QUANDO AD ARTENA CI FU…IL PREFETTO

IL PREFETTO MORI, IL COSIDDETTO PREFETTO DI FERRO, FILM DI PASQUALE SQUITIERI CHE NEL 1977 FU GIRATO ANCHE AD ARTENA

La locandina del film

Qualche tempo fa pubblicai, sempre su questo blog, la storia, molto sommaria evidentemente, di tutti (o quasi) i film girati ad Artena. Tra essi ce ne sono stati alcuni di gran successo. Cito, ad esempio, Giulietta e Romeo film del 1968 di Franco Zeffirelli, Vedo Nudo con Nino Manfredi e alcuni film di Pasquale Squitieri (https://aimatiblog.wordpress.com/2019/04/23/artena-location-naturale-per-moltissimi-registi/).

Il film, che più degli altri ha reso celebre Artena come set cinematografico è stato certamente Il Prefetto di ferro, girato da Pasquale Squitieri nel 1977 e che l’anno dopo vinse il David di Donatello come migliore pellicola dell’anno. Il film fu interpretato da attori che in quegli anni erano famosissimi: Giuliano Gemma, Claudia Cardinale, Stefano Satta Flores, lo spagnolo Francisco Paco Rabal e Lina Sastri. A loro Squitieri accompagnò una serie di comparsate locali, e tra esse anche Don Amedeo Vitelli, a quel tempo parroco della Collegiata di Santa Croce.

Ecco la scena in cui il protagonista è Don Amedeo Vitelli

La storia scritta da Arrigo Petacco e sceneggiata dallo stesso autore e da Squitieri, si svolge in Sicilia. Il Prefetto Cesare Mori (Giuliano Gemma, sarebbe dovuto essere Burt Lancaster ma il divo americano era malato), noto per la sua inflessibilità nel tutelare lo Stato e la Legge, viene inviato a Palermo nel 1925 da Benito Mussolini, quale Prefetto e con eccezionali poteri, per combattere la mafia. Coadiuvato dal maggiore dei carabinieri Spanò (Stefano Satta Flores), Mori ottiene confidenze e raccoglie numerosi indizi, ma è impossibilitato ad agire legalmente per la mancanza di prove o di testimonianze. In Sicilia la mafia si serve, in quel momento storico, del brigantaggio come sua mano armata. Il Prefetto, allora, decide di spaventare i mafiosi per ridare al popolo un po’ di fiducia nello Stato. E’ lui stesso a condurre una vasta operazione di repressione del brigantaggio nel paese di Gangi (Artena) ove, per snidare i briganti dai rifugi sotterranei, ricorre all’assedio e alla chiusura delle condotte d’acqua. A Gangi (Artena) arresta Don Calogero Albanese, il capo del brigantaggio locale, che si suicida. A questo punto della storia il Prefetto Mori si volge contro i “gentiluomini”, cioè la mafia più potente. L’irruzione nello studio notarile di Concetto Tarvisio gli mette in mano documenti che porterebbero all’arresto di mezza Sicilia. La pista più grave è quella che lo conduce all’on. Galli, federale fascista. Il colpo è troppo grosso: il fascismo non può permetterselo. Mori viene richiamato a Roma, dove sarà fatto senatore mentre il suo posto verrà trionfalmente rilevato dal camerata Galli.

Gangi, come detto, è Artena. Gangi è un paese che esiste per davvero e si trova nella Sicilia centrale, in provincia di Palermo al confine con la provincia di Enna, a fianco al parco delle Madonie. Il paese è abitato da poco più di 6500 persone e, come Artena, ha una storia medievale. Nel 2014, facendo parte del circuito dei Borghi più belli d’Italia, è stato nominato Borgo dei Borghi.

La prima immagine di Gangi nel film è rappresentata dalla collegiata di Santa Croce e Stefano Satta Flores, rivolgendosi al Prefetto Mori, dice: “Gangi è la roccaforte del brigantaggio, è considerato un rifugio sicuro”. Lo sceneggiatore non sapeva certamente che anche quel Paese che la cinepresa stava inquadrando, trent’anni prima di quella vicenda, era stato considerato il Paese dei briganti. Quando il film fu proiettato, prima nei cinema di Colleferro e subito dopo in quello di Artena, all’affermazione di Satta Flores su Gangi, ci fu un brusio generale che sottolineava il parallelismo tra la città siciliana e Artena.

La prima immagine di Artena (Gangi) nel film Il Prefetto di Ferro

Il brusio si trasformò in sorpresa e ilarità quando apparve Don Amedeo Vitelli, che alla visione del film, rimase deluso perché lo avevano doppiato. “Ho gridato talmente tanto – ebbe a dire il prete – che mi hanno sentito fino a Colleferro, e questi, invece, mi hanno doppiato…”

Ad Artena le riprese si concentrarono alle Fornaci, la zona sottostante la cave di calcare a fianco al Paese, e all’interno del Centro Storico, dove furono realizzate alcune tra le scene fondamentali del film. Squitieri cercava nascondigli dove poteva girare le scene della cattura dei briganti e si sorprese quando s’accorse che non li avrebbe dovuti costruire, ma che gli venivano offerti dalla conformazione delle case del Paese.

Due scene del film girate alle Fornaci

Le scene dall’alto vennero girate in una mattinata e le antenne delle televisioni che insistevano sui tetti, furono rimosse dai tecnici del film che dopo aver girato le risistemarono nel loro sito. Per questo scomodo furono date 100 mila lire alle famiglia a cui era stata tolta l’antenna. Per la partecipazione Don Amedeo ebbe come donazione per la parrocchia 500 mila lire.

Alcune scene del film

La troupe rimase ad Artena per tutto il tempo del girato. Alloggiavano da Chiocchio sia Squitieri che la sua compagna Claudia Cardinale, mentre gli altri attori rimasero saltuariamente.

Il film ebbe un grande successo sia al botteghino che di critica, ed è oggi annoverato come il miglior film di Pasquale Squitieri, quello che ha consacrato come attore drammatico Giuliano Gemma, che ha interpretato un personaggio che non si dimentica tanto presto.

Pasquale Squitieri

Nella realtà, il Duce, deciso a sradicare il fenomeno mafioso, aveva nominato Cesare Mori prefetto di Trapani nel 1924 e poi di Palermo l’anno successivo, conferendogli pieni poteri, sugellati da un telegramma che non nasconde secondi fini: “Vostra Eccellenza ha carta bianca, l’autorità dello Stato deve essere assolutamente, ripeto assolutamente, ristabilita in Sicilia. Se le leggi attualmente in vigore la ostacoleranno, non costituirà problema, noi faremo nuove leggi”. Il suo mandato durò cinque anni e produsse risultati che nessuno mai avrebbe eguagliato. Non si fece scrupolo di pestare i piedi anche al potentissimo ras fascista Alfredo Cucco, espulso in seguito dal Pnf, cinse d’assedio l’intero paese di Gangi per arrestare boss latitanti e fece condannare all’ergastolo Don Vito Cascio Ferro, il mandante dell’omicidio dell’agente Joe Petrosino.

Il prefetto Mori non è mai stato fascista, ma essendo un uomo dello Stato era considerato tale e per questo non è mai stato valutato come un eroe antimafia, ma la sua efficacia nella lotta alla mafia fu tremenda e produttiva.

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