“HANNO BOMBARDATO A SANTA MARIA”

77 ANNI DALLE BOMBE CHE HANNO DISTRUTTO L’EDIFICIO DI CULTO PIU’ CARO AGLI ARTENESI. MORIRONO 23 PERSONE IN QUELLA TRAGICA GIORNATA DI FINE GENNAIO. COME OGNI ANNO HO PIACERE A RICORDARLO

La Chiesa dopo il bombardamento

La sirena di Colleferro cominciò a suonare alle due del pomeriggio. Il suono era talmente forte che si sentiva in tutta la Valle e nei piccoli paesi appiccicati ai Lepini e ai Prenestini.

Alla fabbrica di Colleferro ricevevano i messaggi attraverso i telegrafi. Questi dispacci, che arrivavano in tempi reali, avvertivano dell’arrivo dei bombardieri. Non si conosceva il luogo dove quegli aerei avrebbero sganciato il carico mortale e proprio per questo suonava quella sirena, era l’avvertimento: “stanno arrivando aerei, rifugiatevi”.

Il 30 gennaio 1944, domenica, era arrivata nel quartier generale alleato la notizia che le truppe tedesche si stavano spostando verso Cori. Quel giorno gli alleati sganciarono tonnellate di bombe sulla città lepina in provincia di Latina. La città fu rasa al suolo e le vittime furono oltre un centinaio e la maggior parte di esse si trovavano dentro le Chiese certe che gli alleati non avrebbero mai bombardato un luogo di culto.

Nel quartier generale alleato si era sparsa la voce della presenza del feldmaresciallo Albert Kesserling e di altri ufficiali tedeschi in una località detta Santa Margherita. I traduttori non potevano sapere che Santa Margherita era una zona della periferia di Cori affacciata verso il mare, credettero che si fosse trattato di una Chiesa e quindi l’ordine era quello di colpire tutte le Chiese della Città.

Il giorno dopo, il 31 gennaio, gli stessi traduttori ricevettero un messaggio che recitava pressappoco così: “Grandi quantità di truppe tedesche si stanno ammassando nelle ‘Costi’ della Città di Artena

Costi fu tradotto come confini e l’ordine che partì fu quello di bombardare ad Artena tutti i luoghi di confine del territorio.

All’una e mezza di quel caldo lunedì, ventiquattro aerei liberator canadesi si alzarono in volo da Cassino per arrivare sui Lepini.

I Liberator, più dettagliatamente Consolitated B-24 liberator, erano bombardieri pesanti quadrimotori e proprio per questa caratteristica erano stati soprannominati Fortezze Volanti.

Erano gli aerei di punta degli alleati, costruiti in 18 mila esemplari, erano utilizzati per bombardare su tutta la penisola.

Quando la sirena della fabbrica di Colleferro cominciò a suonare, a Santa Maria c’era una grande quantità di persone. Come detto la giornata era assolata e calda e molti residenti del Centro Storico, che non vedevano il sole da settembre, s’erano recati sul pianoro attiguo alla Chiesa inondato dai raggi caldi del primo pomeriggio.

A Santa Maria erano di stanza anche alcuni frati francescani e i fratini che frequentavano il collegio serafico, che stavano attendendo il giorno dopo per tornarsene a casa.

Il convento serafico era stato requisito dai tedeschi, ormai da una settimana, che avevano ricavato nei grandi cameroni dell’edificio il loro ospedale.

I frati e tutti i fratini erano stati costretti ad emigrare. La maggior parte di loro se n’erano già andati nelle case d’origine, i pochi rimasti attendevano per tornarsene a casa e nel frattempo erano stati ospitati da alcune famiglie artenesi, svolgendo le loro attività nella Chiesa di Santa Maria.

In quel momento i fraticelli, che erano tornati a Santa Maria dopo aver pranzato, prima della preghiera pomeridiana avevano deciso di giocare alla bandiera.

Padre Corrado aveva diviso i ragazzi in due squadre, lui aveva preso il fazzoletto bianco che teneva nella tasca dei pantaloni sotto il saio, e chiamava i numeri. C’era un bel fermento divertente, pareva quasi che tutti si fossero dimenticati della guerra.

