TRE SECOLI DALLA MORTE DI MARIA BUCCI

STORIE DI DONNE. UN NUOVO PROGETTO. LE DONNE CHE HANNO LASCIATO TRACCIA NEL RACCONTO DELLA NOSTRA CITTA’. COMINCIAMO CON IL GIGLIO INSANGUINATO

Il 15 maggio prossimo, saranno tre secoli dell’assassinio di Maria Bucci che è certamente la Santa Maria Goretti di Artena, anche se il suo omicidio non ha avuto la stessa conclusione della Santa di Nettuno.

E’ sintomatico che i tre secoli dalla morte di Maria cadranno il 15 maggio, giorno in cui Artena festeggerà la Madonna delle Grazie.
Il 15 maggio del 1721 era un giovedì, già si festeggiava la Madonna delle Grazie, ma per la Processione bisognava attendere ancora dieci anni, la Statua, però, era già nella chiesa di Santa Maria e in quel periodo era acclamata il 2 luglio di ogni anno.

Quella data risaliva a sei anni prima. Originariamente la Madonna delle Grazie era contenuta nella piccola cappella di San Lorenzo, all’interno della chiesa di Santa Maria. La cappella era fatiscente, a rischio crollo e quando il 12 maggio 1715 il Vescovo di Segni Michele Ellis la visitò, accorgendosene di persona, ordinò l’immediata demolizione della cappella e il suo riammodernamento. Nel periodo dei lavori la Statua della Madonna era stata contenuta nella chiesa di Santa Croce.

Il 2 luglio del 1715 i lavori di rifacimento erano terminati e con una solenne processione l’Immagine della Madonna fu riportata da Santa Croce a Santa Maria e collocata nella nuova cappella. Le cronache del tempo raccontano che l’entusiasmo del popolo fu incredibile e che il Vescovo, anche lui presente alla cerimonia di traslazione, concedesse un’indulgenza di quaranta giorni.

Tra quella folla c’era anche Barbara Pomponi con a fianco suo marito Domenico Bucci, contadino che aveva terra da lavorare a Mezzaselva, e con loro era presente la figliola Maria che aveva dodici anni.

Il padre, Domenico, era figlio di Francesco e nipote di Don Lorenzo, prete di Santa Croce. Domenico aveva altri due fratelli: Gaetano e Angelo. Quest’ultimo, nato nel 1662, a diciannove anni entrò in convento e divenne padre Gerolamo da Montefortino, uno dei personaggi più straordinari dell’intera storia della Città.

All’epoca dei fatti che vi sto raccontando, Padre Gerolamo era un filosofo e studioso di filosofia, al punto di scrivere l’opera “Joannis Duns Scoti summa teologica”, la dottrina completa del pensiero di Giovanni Scoto, filosofo e teologo francescano scozzese, tra i più grandi del medioevo, beatificato nel 1993, e dedicarla al re di Spagna Filippo V, amico fraterno di Padre Gerolamo.

La piccola Maria era stata educata dai genitori, ma anche dallo zio, all’amore verso il prossimo, a seguire i comandamenti cristiani, a sentirsi pura e protesa verso il Cielo.

Quel 15 maggio 1721 Maria e il fratello Angelo si recarono a Mezzaselva per sistemare una recinzione di un terreno che era continuamente danneggiato dal bestiame.

Il padre era morto da qualche tempo e alla terra dovevano pensarci ormai i figlioli. Partirono presto di mattina perché dovevano fare circa quattro miglia (poco più di seimila metri) di strada con il carretto.

Arrivarono alla contrada Fontana Lupula, presso Tagliente, nella zona di Mezzaselva al confine tra Montefortino e Palestrina, quando il sole era già alto.

Serangeli racconta: “Trovandosi Maria e Angelo (il fratello) Bucci, figliuoli di Domenico e Barbara Pomponi di Montefortino, a riaccomodare le fratte alle canape, vicino alla terra di Mezzaselva, confinate con la loro terra acciò non fosse danneggiata dal bestiame[1].

