31 Gennaio 1944. Il bombardamento di Santa Maria.

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Sono passati quasi settantacinque anni dalla tragedia più cruenta che ha colpito la comunità artenese nel XX secolo.

Il 31 Gennaio del 1944, nonostante fossimo nel pieno del periodo definito “della Merla” (i giorni più freddi dell’anno); la giornata era nata calda. Un bel sole illuminava le tegole umide del vecchio centro storico. La notte non aveva prodotto quello speciale fenomeno che ad Artena contraddistingueva tutti i tetti del borgo antico: “i cannelotti”; in realtà una sorta di stalattiti di ghiaccio, che dal limite di ogni tetto scendevano verso terra. Quella notte il freddo era stato meno violento, e la mattina un caldo sole già primaverile aveva sciolto la brina in quasi tutto il territorio.

Il paese era comunque freddo! Esposto a nord, d’inverno non prendeva mai il sole. I vecchi dicevano che la prima “sperella” di luce, arrivava nella piazza della Vittoria il giorno “degl’Abbate”, e colpiva specificatamente un “sergio”, sempre lo stesso, proprio sotto la base del monumento ai caduti. In altre parole, il primo raggio di sole arrivava ad Artena il giorno di S. Antonio Abate, il 17 Gennaio, e colpiva costantemente lo stesso “sampietrino”; tanto che quel sasso ancora oggi è riconoscibilissimo.

Anche in quel 31 gennaio più caldo del solito, il paese era infreddolito, di meno certamente, ma pur sempre la temperatura era livida. Per questo gli abitanti approfittarono fin dal mattino per recarsi nei paraggi della Chiesa di Santa Maria. L’edificio si trova su un promontorio, al di sopra del centro storico, completamente scoperto, dove con lo sguardo è possibile dominare l’intera valle del Sacco da una parte; e, dall’altra, magari salendo qualche metro più in alto, la valle dei Volsci, quella che interrompe il suo corso sul Mar Tirreno. Un luogo Santo per gli artenesi, e non solo per il sole. Santo soprattutto per la presenza della Sacra Immagine della Madonna delle Grazie; una statua venerata ad Artena fin dal XV secolo.

La chiesa che conteneva – contiene – l’immagine, è dedicata alla Madonna delle Letizie, e un tempo le due Statue erano una di fronte all’altra: pareva si parlassero. La leggenda racconta che ogni volta che arrivava la vigilia della terza domenica di Maggio, il giorno deputato alla Processione della Madonna delle Grazie; l’altra Immagine, la Madonna delle Letizie, vedendo uscire la sua “collega” esclamava “esso i ! Mo va la pomposella” (Adesso va la fanatica).

Era un luogo amato Santa Maria; lo è ancora oggi, con un trasporto forse minore, ma nessuno nega amore a quel posto; nemmeno le giovani generazioni che magari non conoscono la storia, o non la vogliono riconoscere.

A Santa Maria quel 31 Gennaio di settanta anni fa c’erano moltissimi fraticelli. Provenivano tutti dal vicino convento di Santa Maria del Gesù.

Il Convento era stato requisito dalle truppe tedesche per farne un ospedale, e i ragazzi del collegio serafico erano stati spediti con urgenza nelle loro case. Chi era rimasto ad Artena era stato ospitato da famiglie locali, dove dormivano e mangiavano; mentre si radunavano con i sacerdoti ogni mattina proprio a Santa Maria.

I tedeschi dopo l’8 Settembre erano i principali nemici degli italiani, e ad Artena non era diverso dagli altri posti. Arroganti avevano requisito il convento ma anche tanti altri edifici; e avevano approfittato della Villa Borghese, che a quel tempo gli artenesi chiamavano “Le Costi”, per convogliare nel sito una grande quantità di auto, moto, carri armati e militari.

Il mattino passò tranquillo, e serenamente i fraticelli e i sacerdoti avevano celebrato il rito della Santa Messa e di altre funzioni religiose.

