Torre dell’Acqua. Può esistere, ma solo se utile

UN MIO ULTERIORE INTERVENTO AL DIBATTITO CHE SI E’ GENERATO SUL SERBATOIO DI LARGO COLOMBO. ABBATTERLA O RESTAURALA? LA DISCRIMINATE E’ L’USO CHE SE NE VORRA’ FARE

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(1952. La torre in costruzione. Foto di Felici Pacifico)

Si è ingenerato sui social un grande dibattito, acceso ma sempre nei limiti della buona creanza, tra quelli che vogliono demolire la Torre dell’Acqua e quelli che la voglio restaurare.

Al dibattito, stimolati dalla stampa locale, hanno partecipato anche gli amministratori, ognuno dei quali ha dichiarato la propria opinione facendo il paio alle centinaia di altre voci, sondaggi e altri articoli che sono apparsi.

Non nego che è stato creato un interesse sulla questione, che è, però, affare vecchio, già dibattuto venti anni fa, quando apparvero una serie di studi universitari sulla torre e sulla sua eventuale riqualificazione. Ne ricordo due abbastanza concreti, uno dell’architetto Annabella Bucci e l’altro dell’architetto Filippo Trolli, oltre al lavoro di Samir Younes ed Ettore Maria Mazzola, il primo direttore degli studi di Roma dell’università di Notre Dame, l’altro professore di architettura de La Sapienza e poi docente alla Notre Dame.

Nello specifico, gli ultimi due, nel loro lavoro Artena, l’integrità urbana ritrovata (2004 – Gangemi editore), prodotto all’indomani dell’idea che piazza Valle Fini (piazza Genocchi) avrebbe dovuto contenere il nuovo Palazzo Municipale. Il lavoro, affidato grandemente agli studenti della Notre Dame, faceva parte di una serie di iniziative che l’allora amministrazione pubblica stava effettuando per individuare gli interventi necessari e finalizzati al recupero del Centro Storico. Quello studio era ambizioso, e anche valoroso, perché aveva come obiettivo principale quello di migliorare lo stile di vita della Città posta sul monte e quello della Città realizzata in piano. Desiderava, insomma, unire le due diverse realtà urbanistiche pur mantenendo in ognuna di esse le caratteristiche proprie che le contraddistinguevano.

In quel contesto, il nuovo Municipio, che sarebbe dovuto sorgere, come detto, a piazza Valle Fini, sarebbe stato collegato alla Torre dell’Acqua, opportunamente restaurata e sopraelevata in modo da svolgere il ruolo di Torre Civica.

Il serbatoio dell’acqua è un progetto del 1949, costruito dal genio Civile nel 1952, per servire le zone dell’intero piano di Ricostruzione. La Torre non entrò in funzione fino al 1965, perché nel 1960, anno in cui terminò l’ultimo tronco della diramazione dell’acquedotto del Simbrivio, che era necessario per servire il serbatoio, ci si accorse di alcune infiltrazioni d’acqua. Quindi la Torre ha svolto il ruolo per cui è stata costruita per trent’anni, considerato che da tempo ormai non è più in funzione. Proprio per questo è stata oggetto di studi di riqualificazione.

Annabella Bucci, ad esempio, la colloca in un panorama architettonico più vasto, dove Granaio e Torre sono un unico organismo, il primo è museo e centro policulturale, da dove, attraverso una hall si giunge a un ascensore panoramico esterno alla Torre, che condurrebbe i visitatori nei vari piani dove si svolgerebbero mostre temporanee, arrivando fino ai 25 metri dove si collocherebbe una caffetteria del museo.

L’architetto Filippo Trolli dice che “insieme alla costruzione delle scuole è (la Torre) la concretizzazione della volontà di ripresa urbana dopo il secondo conflitto mondiale. Inserita in un piano di ricostruzione degli anni cinquanta dal Genio civile, doveva soddisfare le richieste idriche delle nuove residenze che si andavano a creare nella Città bassa. Oggi rappresenta uno scomodo simbolo della storia comunale

Quelli che vi ho descritto sono tutti progetti di notevole bontà, ma anche di difficile realizzazione, per costi, principalmente, ma anche perché il mega progetto del Municipio a Valle Fini è definitivamente tramontato.

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(Tavole della tesi dell’Architetto Filippo Trolli)

Quindi in quella zona oggi abbiamo: Un mega parcheggio a tempo, e, su una quota più alta, l’ex Granaio Borghese adibito a museo dello strumento antico, a museo archeologico, a sala consiliare e a sala polivalente, e una Torre fatiscente, brutta a vedersi, e da tempo anche inutile nel servizio a cui era preposta.

Continuo a pensare che se potrà essere riqualificata e adibita davvero a un centro polivalente, allora la sua esistenza avrebbe un senso, anche se non ne sono propriamente sicuro.

Il mio è un rifiuto infantile, nel senso che risiede nella mia fanciullezza, ma rappresenta anche un capriccio, che solitamente è proprio dei bambini.

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(Il serbatoi oggi)

Io sono nato e cresciuto con l’immagine di questo serbatoio di fronte alle mie finestre. Ogni volta che uscivo in terrazzo, prima del Paese verticale arroccato sul monte Petraquara, vedevo questa Torre, prima di colore rosso, con un inserto di marmo bianco sui lati, poi divisa a metà con l’intonaco rosso sbiadito dal tempo in alto e i mattoni di tufo a vista, quindi completamente ricoperta d’edera, e ora anche con gli alberi che spuntano dal terrazzo più in alto.

Questa visione ha segnato la mia crescita, e fin da bambino immaginavo cosa ci fosse dietro, ma non lo potevo vedere.

In quegli anni ho maturato l’idea che quello era un ostacolo, che quello era un muro, sporco e scrostato. Uno di quei muri che sono ricettacolo di varie sozzerie; un muro che impedisce e che non permette accesso: in cinquantanove anni non sono mai andato lì dentro.

Credo che ogni decisione, al di là di quello che penso io o altri che hanno scritto e parlato sull’argomento, non spetti ai cittadini, che, come me, a volte parlano con il cuore e con l’anima e quindi coinvolti empaticamente.

La discriminante dovrà essere l’uso e l’utilità del manufatto, null’altro!

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