Come passò il 2 giugno del 1946 ad Artena

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IL GIORNO PIU’ IMPORTANTE PER LA STORIA PATRIA DEL XX SECOLO ANCHE AD ARTENA FU STORICO. ANDARONO A VOTARE IL 96 PER CENTO DEGLI AVENTI DIRITTO, LA PIU’ ALTA PERCENTUALE FRA TUTTE LE CITTA’ CON OLTRE 1000 ABITANTI DELLA PROVINCIA ROMANA.

Il 2 giugno 1946 nessuno avrebbe immaginato che sarebbe diventata una delle date più importanti per la nostra Nazione. Il giorno che segnò l’ingresso della Repubblica e dell’Assemblea Costituente chiamata a redigere la Costituzione italiana. Soprattutto il giorno che sanciva la fine di un legame con un passato davvero poco limpido, sostenuto da una monarchia debole e incapace di contrastare la dittatura fascista, che portò la Nazione nel baratro della guerra, alleata del più grande criminale e serial killer della storia.

Mussolini non era Hitler, su questo non ci sono dubbi, ma il suo accompagnarsi a tale belva, ne fa un complice, quindi con le stesse responsabilità, e, soprattutto, rese l’Italia invisa ai popoli che allora seppero scegliere la parte giusta dove stare. Imbarazzo e mortificazioni che il nostro Paese paga ancora adesso in qualche modo.

Per questo, il 2 giugno del 1946 è davvero il giorno più importante del XX secolo, ma anche perché rappresenta l’inizio del suffragio universale. Per la prima volta, infatti, le donne si recavano a votare, anche se, a dire il vero, in 436 comuni le donne avevano già espresso il loro voto nelle comunali di marzo e aprile.

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Desidero partire proprio dalle donne per raccontarvi il 2 giugno ad Artena, due più di altre: Adalgisa, detta Lavinia, e Letizia, due che si conoscevano certamente, ma che all’epoca non pensavano nemmeno per un istante di diventare indissolubilmente legate fra loro da un paio di nipoti in comune.

Entrambe avevano già votato a marzo. Adalgisa, detta Lavinia, aveva certamente votato la Democrazia Cristiana e, l’altra, Letizia, aveva votato i Socialcomunisti.

Adalgisa, detta Lavinia, non è che ci tenesse particolarmente al voto, l’altra, Letizia, era invece entusiasta. Entrambe, però, esprimevano una particolare soddisfazione, quella di poter mettersi alle spalle il più brutto periodo della storia d’Italia, che loro avevano vissuto, e, mentre sbarravano il simbolo del partito, pensavano ai sacrifici che aveva chiesto il fascismo a ogni donna italiana: l’obbligo di fare tanti figli, ad esempio, figli “da donare al duce”; o, ancora, l’obbligo di dare alla Patria l’oro, e quindi le fedi del matrimonio, sostituite da anelli di ferro, per sovvenzionare una guerra assurda, che fece cinquecentomila vittime italiane e quasi settanta milioni di morti tra tutte le nazioni.

Il 2 giugno del 1946 era una giornata assolata e calda. Ad Artena, come nel resto del Paese, avevano vietato l’apertura dei bar per impedire disordini causati da qualche ubriaco, eccitato dall’uno o dall’altro schieramento. L’ordinanza era stata firmata dal sindaco Augusto Valeri che da marzo era il nuovo sindaco di Artena. A dire il vero, Valeri era stato anche l’ultimo sindaco di Artena, prima dell’avvento funesto del fascismo. Era un socialista della prima ora, ed era stato uno dei pochi che nel 1922 non aveva aderito al nuovo partito comunista. Era il solo fra i sedici consiglieri comunali che aveva un’esperienza amministrativa alle spalle, gli altri erano tutti alla loro prima elezione.

