PAOLO ROSSI E’ LEGGENDA !

CON LA MORTE DI PABLITO SE NE VA UN ALTRO MITO DELLA MIA ADOLESCENZA

La prima pagina della Gazzetta dello Sport il giorno dopo la vittoria del Mondiale 1982

Tra il 1976 e il 1980 frequentavo il liceo scientifico di Colleferro. Ogni mattina acquistavo il mio giornale preferito che era Tuttosport, quello che più si avvicinava ai miei gusti calcistici. C’erano due grandi giornalisti che amavo leggere di più: Giglio Panza e Vladimiro Caminiti, due poeti.

Non passava giorno che su quel quotidiano non leggevo le gesta di un giovane calciatore che si chiamava Paolo Rossi, che era l’argomento di discussione dei nostri discorsi giovanili, soprattutto nel tragitto che dalla piazza di Colleferro c’era da fare fino all’istituto scolastico che frequentavo e che percorrevo quasi sempre in compagnia degli amici di Artena che andavano in quella stessa scuola.

Di Paolo Rossi avevo letto già nel 1974 su Hurrà Juventus, l’organo ufficiale della squadra bianconera, che descriveva l’allora diciottenne Rossi come un vero e proprio astro nascente del calcio italiano. Anche se era troppo incline agli infortuni.

Rossi è stato quello che mi ha fatto battere il cuore dall’emozione (parlo di calcio evidentemente quindi è tutto relativo e anche l’emozione va commisurata all’argomento) tra i miei 13 e i miei 24 anni.

Era il vero boom del calcio italiano di metà anni settanta. Nel 1975 il presidente Boniperti lo mandò in prestito a Como e l’anno dopo convinse il presidente del Vicenza Farina ad acquistare in comproprietà fra Vicenza e Juventus il calciatore. Boniperti aveva visto i tanti troppi infortuni del ragazzo e non scommetteva più tanto sul futuro roseo del giocatore.

Due anni a Vicenza con la promozione in serie B e capocannoniere del torneo cadetto, e l’anno dopo il secondo posto della squadra del Lanerossi in serie A: non era mai accaduto.

Con il Vicenza Rossi segnò ben 60 reti, un bottino che convinse Boniperti a riprenderselo. Ma il presidente del Vicenza lo voleva tenere. I due non si misero d’accordo e alla scadenza della compartecipazione, si andò alle buste. Significava che i due presidenti avrebbero dovuto scrivere su una busta il prezzo della metà del cartellino del giocatore. Chi avesse scritto il prezzo più alto si sarebbe aggiudicato l’intero calciatore pagando quel prezzo al rivale. Boniperti scrisse circa 600 milioni, mentre Farina scrisse 2 miliardi e 612 milioni. La cifra destò uno scandalo clamoroso che si riverberò anche in Parlamento, ma alla fine Rossi andò a Vicenza, che pagò quella cifra enorme per l’epoca.

Intanto nel 1978, Enzo Bearzot allenatore che stava costruendo la nazionale per partecipare ai mondiali di Argentina, incluse Rossi tra i ventidue convocati, e alla vigilia della prima partita con la Francia, lo inserì nell’undici titolare della più bella nazionale degli ultimi cinquant’anni. A quel mondiale l’Italia giunse al quarto posto, giocando il calcio più bello che si era visto fino ad allora. Paradossalmente fu proprio questo calcio così spumeggiante, e qualche errore, a non consentire alla squadra di raggiungere la finale. Fin da subito, però, Paolo Rossi entrò nell’immaginario collettivo della Nazione. Per noi ragazzi non ancora ventenni era un sogno vedere un quasi coetaneo (con lui c’era anche Cabrini) essere tra i calciatori più forti del Mondo.

Nel 1980 Rossi fu accusato di aver truccato una partita, Avellino – Perugia, squadra in cui era approdato in prestito e fu squalificato per due anni. In quella gara Rossi realizzò una doppietta. Paolo Rossi negò ogni addebito, ma alla fine fu squalificato.

La Juventus lo acquistò nel 1981 con ancora la squalifica in corso, che terminò ad Aprile del 1982. Segnò subito all’esordio contro l’Udinese e Bearzot, che stava preparando il mondiale del 1982 in Spagna e che lo aveva atteso, lo convocò tra i ventidue, scatenando le polemiche, soprattutto di quei giornalisti che non lo avrebbero voluto al mondiale, perché lo ritenevano fuori forma dopo due anni di stop.

Le prime partite di quel mondiale parevano dare ragione a quei giornalisti. Rossi sembrava un fantasma in mezzo al campo: non strisciava un pallone, ma Bearzot aveva una fiducia illimitata per il suo ragazzo e non ci rinunciava. Aveva già dovuto rinunciare a un suo pupillo, Bettega, che si era infortunato, non poteva rinunciare anche a Rossi.

Quella nazionale era stratosferica: ZOFF, GENTILE, CABRINI, ORIALI, COLLOVATI, SCIREA, CONTI, TARDELLI, ROSSI, ANTOGNONI, GRAZIANI. Poi: ALTOBELLI, MARINI, BERGOMI, CAUSIO,BARESI, BORDON, DOSSENA, GALLI, MASSARO, SELVAGGI, VIERCHOWOOD, anche se i giornalisti non la consideravano più di tanto.

Quella nazionale, invece, regalò un sogno! Quei calciatori diventarono mitici e Rossi fu leggenda. Rossi fu quello che uccise il Brasile più forte della storia, e che ancora oggi nel paese sudamericano onorano e rispettano. Paolo divenne Pablito, vinse la scarpa d’oro, il Pallone d’oro, e fu per anni l’italiano più famoso nel Mondo.

Rossi è quello che ci fece palpitare con quei suoi tre gol al Brasile, poi due alla Polonia e il gol che sbloccò la finale con la Germania.

Dopo Scirea e Anastasi, con Rossi se ne va un altro pezzo della mia giovinezza e dei miei miti di adolescente.

Vi propongo alcune pagine della Gazzetta dello Sport del 12 Luglio 1982, il giorno dopo la finale del Mondiale. Acquistai quel giornale (che tengo a casa come una reliquia) mentre mi recavo a Roma nel mio primo giorno da militare senza aver chiuso un occhio per i festeggiamenti che continuarono per tutta la notte.

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