Alle undici i ragazzi furono mandati nelle famiglie che li ospitavano per il pranzo, con la promessa che all’una fossero di nuovo tutti a Santa Maria.

Foto a pagina intera

Da qui la storia ve la voglio raccontare in maniera personale. Voglio cioè proporvi quello che successe alla mia famiglia da quel punto fino alla tragedia finale. Il punto di vista è diverso, ma la storia resta intatta nella sua crudeltà.

Mio nonno Vittorio aveva appena chiuso la bottega di calzolaio e con il padre Angelo, se ne stavano tornando a casa per mangiare. In via Maggiore, fra la chiesa di Santa Croce e For de Porta, in una casa piccola, dove l’ingresso fatto di scale era angusto e scuro, aspettavano mia nonna Lavinia; mia madre Luigina, allora non ancora sei anni compiuti, la madre di Vittorio Angela, e i due gemelli Amedeo e Corrado, entrambi sacerdoti. Il primo era appena tornato dalla Francia, e l’altro era di stanza al convento di Artena. Per Don Amedeo, il Vescovo aveva quasi deciso di consegnargli la parrocchia di Santa Croce, non era ancora ufficiale ma c’erano buone probabilità. Padre Corrado – Roberto all’anagrafe – aveva la responsabilità dei fraticelli presenti ancora ad Artena.

C’era silenzio in paese. All’una del pomeriggio sembrava essere a tarda notte. Nel giro di poco tempo, però, le stradine, i vicoli, le viuzze del borgo cominciarono ad animarsi.

La giornata era davvero bella, e nessuno aveva paura di perdere tempo: era logico, naturale che tanti cittadini raggiungessero Santa Maria per godersi almeno un’oretta di tiepido sole dopo un rigido inverno. Al lavoro ci si poteva pensare dopo!

Così fece mio nonno Vittorio. Verso l’una e mezza se ne salì a Santa Maria. Il fratello padre Corrado già era arrivato perché doveva accogliere i fraticelli che tornavano dopo aver pranzato. Don Amedeo si recò nella Chiesa di Santa Croce per sistemarla in attesa della funzione che vi si doveva svolgere alle quattro.

Alle due mio nonno era seduto su un sasso che sporgeva dal suolo proprio di fronte l’ingresso della Chiesa. Era solo, assorto nei suoi pensieri. Nel frattempo i fraticelli erano stati riuniti dai tre sacerdoti sul campetto attiguo alla Chiesa, e cominciavano a giocare a “ruba bandiera”.

Proprio quando padre Corrado, che reggeva il fazzoletto bianco da conquistare, stava per urlare il primo numero; partì un suono lontano. Un suono inconfondibile! La sirena della fabbrica di Colleferro aveva cominciato a gracchiare con un sibilo ancora più tetro delle altre volte.

Il segnale era chiaro: aerei in arrivo, bombardamento certo!

In lontananza si cominciarono a vedere due squadriglie di Liberator delle truppe alleate. Le chiamavano fortezze volanti tanto erano enormi, e il loro rumore, pur così lontano, era assordante. Dodici aerei che solo a guardarli mettevano paura.

Sei di questi proprio mentre sorvolavano Colleferro virarono verso la loro sinistra e si diressero verso il mare; gli altri sei puntavano diritti Artena.

Mio nonno era rimasto seduto su quel sasso per tutto il tempo. A un certo punto una voce lo esortò ad andarsene. Si guardò intorno, non c’era alcuno; eppure aveva sentito benissimo. A scanso di equivoci si alzò e cominciò a correre verso via Maggiore, per tornarsene dalla moglie e dalla figlia. Padre Corrado chiamò a raccolta tutti i ragazzi e li fece entrare nella Chiesa: possibile che gli alleati bombardassero un luogo Sacro? Dietro l’altare c’era una nicchia, non molto spaziosa, però sembrava sicura. I fraticelli si accovacciarono tutti all’interno di quella apertura.

