STORIA E VICENDE DELL’ASILO DI SANTA CROCE

IL XX SECOLO ARTENESE E’ RICCO DI STORIE EDIFICANTI A RIPROVA DI COME QUESTA COMUNITA’ FINO A UN DETERMINATO PERIODO E’ STATA CHIARAMENTE DA ESEMPIO. A SANTA CROCE SOLO UN VISIONARIO COME DON AMEDEO POTEVA CREARE DAL NULLA UNA SCUOLA PER L’INFANZIA

asilo don amedeo

Tra le storie del novecento artenese che andrebbero raccontate, soprattutto per la portata sociale che hanno avuto, c’è quella dell’Asilo di Santa Croce.

Fino alla fine della seconda guerra mondiale, la scuola ad Artena era un lusso che ben pochi potevano permettersi. La stragrande maggioranza dei nostri concittadini del tempo aveva una istruzione molto al di sotto della media nazionale e tanti, troppi, erano del tutto analfabeti.

Se guardate gli atti di nascita che vanno dal 1874 al 1930, vi accorgerete che il 95% di coloro che andavano a presentare all’anagrafe un figlio appena nato, dichiaravano di non sapere firmare la testimonianza, a tal punto che era necessario dotarsi di un paio di testimoni fra gli impiegati comunali.

E a nulla era valsa la presenza dell’Asilo San Marco, voluto dal sindaco Mannucci e fondato dalle suore dell’ordine delle Figlie della Carità. L’Asilo ospitava i bambini dai tre anni ma poi, quando questi entravano in età scolare, molti venivano spediti sui campi perché due braccia in più facevano comodo. Per le ragazze, poi, la scuola era tempo perso: dovevano ben presto imparare a fare le brave donne di famiglia, quindi a loro erano riservati dei corsi di laboratorio allestiti nello stesso Asilo San Marco.

Tra l’altro, fino agli anni sessanta non esisteva la scuola media, e chi voleva frequentare lezioni, oltre le Elementari, doveva recarsi a Colleferro.

Subito dopo la fine della guerra, quando venne risistemata la scuola da quei pochi insegnati che erano rimasti ad Artena (vedere il mio libro Novecento, Artena 2019), si sentì forte l’esigenza anche di realizzare un asilo presso la chiesa di Santa Croce. Immaginate che fino ad allora, tutti i bambini che abitavano nella parte più alta dell’attuale centro storico, non frequentavano l’Asilo San Marco, posto a valle e quindi di difficile raggiungimento per i ragazzini di tre anni, che certamente non potevano essere accompagnati dai genitori che erano sui campi già dall’alba.

Don Amedeo era diventato parroco di Santa Croce nel febbraio del 1945 e subito si rese conti della situazione grave in cui versava la parrocchia.

Tornato dalla guerra – dice Don Amedeo in uno dei suoi scritti – trovai un paese abbandonato, e come parroco non potevo tollerare che i bambini fossero sempre in mezzo alla strada, senza alcun controllo, senza i genitori, abbandonati a loro stessi, dove imparavano di tutto, non certo l’Ave Maria”.

Fino a quel momento a fianco alla Chiesa di Santa Croce, nella parte che confinava con le prime case di via Maggiore, vi era un giardino che appena un secolo prima era il cimitero parrocchiale.

Il sacerdote aveva progettato che in quel giardino doveva trovare posto un asilo per i bambini di Santa Croce. Don Amedeo, che nella sua vita è sempre stato molto concreto, in breve acquisì tutte le autorizzazioni necessarie, complice anche il sindaco del Paese che era Eligio Pompa, cugino carnale del sacerdote, che, sollecitato dalla bontà del progetto, autorizzò ogni tipo di lavoro.

Alla fine dell’opera, in quel vecchio giardino-cimitero erano stati ricavati un appartamento per le suore e altri due grossi locali che sarebbero stati adibiti ad asilo vero e proprio, oltre a uno spazio esterno per le attività ludiche dei bambini quando era bel tempo.

Una volta terminate le opere murarie, era necessario trovare le suore per l’assistenza ai bambini. Questo era il compito più arduo! Quale ordine avrebbe deciso di costituire una sua casa ad Artena?

