Montefortino[16]. Fu un periodo molto florido per la città che però si concluse nel giro di mezzo secolo, e quella cava fu abbandonata.

Quando gli artenesi si ritrovarono senza pesca e senza cava, sfruttarono la terra e gli armenti. Tra il XVII e il XVIII secolo i Borghese avevano oltre il 50% delle proprietà terriere di Montefortino e questo incideva particolarmente sul piano economico, con ovvi riflessi sui rapporti con la popolazione, sugli usi civici, sulle forme giuridiche di conduzione dei terreni. Montefortino aveva il 9,6% di superficie di terreno di boschi cedui e altrettanti di boschi da frutto; 1,5% di superficie adibita a castagneti domestici; 0,2% a lago da pesca; 1,2% di pascoli olivati; 4,2% di pascoli semplici; 2,3% di prati naturali; 9,2% di seminativi a turno di 6/7anni; 5,6% di seminativi a turno biennale, e ancora 9,2% di seminativi a turno quadriennale, e ben 38% di seminativi a turno triennale; 0,4% di superficie seminativo olivato e 3,7% di seminativo a vite; 3,8% erano vigne a ordini. Montefortino, invece, non possedeva terreni di castagneti da taglio, Olivati fra macigni, superficie ad orto adacquatico e asciutto, ma non aveva anche terreni incolti[17].

Nel frattempo l’attività dei Consiglieri e dei Priori in materia legislativa era molto limitata. In pratica si riduceva a stabilire i prezzi dei cereali, l’appalto del mulino, del forno, della pizzicheria; alla riparazione delle strade, alla scelta della condotta medica e alla cura del Monte dell’Abbondanza (ammasso di Grano). E la popolazione in quel periodo subiva una tassazione molto forte, soprattutto sul macinato; un sistema di appalto e subappalto che andava dal governo centrale di Roma all’Appaltatore generale, da questo al Comune fino ai singoli cittadini. Il comune per poter versare nelle casse dell’appaltatore generale una somma fortissima doveva rivalersi sui cittadini che erano tassati in maniera violenta. Da qui risentimenti, diffide, liti, punizioni, che rendevano assai agitata la vita di Montefortino nel XVII secolo[18]. L’appalto per il macinato in quegli anni era di 340 scudi annui e affidato dal Comune ad un privato. Inoltre il comune veniva continuamente tassato per contributi alla città di Roma, come quando dovette sborsare la somma di 98 scudi per il rifacimento di via San Giovanni nell’attuale capitale[19].

I tempi della pesca e della cava sembrano lontanissimi: la povertà cominciava a regnare in paese, tanto che in quegli anni non si riuscì ad assegnare l’affitto del macello perché nessuno lo voleva. Si accendeva una candela e l’offerta durava finchè questa si fosse spenta. Vinceva naturalmente chi offriva di più. Per l’appalto del macello in quel periodo si accesero per tanto tempo addirittura due candele[20].

Il popolo si lamentava fortemente soprattutto per la tassa sul macinato, tanto che il consiglio del comune dovette più volte rivedere l’aggravio; ma il comune versava in una situazione veramente deficitaria: solo per il grano il debito ascendeva a 80 scudi; anche se il grano continuava ad essere dato ai poveri al prezzo di uno scorso a rubbio. Ma il grano mancava tanto che continuamente se ne acquistava da quello che il principe Borghese aveva sul territorio di Olevano, al prezzo di 5 scudi a rubbio[21]. Questa situazione portò un debito comunale di 600 scudi nell’anno 1683[22]. La situazione era aggravata dalla presenza di numerose bestie, soprattutto porci, provenienti dai comuni di Valmontone, Giulianello e Roccamassima, che venivano fatti pascolare sui territori di Montefortino con grave danno ai prati e al grano. Si cercò di porre un rimedio con una tassazione per i proprietari del bestiame; ma non bastava a risollevare le sorti delle casse comunali[23]. Ci fu allora chi avanzò un’idea davvero audace per quei tempi. Il consigliere Giovan Battista Latini, propose di tassare i terreni e gli atri stabili che “godono i luoghi pii e i preti”. Ma era una legge talmente anticlericale che lo stesso principe Borghese, al giudizio del quale venne rimessa, la respinse[24]. Vi erano da pagare anche i debiti alla stessa casa Borghese che il comune non liquidava dal tempo della peste del 1656, e si trattava di una somma enorme: ben 765 scudi per le spese necessarie a combattere il contagio, 157 scudi per il grano ricevuto in prestito, 246 per le regalie del macello, 1150 per la somma del macinato. E’ chiaro che questa situazione si ripercuoteva sull’intera comunità[25].