Con lui in maggioranza c’erano i socialisti, Clemente Talone (peppeclemente), Remigio Orderiggi Aimati (sardabanchi) Alberto Graziosi, Otello Palone, Eligio Pompa, Adolfo Mattozzi (bionna); e i comunisti, Alfredo Valeri, Camillo Fiorentini (gagliardi), Americo Riccitelli, Domenico Bucci (pallittone), Adolfo Mele (peggrella), Natale Bucci, Amedeo Martini (la volepe), Giuseppe De Angelis (zingareglio) e l’indipendente Ermanno Colazza. All’opposizione sedevano i democristiani, Silvestro Tomassi (j’agrario), Felice De Angelis (ciccozzo), Raffaele Bonomi (peppineglio) e Francesco Gentilezza. Tomassi e De Angelis diedero le dimissioni e al loro posto entrarono i democristiani Giulio Coculo e Ascanio Vitelli.

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Le sezioni di voto erano all’interno della scuola posta sopra il Comune. Erano tre sezioni in cui erano stati divisi i 3647 artenesi che avevano diritto al voto. Venivano a votare in Paese anche quelli che abitavano nelle frazioni.

Adalgisa, detta Lavinia, che all’epoca aveva trentasei anni, era sposata da dodici anni e aveva una figlia che di anni ne aveva otto, li avrebbe fatti, per la precisione, appena tre giorni dopo. Letizia era più giovane di due anni, era sposata con l’assessore ai Lavori Pubblici Remigio Orderiggi Aimati, aveva già cinque figli, quattro maschi e una femmina. Il primo aveva dodici anni, l’ultima, la bambina, ne aveva appena due.

Letizia si svegliò come sempre molto presto e cominciò ad aprire le finestre della casa di Crognaleto. Lei e il marito dormivano in una stanza posta a livello più basso del resto della casa. Avevano acquistato quel vano che confinava in basso con la loro abitazione. Si trattava di una cantina che Orderiggi, che era il più bravo muratore in circolazione, aveva restaurato e l’aveva fatta diventare stanza da letto, ricavandoci anche un bagno, piccolo certamente, ma almeno c’era! Nella stanza con loro dormiva, in un letto poggiato alla parete opposta a quella dove era il letto matrimoniale, il figlio più grande. Si salivano otto scalini e vi era un’altra stanza, dove dormivano gli altri tre figli maschi. Poi c’era la sala cui si affacciavano due porte, una era quella della cucina, e l’altra era quella di una stanzetta piccolissima, dove dormiva la bambina. In quella casa, così piccola ma accogliente, ci sono stati momenti in cui hanno abitato e dormito ben dieci persone: Letizia e Ordieriggi, i sei figli, e i suoi genitori, Assunta e Gabriele, che erano i veri proprietari dell’immobile.

Orderiggi seguì Letizia in cucina in quella storica domenica mattina. Lui doveva essere pronto perché per il referendum e l’elezione dell’assemblea costituente, doveva recarsi in Municipio. Lei, invece, doveva andare a Messa.

Mo Letì – disse il marito – vota socialista me raccomanno”.

Letizia lo guardò sospettosa. Aveva un viso di una dolcezza sconfinata e un carattere pari al nome che portava, ma non quella volta.

Te lo scordi Orderì – disse al marito – Maroma e Paremo hanno vangato tutta Costa Sepeta per anni. Sao spaccata la schiena co lo friddo e co lo callo. Ao sempre iti contro i padroni, eo voto jo suricchio, e non me lo chiede più!

Orderiggi così fece, non glielo chiese mai più, e lei esercitò il suo voto in totale autonomia e indipendenza da allora fino alla fine dei suoi giorni. Lui votò sempre socialista, lei votò sempre comunista.

Quella mattina erano d’accordo, però, a votare entrambi per la Repubblica.

Nello stesso momento, in un’altra casa, posta più in alto, a Santa Croce, si era svegliata Adalgisa, detta Lavinia. Adalgisa veniva da una famiglia di bovari borghiciani (del borgo), i Valeri.

Suo padre, Pasquale, un uomo morto quasi a un secolo di vita nel 1976, era molto alto per i tempi, con due baffi enormi alla Umberto. Lo chiamavano il professore, perché nonostante non avesse studiato e fosse sempre con i buoi, aveva un’erudizione particolare che si era costruita autonomamente leggendo i libri più disparati. La madre di Adalgisa, detta Lavinia, Rosa, era una signora “che portava il cappello”, così diceva Adalgisa, detta Lavinia, per indicare che sua madre proveniva da una famiglia benestante e notabile originaria di Marino.