Tutto avvenne per puro caso, dopo che il sacerdote aveva chiesto praticamente a gran parte degli ordini presenti a Roma.

Sfiduciato e rassegnato Don Amedeo, una mattina del 1953 si recò a Roma in via della Cisterna dove risiedeva la Madre Generale delle Suore Alcantarine. Era uno degli ultimi ordini che visitava. Aveva più fiducia quella mattina perché Artena aveva dato a quell’istituto ben sei suore.

Al portone del grande palazzo lo fecero attendere più di un quarto d’ora, poi arrivò una suora vecchia ma arzilla. Don Amedeo chiese di poter parlare con la Madre Generale, ma questa vecchina rugosa rispose seccamente che la Madre Generale non aveva tempo. Allora il prete, adesso davvero affranto, chiese di parlare con la vicaria, e questa volta ottenne l’assenso della vecchia suora. Venne accompagnato al parlatorio, e in quell’enorme stanza aspettò l’arrivo della suora. Passò oltre mezzora prima che la vicaria decise che era il caso di parlare con il sacerdote. Don Amedeo comunicò con il cuore, disse che aveva pronto un Asilo, che c’erano tanti bambini in attesa dell’arrivo delle suore, sperando di fare breccia nell’animo della vicaria. Questa pensò a lungo e poi disse che non era possibile. Don Amedeo insistette, ma la vicaria, acida e infastidita, lo fece accompagnare alla porta.

Ero mortificato e avvilito – racconta il prete – e uscii dall’Istituto senza sapere cosa avrei fatto. Intanto me ne dovevo tornare a casa. Poi ci avrei pensato”.

Arrivò a ponte Garibaldi per prendere il tram che lo avrebbe riportato alla stazione Termini dove avrebbe preso il treno. Alla fermata, tra le tante persone che attendevano il mezzo pubblico, c’era una suora “di media statura, magra, tanto semplice, che dagli occhi emanava una santità di vita”. Il prete decise di seguirla per poter parlare con lei.

La Sorella scese a Termini, don Amedeo continuò a seguirla invece di recarsi ai treni. Arrivarono a via Vicenza e la suora entrò al civico 33. Fece passare cinque minuti, poi Don Amedeo suonò al campanello di quel civico. Fu fatto entrare in un lungo camerone e alla suora che lo accolse chiese di poter parlare con la Madre Superiora.

Lo fecero accomodare in un salottino ben arredato, con un inginocchiatoio posto sotto al Cristo Crocifisso, a fianco c’erano un divanetto e due piccole poltroncine. Ben presto arrivò la Madre Superiora dell’ordine.

Appena la vide, Don Amedeo, ricordandosi i suoi trascorsi militari, si alzò in piedi, si mise sull’attenti e poi di colpo s’inginocchiò per baciare il Santo anello della Superiora.

Era Suor Carolina Pera, Madre Generale dell’ordine delle suore del Santo Sepolcro. Suor Carolina lo fece nuovamente accomodare e gli chiese di parlare.

Don Amedeo cominciò a raccontare la storia dell’Asilo e la Sorella lo ascoltò con attenzione.

La bontà e la Santità della vita erano le sue caratteristiche – disse Don Amedeo -. Parlare con questa Madre Generale era lo stesso che parlare a una Santa”.

La Superiora disse che il racconto l’aveva commossa, e avrebbe certamente parlato al Consiglio Generale della richiesta del prete, per verificare se c’era la possibilità di aprire una casa dell’ordine ad Artena. Quando Don Amedeo stava per andarsene, la Madre Generalo lo invitò a restare per pranzo, e lui, che non faceva mai complimenti, accettò. Fu in quel pranzo che ebbe la certezza che avrebbe avuto le suore per il suo Asilo.