I cittadini erano diventati o contadini o pastori: un censimento economico dell’epoca riporta queste cifre: 309 famiglie di agricoltori; 30 pastori, 50 artigiani; un medico; nove preti. Dei contadini solamente una ventina erano possidenti, gli altri lavoravano alle dipendenze del Principe o sulle terre dei benefici ecclesiastici. Una sola famiglia abitava in campagna; mentre tutte le altre abitavano in paese. I capi di bestiame presenti in quel periodo erano in numero di 222 bovini, 4094 ovini, 220 suini e 388 equini. Montefortino era la comunità, tra i paesi limitrofi, con il più alto numero di ovini, avvicinata da Carpineto e Segni, anche se la peste del 1556-57 aveva decurtato la popolazione animale del 20%[26].

In conclusione vorrei sottolineare che mentre – come già detto – la pesca non ha trovato una continuazione nel corso del tempo; sia l’attività della cava, che quella dell’agropastorizia, sono state presenti nei secoli successi. Gli animali, invece, hanno rappresentato una vera e propria fonte di guadagno fino alla metà del XX secolo, anche se proprio la presenza delle bestie è stata la causa principale delle lotte fratricide fra famiglie locali le une proprietarie di ovini e le altre facenti parte della casta dei Boattieri che aveva in Artena la sede dell’ associazione dell’Università omonima.

Vittorio Aimati

[1]              S. Serangeli, Storia di Artena,  t. 1, pag 110. Archivio storico Chiesa S. Maria del Gesù. Artena
[2]              Ibidem.
[3]              Artena, Archivio storico comunale. Statuto di Montefortino, Anno 1462. Archivio storico del Comune di Artena
[4]              Ibidem, articoli 27, 28, 29,30. 1462
[5]              S. Serangeli, Storia di Artena,  cit., t. 1, pag 107. Archivio storico Chiesa S. Maria del Gesù. Artena
[6]              Presso gli archivi parrocchiali, contenuti oggi nell’Archivio storico diocesano “Innocenzo III” di Segni, sono stati ritrovate testimonianze di vendita del pescato alle chiese di Montefortino, e, nello specifico, ai sacerdoti.
[7]              La strada è ancora esistente, ma impraticabile, e per questo è necessario fare un ampio giro per recarsi presso il Lago la Torre.
[8]                 Archivio parrocchiale della Chiesa di Santa Croce. Testimonianze di vendita del pescato giornaliero.
[9]              S. Serangeli, Storia di Artena, cit. t. 2, pag 112. Archivio storico Chiesa S. Maria del Gesù. Artena
[10]             Ibidem, t. 1, pag 113. Archivio storico Chiesa S. Maria del Gesù. Artena
[11]             La famiglia Colonna, è costretta a vendere il paese causa i debiti contratti da Marzio Colonna. Ad acquistare il feudo fu il Cardinale Scipione Borghese, che si insediò in paese nel 1601.
[12]             S. Serangeli, Storia di Artena, t. 1, pag 56. Archivio storico Chiesa S. Maria del Gesù. Artena
[13]             Ibidem, t. 2, pag 32. Archivio storico Chiesa S. Maria del Gesù. Artena
[14]             Il paese di Montefortino, durante la Guerra di Campagna e Marittima, del 1557, che il papa Paolo IIII mosse al Regno di Napoli, fu assediato per molti mesi, fino alla completa distruzione, con la vergognosa e inaccettabile onta dell’aratura e semina del sale perpetrata dal cardinale Carafa, nipote del Papa. Quest’ultimo pubblicò un editto in cui dava mandato ai cittadini dei paesi limitrofi di uccidere i montefortinesi, senza alcuna pena per loro. Per maggiori chiarimenti rinvio a  V. Aimati, Arato e seminato col sale ovvero l’eccidio di Montefortino, Artena 2002.
[15]             S. Serangeli, Storia di Artena, t. 2, pag.  97. Archivio storico Chiesa S. Maria del Gesù. Artena
[16]             Ibidem, t. 2, pag 123. Archivio storico Chiesa S. Maria del Gesù. Artena
[17]             A. Parmeggiani, Il paesaggio agrario e l’insediamento della popolazione, in Dalla terra di Montefortino feudo dell’Ecc.ma Casa Borghese, Artena 2000, pag. 20.
[18]             S. Serangeli, Storia di Artena, t. 2, pag 121. Archivio storico Chiesa S. Maria del Gesù. Artena
[19]             Ibidem, t. 2, pag. 121. Archivio storico Chiesa S. Maria del Gesù. Artena
[20]             Ibidem, pag. 122. Archivio storico Chiesa S. Maria del Gesù. Artena
[21]             Archivio storico comunale. Consiglio Comunità di Montefortino 1693-1694. Consiglio del 17 luglio 1693, pag 78
[22]             Ibidem.
[23]             Ibidem.
[24]             Ibidem.
[25]             Ibidem.
[26]             Archivio storico comunale. Tabella censuaria contenuta negli atti del Consiglio Comunità di Montefortino 1704-1706. Consiglio del 23 novembre 1706, pag 192
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