Adalgisa, detta Lavinia, abitava nella casa di proprietà dei suoceri Angelo e Angela, insieme al marito Vittorio, un finissimo calzolaio che aveva la bottega in via Roma e la figlioletta. La casa era scomoda, per raggiungerla dal piano strada bisognava salire una ventina di scalini, abbassare la testa per non sbatterla contro il soffitto. Solo dopo aver affrontato la scalata, si arrivava a un corridoio che portava alla cucina, alla sala da pranzo e alle stanze da letto. La casa era posta sul crinale dello sprofondo di Santa Croce, e le finestre si aprivano alcune sulla strada e altre sulla vallata di fordeporta.

Anche lei doveva andare a Messa, e poi sarebbe andata a votare con il marito. Lì, il voto era scontato e non c’era da discutere: si votata Democrazia Cristiana. C’era una ragione: il cognato di Adalgisa, detta Lavinia, era don Amedeo Vitelli, che seguiva i dettami di don Sturzo fondatore del Partito Popolare e ispiratore della DC nel 1943. Don Amedeo, essendo un vero e proprio leader, carismatico e autorevole, riusciva a esercitare sui parenti e sui conoscenti un fortissimo ascendente, a tal punto che in breve divenne la figura di riferimento di un intero Paese. A differenza, però, di gran parte dei democristiani che votarono monarchia, lui non aveva dimenticato i torti del fascismo e del sostegno del Re a Mussolini, e quindi al referendum avrebbe votato a favore della Repubblica. Anche Adalgisa, detta Lavinia, avrebbe votato Repubblica.

Una per andare a Santa Croce doveva salire una cinquantina di scalini selciati da via Crognaleto; l’altra aveva la Chiesa a venti metri: usciva da casa, percorreva via Maggiore per un tratto e poi si trovava di fronte la facciata della Chiesa.

La Messa delle nove era sempre stata la più seguita la domenica. La navata centrale dell’edificio era sempre stracolma, sui banchi non si trovava posto, e gli uomini occupavano la navata laterale, evitando di mettersi seduti. Fu così anche quel 2 giugno.

Don Amedeo, che era parroco di Santa Croce dal febbraio dell’anno precedente, aveva concepito una particolare predica proprio per quel giorno.

Sappiate cari fratelli e sorelle, che oggi nessuno di noi può tirarsi indietro. Nessuno può far finta di niente. Veniamo da momenti disperati e tragici che hanno segnato gli ultimi venticinque anni della storia patria, momenti che hanno rabbuiato l’intera civiltà italica, proponendo intolleranze, ingiustizie, angherie, cui nessuno ha posto né rimedio né fine, e con nessuno voglio dire nemmeno chi avrebbe dovuto farlo e oggi si pone su uno dei piatti della bilancia”. Era una chiara intenzione di voto che il sacerdote faceva all’assemblea, e seppur giovane, al tempo aveva trentaquattro anni, don Amedeo sapeva quanto le sue parole potevano coinvolgere emotivamente i suoi concittadini. Durante quella predica non parlò del voto politico: sapeva perfettamente come la pensava ognuno dei suoi parrocchiani e da quell’idea non li avrebbe mai schiodati.

Quando la Messa terminò, erano le nove e mezzo: don Amedeo ha sempre avuto il dono della sintesi a differenza di molti suoi colleghi. Uscirono tutti di corsa della Chiesa e sul sagrato trovarono i soliti galoppini (che ci sono ancora oggi), quelle persone, cioè, che sostengono il politico di turno, e si pongono di fronte ai seggi o in altri luoghi strategici, per farsi vedere, pensando, i meschini, che la loro presenza potrà essere il grimaldello giusto per far cambiare idea a qualche elettore.

Le donne uscirono dalla Chiesa più trafelate degli uomini, era uno di quei giorni in cui si sentivano più importanti dei loro mariti. Non vi sorprenda quest’affermazione: il tempo era quello in cui l’uomo era capofamiglia, e la donna – a torto – a lui era subordinata. Ma quel giorno era come se le sorti dell’Italia fossero legate a tutte le donne italiane, e in un certo senso era vero.

