IL MIO CANE COME L’EROE DEI FUMETTI

ZAGOR E’ MORTO A PIU’ DI QUATTORDICI ANNI.

Ho parlato sempre molto poco del mio cane, ma non vi sorprendete se lo metto in questa parte del blog, la parte riservata alle persone: Zagor era essere vivente e molte volte umano, certamente ben meno cane di certi umani cani davvero.

E’ morto il mio speciale quattro zampe il 24 aprile, dopo oltre 14 anni di vita. Era nato a Guidonia, per la precisione dentro l’aeroporto, alla fine di febbraio del 2007 e il 25 aprile di quello stesso anno ce lo siamo portati a casa.

Non era il primo cane che allietava me e Fulvia, ma è stato quello che sinceramente ho vissuto più degli altri.

I primi sono stati due pastori maremmani giganti: Tex e Bianca. Tex aveva una testa come quella di un elefante e Bianca, sua sorella, più smilza ma più astuta. A sei mesi Tex e Bianca sono stati avvelenati, ma lei, furba, non ha mangiato quella polpetta piena di vetri che ho ritrovato fra l’erba. Lui purtroppo si. E’ morto dopo ore di sofferenza tra le braccia di Fulvia. Ho promesso a me stesso che non avrei preso più cani, ma poi mi sono detto che Bianca era rimasta sola e allora mi sono convinto a prendere Bobo, stessa razza, stessa madre e stesso padre di Bianca, ma cucciolate diverse.

Alla loro morte, ero certo che non avessi più avuto animali, invece, appena arrivato a casa nuova, con un bel giardino attorno, sembrava proprio il caso di vivere con un cane, anche per fare la guardia, come si dice. Ecco, quindi, Zagor. Noterete che per i nomi ho pescato fra i miei eroi giovanili dei fumetti.

Zagor aveva uno spazio non indifferente, eppure appena il cancello restava aperto, se la svignava e se ne andava in giro per Artena, senza mai fare del male ad alcuno: camminava, guardava, fiutava, qualcuno lo accarezzava, qualche altro lo prendeva a calci, perché molti sono infinitamente stronzi, poi se ne tornava, assetato, affamato a volte felice a volte affranto. Sapeva dove stavano i suoi amici e quando se ne usciva dal cancello faceva il giro delle sette chiese e andava a trovarli. Io andavo a riprendermelo, così per sicurezza, sapevo che non faceva del male ad alcuno, però desideravo evitare ogni problema con gli altri che vedendo questo cagnone così grande avrebbero potuto avere una reazione di timore. Appena arrivavo, lui mi guardava come a dire: “Ecco questo rompi che mi viene a prendere”, a volte non voleva salire in macchina, altre quando era stato fuori per molto, appena vedeva l’auto, che riconosceva perfettamente,  veniva incontro, saliva di corsa sul sedile posteriore e si sdraiava felice di essersi fatto una passeggiata così lunga.

La guardia non la faceva, nel senso che chiunque entrasse dal cancello per lui era amico ed erano solo feste.

Del nostro giardino era il padrone, ma sapeva condividere quello spazio con gli umani e con gli altri cani. I primi li fiutava, li annusava e poi si aggirava tra loro senza dare fastidio, magari si sdraiava ai loro piedi in attesa di coccole. Con i suoi simili era ancora più accogliente, anche con l’ultimo arrivato che da cucciolo è stato accolto da Zagor come un principino, e non si è pentito di questo nemmeno quando l’ultimo arrivato, ormai grande, ringhiava e azzannava Zagor, perché ora si sentiva lui il re del territorio. Eppure Zagor, paziente, docile e saggio, ha sopportato anche questo.

Ora Zagor all’età di quattordici anni e un paio di mesi se ne è andato, ormai vecchio, con qualche problema neurologico, ma in maniera dignitosa, così come aveva vissuto e aveva allietato la vita di tutti noi.

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