Fu la sirena di Colleferro a riportarli alla triste realtà.

Tutti quelli che stavano a Santa Maria cominciarono a scappare: chi si gettò nella campagna, chi tra i boschi di Costa Sepeta, chi tornò di corsa a casa. I frati chiamarono a raccolta i fratini ed entrarono di corsa nella Chiesa.

Nel frattempo all’altezza di Colleferro, la pattuglia aerea si divise. Metà della squadriglia virò e si diresse verso Palestrina, l’altra metà puntò diritta su Artena.

Alla Costagliardini, le persone correvano verso Fordeporta urlando, impaurite per loro e per i familiari che stavano in casa.

Nella Chiesa i fratini erano stati nascosti dietro una nicchia. Padre Corrado, però, si accorse che un paio di ragazzetti erano rimasti allo scoperto. Li chiamò, li fece entrare nella nicchia ma lui restò fuori. Decise, allora, di coprire con il suo corpo l’ingresso della nicchia.

Cominciarono a recitare l’Ave Maria. Non fecero in tempo di pregare per la Vergine una seconda volta, che una bomba colpì in pieno la Chiesa squarciandola.

L’esplosione rase al suolo praticamente tutto l’edificio. Sotto le macerie rimasero uccisi tre sacerdoti, tra cui padre Corrado che con il suo sacrificio aveva salvato la vita ai fraticelli che aveva fatto entrare nella nicchia al suo posto. Morirono anche nove fratini di età compresa fra gli undici e i tredici anni.

Le bombe scatenarono l’inferno anche in Paese che fu colpito ripetutamente e sotto quelle bombe morirono altre undici persone, per un totale di 23 tra uomini, donne e bambini (furono 108 i civili morti ad Artena durante i bombardamenti del 1944)[1].

Quando il bombardamento terminò il silenzio fu rotto dalle urla dei feriti e da quello delle persone che avevano assistito alla tragedia: “Hanno bombardato a Santa Maria, hanno bombardato a Santa Maria”, urlavano mentre correvano verso la Chiesa.

I primi ad arrivare furono il Maestro Felicetto, Alfonso Zangrillo,  Domenico Mecchio, Don Amedeo, Emilio Conti, Carlo Di Cori, Angelo Pompa, Paolo Lattanzi, Umberto Cece, Angelo Coculo e Nannina Felici[2].

Tutti si misero a scavare con le mani nude per trovare i corpi sepolti dalle macerie. I feriti furono trasportati al Municipio, dove i medici delle condotte, Solaro e Natalizia, aiutati dall’infermiera Valeria Valeri e da Arturo Mastrangeli, cominciarono a offrire le prime cure[3].

Della Chiesa era rimasta in piedi solamente una parete, quella che conteneva la statua della Madonna delle Grazie, mentre la statua della Madonna delle Letizie andò completamente distrutta.

Come si seppe qualche giorno dopo, gli alleati avrebbero dovuto bombardare le Costi, ma ad Artena le Costi non erano i confini, ma la Villa Borghese che a quel tempo era chiamata in questo modo. E infatti la Villa Borghese quel 31 gennaio era piena zeppa di soldati tedeschi: nessuno di loro morì durante il bombardamento, anzi, per reazione gli ufficiali tedeschi, aiutati dai volenterosi fascisti del luogo, cominciarono un rastrellamento a piazza della Vittoria, costringendo a seguirli anche quelli che stavano portando i soccorsi ai feriti.

Quel 31 gennaio 1944 è unanimemente riconosciuto come la più brutta giornata della storia moderna di Artena


[1] Dal libro di Giuseppe Bucci “Artena nella bufera della guerra”

[2] Idem

[3] Idem

Un pensiero riguardo ““HANNO BOMBARDATO A SANTA MARIA”

  1. Il mio caro papà, Alessandro, mi raccontava, ogni volta con le lacrime agli occhi, quel triste episodio del quale era stato testimone oculare, nascosto nella vegetazione, poco distante, aveva visto saltare letteralmente in aria i fratini che conosceva.

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