L’elettorato femminile era alla sua prima esperienza, e nessuno conosceva davvero come la pensassero politicamente le donne, anche se poteva sembrare scontato che in una casa democristiana tutti sarebbero stati democristiani, soprattutto perché all’epoca quante donne avevano voce in capitolo politicamente dentro ogni casa? Eppure nulla era scontato se pensate alla casa di Letizia, ad esempio, dove l’esercizio di voto è sempre stato scisso da ogni condizionamento.

Adalgisa, detta Lavinia, arrivò a casa di corsa, salì le scale, entrò in camera e si cambiò: non poteva recarsi al voto com’era andata a Messa. I suoi vecchi suoceri la stavano aspettando, anche loro impazienti di recarsi ai seggi. Angelo era sempre stato un Popolare e quindi avrebbe votato la DC per l’Assemblea Costituente, ma per il referendum era sicuro di votare Repubblica. Anche la moglie Angela, pur satura di dolori, non voleva mancare al voto. Adalgisa, detta Lavinia, prese per mano la figlia e insieme ai suoceri cominciarono a incamminarsi tra gli stretti vicoli del Paese. Vennero ben presto raggiunti dal marito e dal cognato don Amedeo, che si erano fermati in Chiesa a risistemare dopo la funzione. Scesero per via Crognaleto, ma prima d’imboccare il rettifilo da dove si vedeva la cava, s’infilarono nell’angusto vicolo ripido che li avrebbe portati rapidamente a via Roma, e poi, attraverso via Principe Amedeo, a Municipio.

Letizia chiuse la porta di casa dietro di se alle dieci in punto. Aveva in braccio la piccola, mentre gli altri figli erano rimasti a giocare vicino l’uscio di casa. Scese tutta via Crognaleto, fino alla Piazza e poi arrivò a Municipio.

La fila delle persone in attesa di votare era lunghissima: dalla porta della scuola arrivavano fino alla vecchia posta, lì si divideva, una parte di essa saliva su via Principe Amedeo, e l’altra scendeva da via Municipio. Senza tenere conto di altre persone, sempre in fila, che erano in via Rupe.

I Carabinieri alla porta facevano entrare uno per volta, aspettavano che si liberava il seggio e poi mandavano altre persone. Ma la confusione era tanta, che si amplificava quando nelle scale che portavano ai seggi, ci si fermava a chiacchierare o a salutare, soprattutto quelli che abitavano nelle campagne che venivano di rado in Paese.

Alle dieci e mezzo del mattino davanti al seggio c’era una ressa mai vista.

Anche i vecchi genitori di Letizia, Assunta e Gabriele, avevano lasciato Casa de Munno, dove passavano ogni estate, e con un manecuto pieno zeppo di ciliegie e uno di pesche, erano arrivati in Paese. Si sarebbero trattenuti giusto il tempo di votare e poi se ne sarebbero tornati alla casetta che era a Colle Roscitto per la precisione.

Pasquale e Rosa, i genitori di Adalgisa, detta Lavinia, vestiti elegantemente avevano lasciato la casa del Borgo e si erano incamminati a braccetto lungo l’erta che portava all’Arco Borghese e poi alla Piazza.

Si ritrovarono tutti lì, allo stesso identico orario. C’erano Adalgisa, detta Lavinia, il marito Vittorio, i genitori Rosa e Pasquale, la figlia e i suoceri Angelo e Angela. C’era Letizia, con la figlia di due anni, che aveva trovato il marito Orderiggi, e poi riabbracciò i genitori Assunta e Gabriele che non vedeva da metà maggio. Erano dieci persone delle 3647 che avevano diritto di votare.

Per eleggere l’Assemblea Costituente, e, soprattutto, per stabilire se l’Italia doveva diventare una Repubblica o rimanere una monarchia, si poteva votare sia la domenica sia il lunedì. La domenica fino alle dieci di sera, e il lunedì fino alle due del pomeriggio. Ma ad Artena davvero pochi scelsero di votare il lunedì: gli uomini quasi nessuno perché chiamati sui campi o dalla sirena della fabbrica di Colleferro. Le donne da sole a votare si contavano sulle dita di una mano. Tutti avevano concentrato la loro presenza in quella domenica.

Furono 3498 i votanti, una percentuale del 96 per cento, una cosa che ad Artena non si è più ripetuta, ed è stata la più alta percentuale di votanti dell’intera provincia di Roma, tra le Città che avevano oltre mille votanti.