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Il 6 ottobre 1955 suor Carolina Pera comunicò che a partite dall’11 dello stesso mese, quattro suore del Santo Sepolcro sarebbero state ad Artena, accompagnate da lei stessa. L’11 ottobre don Amedeo si recò di buonora alla stazione di Valmontone in attesa delle suore. Con lui c’erano due taxi per portare le religiose in Paese. Alle nove arrivarono alla stazione: erano in cinque, le quattro suore che avrebbero preso servizio ad Artena e la Madre Superiora che le accompagnava.

Arrivarono in piazza della Vittoria che già si era radunata una folla di curiosi. Don Amedeo chiamò a caso quattro paesani e gli chiese di portare in parrocchia i bagagli delle sorelle.

Suor Carolina, appena vide il luogo rimase incantata, anche perché frotte di bambini le si fecero incontro festanti.

Entrarono a Santa Croce già completamente piena: tutti volevano conoscere le prime suore dell’Asilo di Santa Croce.

Erano: Suor Bernadetta Bonafè, di Monghidoro, classe 1903, prima superiora della Casa di Artena; Suor Celina Venturi di Castel di Cascio, classe 1926, organista; Suor Fedele Andriulli, di Montescaglioso, classe 1937, ottima cuoca; Suor Chiarina Sassi di Isernia, classe 1935, ricamatrice.

L’asilo fu aperto il giorno dopo: erano stati iscritti oltre cento bambini. I genitori di questi bimbi erano entusiasti nel vedere le suore occuparsi dei loro figlioli, che curavano con amore, attente a ogni particolare.

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Nel giro di pochi mesi le quattro suore rivoluzionarono la parrocchia e divennero più popolari di Don Amedeo, a tal punto che la comunità non faceva mancare nulla alle quattro religiose. Dal canto loro, le quattro non si occupavano solamente dell’Asilo, ma avevano allestito una speciale Schola Cantorum, che tutte le domeniche si esibiva in Chiesa, rendendo fieri i genitori e guadagnandosi l’ammirazione del popolo.

Le quattro sorelle del Santo Sepolcro, anche durante le Estati si rendevano attive nell’educazione dei bambini. Erano loro, infatti, ad organizzare le colonie estive d’intesa con il parroco. Oltre cento bambini, dopo colazione, tutte le mattine, si radunavano sul sagrato della Chiesa di Santa Croce armati di vessilli e tamburi, pronti a partire per Santa Maria dove nello spazio attiguo alla chiesa completavano un centro estivo ante litteram. A mezzogiorno tornavano nell’asilo per il pranzo preparato da Suor Fedele, e subito dopo tornavano a Santa Maria.

Quella della colonia estiva fu un’idea di padre Edoardo Colocci, che negli anni trenta, guardando le statistiche del tempo, si accorse che i bambini di Artena erano soggetti più di altri ad ammalarsi di pleurite. Era necessario quindi farli vivere in un ambiente salubre, prettamente montagnoso. Ad Artena la montagna non c’era, ma c’era – c’è – un altopiano a quota 500 metri circa che poteva essere sfruttato. Fu padre Colocci ad inventarsi le famose colonie elioterapiche, che col passare del tempo divennero colonie estive.

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Le attività di queste quattro suore si estendeva anche alla preparazione dei bambini alla comunione e alla cresima, oltre al normale catechismo domenicale.

Per diciassette anni le suore del Santo Sepolcro sono stata fondamentali per la crescita sociale e civile dei bambini di Artena.

Dopo le prime quattro suore, sono venute ben altre tredici sorelle nella casa di Artena, fra esse quelle più ricordate sono state suor Salvatorina, che era la factotum della casa, e Suor Elisabetta che era la maestra del coro.

Il 14 giugno 1972 la Madre Superiore dell’ordine, inviò una comunicazione al parroco di Artena dove spiegava che a partire dal 1973 le suore del Santo Sepolcro non sarebbero più venute ad Artena: “È con dispiacere che lasciamo la cara popolazione di Artena, la quale si è sempre dimostrata rispettosa, attenta e premurosa verso le suore”.

Già cinquanta anni fa il motivo dell’abbandono della casa di Artena era da ricercarsi nella mancanza di vocazioni.

Nessuno, però, potrà dimenticare il bene che in 17 anni le suore hanno operato per l’Asilo di Santa Croce.

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