Intorno a mezzogiorno di quella giornata assolata, Angelo si discostò da Maria per entrare nel bosco a tagliare qualche tronco per ricavarne i pali che sarebbero serviti alla recinsione. Lei era rimasta ai limiti del terreno ad attendere il ritorno del fratello. In quel momento spuntarono dalla selva alcuni uomini armati. Si trattava dei fratelli Antonio e Gennaro De Ventis di Spigno, di Pietro Giannino di Ischia, e degli altri fratelli Francesco e Gabriele Matarese di Napoli. I cinque stavano fuggendo perché avevano sparato un’archibugiata, uccidendolo, al governatore del feudo di San Gregorio. Erano armati e circospetti perché inseguiti dagli sbirri. Appena si accorsero che Maria era sola, si diressero lesti verso di lei. Appena li vide, Maria capì subito le loro intenzioni. Tre malfattori la presero cercando di violentarla. Maria si difese come una tigre e nel frattempo urlava disperata per richiamare il fratello. Era furente, colpì al viso più volte i delinquenti, li graffiò, li morse, li prese a calci e a pugni, ma non riuscì a fermarli[2]. I tre riuscirono a immobilizzarla, lei abbattuta e demoralizzata cadde in ginocchio e si raggomitolò su stessa piangendo e pregando i tre di non usarle violenza: “…Si raccomandò la donzella, che quei scelerati non offendessero la sua purezza[3].

I tre delinquenti non ebbero alcuna pietà e la minacciarono di morte se non fosse stata accondiscendente ai loro desideri. Quando Maria si accorse che i tre avrebbero comunque soddisfatto le loro abiette voglie, cominciò a pregare e con tutte le forze che le erano rimaste, si tenne le estremità delle vesti, talmente strette che gli stupratori non riuscirono a violarla.

Uccidetemi pure – urlo loro Maria – preferisco morire che macchiare il mio onore[4].

I tre, sorpresi dalla reazione della giovane contadina, rinunciarono al loro disegno violento, ma uno di essi, probabilmente il più spietato, in segno di spregio, le sparò un’archibugiata nel petto. Il cuore di Maria si fermò all’istante e proprio in quel momento arrivo Angelo di corsa e appena vide la sorella al suolo in una pozza di sangue, le si gettò addosso maledicendo gli uomini. Quelli, non paghi del delitto appena commesso, intimoriti che Angelo li potesse riconoscere, spararono anche a lui per eliminare lo scomodo testimone, poi di corsa fuggirono. Un paio di loro si diresse verso Giuliano (oggi Giulianello), altri prima arrivarono a Cisterna poi andarono a Nettuno, dove si persero le tracce.

Serangeli, che in quel momento storico viveva a Montefortino, nella sua storia della Città scrisse: “Degna di essere annoverata tra le più celebri notizie degli avvenimenti della mia patria, anzi del Mondo stesso, mi sembra sia il coraggio di una giovane che per non cedere alle infami violenze di alcuni scelerati, volle piuttosto sacrificare la propria vita alla pudicizia, scegliendo la morte a cui seguì anche quella del fratello Angelo, accorso in sua difesa[5].

Dopo qualche minuto dal fatto cominciarono ad arrivare i primi soccorsi da Lugnano (oggi Labico). Erano un bifolco del principe Pamphili e alcune donne, che trovarono il corpo di Maria già morta e il fratello agonizzante. Morì qualche ora dopo tra le braccia della madre che, avvertita, era subito accorsa sul luogo del delitto.

I tre assassini riuscirono a far disperdere le loro tracce. Uno solo fu catturato. Il processo stabilì che era il meno colpevole e fu condannato al carcere a vita, gli altri furono condannati a morte, però in contumacia: di loro non si seppe più nulla.

Il giorno dei funerali tutta la Città era presente a rendere omaggio ad Angelo e Maria, che da allora divenne per tutti “Il Giglio insanguinato”.

Ora, a tre secoli dalla morte di Maria, spero che l’Ente Locale voglia ricordarsi di questa sua umile cittadina, e iniziare ogni possibile attività per renderla conoscibile alla Città e al “Mondo stesso”, come scrisse Stefano Serangeli.


[1] Stefano Serangeli: Tomo II pgg. 355-372

[2] Raffaele Bucci: Barnaba Bucci e i suoi discendenti; pag. 9. Artena 1993

[3] Stefano Serangeli: Op. cit.

[4] Idem

[5] Idem

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