LA PASQUETTA DEGLI ARTENESI

Per il secondo anno consecutivo, il Lunedì dell’Angelo, “in Albis” come dicono in Campania e nella stragrande maggioranza del Sud Italia, non è più lo stesso. L’emergenza sanitaria e i restringimenti statali non ci consentono di festeggiarlo come da sempre siamo stati abituati a fare, con la gita fuori porta, insieme ad amici e parenti e con grandi abbuffate all’aria aperta.

A Pasquetta gli italiani di dividevano in quelli che partivano e se ne andavano al mare, soprattutto se Pasqua era alta nel calendario, e quelli che preferivano mete agresti come la campagna fuori città. I prati sterminati del Vivaro per molti romani erano (e rimangono) mete ambite e frequentatissime, mentre molti altri partivano per raggiungere le case di paese dei loro nonni, dove trascorrere una giornata fuori dalla confusione della Capitale. C’era, invece, chi dal proprio paesello, io l’ho fatto spesso, raggiungeva Roma e la trovava svuotata e quindi nettamente più amabile e più “a portata di mano”.

Ad Artena la Pasquetta, fin dalla sua istituzione come festa, avvenuta nel 1946, è stato un giorno particolarmente speciale per gli artenesi che hanno sempre avuto un paio di mete privilegiate dove trascorrere la giornata: il Lago di Giulianello e Piana Civita.

Qualcuno che legge penserà: “ma io non ci sono mai stato a Pasquetta né al Lago di Giulianello né a Piano della Civita”, ed è certamente possibile che abbia ragione. Queste, infatti, erano le mete che i nostri nonni e i nostri genitori raggiungevano negli anni tra il 1950 e il 1980. In questi trent’anni difficilmente la Pasquetta degli artenesi veniva trascorsa in altri luoghi. Piana Civita più del Lago, perché era possibile raggiungerla a piedi, dopo una scarpinata in salita di quasi tre chilometri. Al Lago no, dovevi per forza avere l’auto per raggiungerlo, infatti la meta lacustre è diventata più di moda negli anni settanta quando l’automobile era a disposizione quasi di tutti.

Autentiche carovane di amici e parenti partivano dal Paese, salivano fino a Fordeporta, e poi, dopo aver attraversato il piano di Santa Maria, giungevano a Piana Civita. La vastità del promontorio consentiva a ogni gruppo di avere un suo spazio, dove tra canti e balli, ci si ingolfava di carne cotta alla brace, fave, pecorino, carciofi alla matticella, baccalà e patate, oltre ai primi piatti che le donne avevano preparato al mattino presto e riposti nelle grandi ‘nzalatiere. Il tutto era poi annaffiato dal vino rigorosamente rosso fragolino. Il vino prodotto nelle campagne artenesi non è mai stato un vino particolarmente pregiato, però il rosso fragolino era un’amabile accompagnamento dei nostri squisiti piatti.

Il Lago di Giulianello non era una meta esclusiva degli artenesi, ma arrivavano sul lago, che è territorialmente di Artena, anche da zone vicine. C’erano compagni di amici che venivano da Cori o che venivano da Velletri o da Lariano e, qualche volta, potevi trovare anche qualche sparuto gruppo che arrivava da Roma.

La meta della gita di Pasquetta si decideva già da oltre una settimana prima, quando si cominciava a formare il gruppo di partenza. Democraticamente si dava voce a tutti, c’era chi voleva andare alla Civita, chi al Lago, ma c’era anche qualcuno più ardito che proponeva mete non tradizionali, ma che venivano immediatamente scansate. Quando tutti erano d’accordo dove trascorrere la giornata di Pasquetta, si cominciava a decidere chi portava cosa, e la scelta, dei primi piatti soprattutto, era sempre effettuata in base alla bravura di chi doveva cuocere il prodotto.

Negli anni ottanta le mete della Pasquetta cominciarono ad essere più variegate: rimanevano sempre Piana Civita e il Lago di Giulianello, anche se meno frequentate, ma cominciavano ad essere oggetto di gita anche le zone che da Artena arrivavano a Rocca Massima: la zona della fontana dei Canalicchi, o quella della fontana del Formale o ancora i prati infiniti sotto la Falascosa.

Più avanti negli anni divennero rarissimo le Pasquette trascorse a Piano della Civita o al Lago di Giulianello e nelle campagne artenesi, a scapito di gite di qualità in borghi storici o in Abbazie e Conventi o nel pieno relax di una spiaggia del litorale tirrenico.

Io, ad esempio, fattomi convincere da un gruppo di amici a trascorrere una Pasquetta nel borgo storico di Calcata, definito il Paese degli artisti, non ho lesinato improperi e parolacce nei confronti di questi amici: “Ma io sono nato e vivo ad Artena e voi mi portate a Calcata? Con tutto il rispetto per Calcata, ma il mio Paese è un’altra cosa”. E così ho deciso, quando sarà nuovamente consentito, la mia Pasquetta sarà tra i vicoli, le riseghe, gli angoli del Centro Storico di Artena, tra le pietre bianche e lisce del mio amatissimo Paese.

Un pensiero riguardo “LA PASQUETTA DEGLI ARTENESI

  1. Bravo Vittorio. Lo Stefano Serangeli del terzo millennio. Grazie a te Artena vivrà per sempre

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