Ad Artena votarono 1804 (57,64%) a favore della Repubblica, e 1326 (42,35%) a favore della Monarchia. Un dato in controtendenza in confronto a Roma, dove i monarchici furono ben sessanta mila in più dei repubblicani, o della Provincia di Roma dove la Monarchia ebbe il 51% delle preferenze, o ancora dell’intera Regione dove la Monarchia sconfisse la Repubblica di trenta mila voti.

Il dato di Artena era stato sorprendente, perché, a parte don Amedeo, gli altri preti e i caporioni della DC locale avevano indirizzato il voto verso la Monarchia. Le persone, però, erano stanche delle continue gabelle da pagare al padrone di turno che in cambio offriva niente, o delle prebende parrocchiali che erano più che altro i serbatoi per ingigantire le pance dei parenti dei preti o dei loro sodali. Erano stanchi gli artenesi di subire vessazioni continue, che risalivano a quattro secoli prima, perpetrate dai padroni, dal Papa, dallo Stato, dagli affittuari dei terreni, dai custodi.

Negli altri centri vicino al nostro solo a Colleferro e Velletri vinse la Repubblica, mentre a Valmontone, a Cave, a Olevano, a Palestrina ci fu un trionfo monarchico.

La sera del 2 giugno avevano votato già il 93% degli aventi diritto. Infatti, i seggi si chiusero alle dieci, ma con ancora decine di persone all’interno, e a nulla valevano le raccomandazioni dei presidenti di seggio che cercavano di rimandare a casa le persone che sarebbero potute tornare il giorno dopo: ma, come detto, sarebbe stato lunedì e si doveva lavorare.

Il seggio chiuse alle undici passate. A quell’ora a casa di Adalgisa, detta Lavinia dormivano tutti, mentre a casa di Letizia, lei stava aspettando il ritorno del marito. I figli dormivano da un pezzo, il giorno dopo dovevano andare a Casa de Munno dai nonni, dove sarebbero rimasti fino a settembre.

Orderiggi rientrò a casa alle undici e mezzo, erano stati gli ultimi ad abbandonare il Comune, lui e il sindaco Valeri.

La mattina successiva alle sette il seggio doveva essere riaperto, ma non erano loro di turno questa volta, e quindi Orderiggi sarebbe andato al lavoro. Avrebbe inforcato la bicicletta, e, come ogni mattina da un po’ di tempo, avrebbe raggiunto un cantiere di Anagni dove era il capo mastro.

I risultati di quell’elezione si seppero il lunedì sera. Il Referendum aveva visto la vittoria della Repubblica ad Artena e in Italia (ma questo si seppe addirittura il giovedì).

Per l’Assemblea Costituente, il nuovo Parlamento che doveva scrivere la Costituzione italiana, Artena era in linea con quello che successe in tutto il resto della provincia.

Dove aveva vinto la Monarchia, c’era stato un trionfo della DC, mentre, dove aveva trionfato la Repubblica, il partito con più consensi era stato il PRI in qualche caso il PSIUP e in altri il PCI.

Ad Artena il PRI fu il primo partito con 972 voti, poi la DC che di voti ne prese 912, quindi, a seguire, il PCI con 496 e il PSIUP con 266 voti. Come si nota, sia il PCI sia il PSIUP, avevano concesso, io direi amabilmente, molti voti al PRI. Nelle elezioni di marzo la DC aveva ricevuto 985 voti, ne aveva persi quindi 65; mentre PCI e PSI, in una unica lista socialcomunista ne avevano avuti 1104 a marzo, mentre a giugno la somma dei loro voti si era fermata a 722, quasi 400 voti in meno, che erano finiti nella lista dei repubblicani. Questo era accaduto anche a Colleferro, Velletri e Carpineto, per citare solo alcuni comuni vicino al nostro.

Quel 2 giugno 1946 è ormai storia d’Italia, ma lo è anche della nostra comunità, che proprio da quel giorno pose le basi per la ricostruzione di una nuova Città, più ampia, più pianeggiante, più comoda.

2 pensieri riguardo “Come passò il 2 giugno del 1946 ad Artena

  1. Bellissima cronaca storica.

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  2. Complimenti Vittorio!

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