Cominciarono a pregare.

Non fecero in tempo a finire la prima Ave Maria che un boato enorme li fece trasalire. La prima bomba era caduta fuori dalla chiesa proprio sul sasso dove era stato seduto mio nonno fino a qualche secondo prima. Le pareti furono scosse dal tremore; mentre altre bombe cominciarono a scendere e ad esplodere nelle vicinanze della Chiesa.

La seconda Ave Maria era appena cominciata, quando mio zio padre Corrado s’accorse che due fraticelli erano rimasti allo scoperto. Li chiamò, li fece appoggiare sotto la nicchia, ma s’accorse che non riuscivano a prendervi posto. Allora li coprì con il suo corpo.

La seconda Ave Maria non era ancora finita quando il tetto della Chiesa fu squarciato da un lampo violento. Una bomba era penetrata in Chiesa ed era esplosa portandosi dietro tutto il carico di morte violenta che ogni bomba, in ogni tempo e in ogni luogo, si porta sempre appresso.

La pareti di Santa Maria si accartocciarono come fossero fogli di giornale, vennero spazzate come fuscelli al vento. Dal tetto si staccò una trave che colpi mio zio Padre Corrado sulla schiena lasciandolo esanime sul terreno. Con lui, morti c’erano a terra nove fraticelli, nove piccole vite innocenti, e altri due sacerdoti. Erano salvi, fortunatamente, i fraticelli riparati da Padre Corrado.

Fuori la Chiesa vi erano altri morti; e altri morti erano lungo tutto il territorio artenese.

Tra le vittime nemmeno un tedesco!

Cosa era successo? Perché quella carneficina di civili?

Il comando alleato di stanza a Cassino, aveva ricevuto il chiaro ordine di bombardare “Le Costi” di Artena, perché in quel posto si trovava una grande quantità di militari nemici. Per chi aveva suggerito il luogo, era ben inteso che “Le Costi” erano la Villa Borghese, perché – come detto – così gli artenesi chiamavano quella zona. Si! Ma vallo a far capire agli americani, che per “Costi”, invece, hanno tradotto letteralmente e hanno bombardato i confini del territorio di Artena, e Santa Maria allora era una zona di confine. Un errore, come ne hanno fatti tanti anche in seguito, e come in ogni guerra si ripetono, con le stesse vittime: civili inermi, magari bambini.

Nel frattempo mio nonno, appena arrivato a via Maggiore senti urlare: “Hanno bombardato a Santa Maria. Hanno distrutto la Chiesa”. Insieme a Don Amedeo e a un giovanissimo Emilio Conti, che successivamente divenne sindaco di Artena, tornarono di corsa a Santa Maria.

Quello che apparve loro li tramortì e li segno per il resto della vita. Macerie dappertutto, fumo che si alzava denso in cielo; odore acre, e decine di corpi sparsi, morti ammazzati da una violenza inaudita. Cominciarono a urlare, a chiamare, a parlare con quelli che sembravano vivi. La chiesa non c’era più! O meglio: era rimasta una unica parete, la stessa che conteneva la Statua della Madonna delle Grazie, anch’essa intatta, con quello sguardo che, ovunque ti trovi, pare guardarti.

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Toccò a Don Amedeo tirare fuori il fratello gemello Corrado, da sotto le macerie. Era ancora vivo, ma con la spina dorsale completamente distrutta. Fece appena in tempo a ricevere l’olio dei morti e poi lo vide spirare tra le sue braccia.

I deceduti furono raccolti e portati in comune dove fu allestita una camera ardente.

Ogni artenese per quel giorno ha una storia da raccontare; ogni famiglia del posto è orfana di qualcuno spirato sotto quel bombardamento. Per questo quella tragedia è ancora viva nella nostra città.

Vittorio Aimati

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