Oggi spengo le candeline sulla torta di mio Padre.

ROMANO AVREBBE COMPIUTO OGGI 86 ANNI. PER LUI ORGANIZZO UNA FESTA E INVITO TUTTI QUELLI CHE LO HANNO CONOSCIUTO. CIAO PAPA’ BUON COMPLEANNO

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(Romano Aimati in divisa dell’aeronautica militare. Aveva venti anni)

Oggi avrebbe compiuto 86 anni l’uomo più straordinario che io abbia mai conosciuto.

Non c’è più da quasi sei anni, da quando un pomeriggio di luglio assolato finì di soffrire dopo nove mesi di malattia fulminante. Nove mesi è il tempo della nascita, per mio padre è stato anche il tempo della morte: come un cerchio che si chiude alla perfezione, parrebbe. Eppure quando si muore, in qualsiasi maniera lo si faccia e con qualsiasi lasso temporale, non è mai un cerchio chiuso. Restano aperti, infatti, tanti dettagli, tanti particolari, tante situazioni che fanno crescere il rimpianto, e la morte appare sempre ingiusta e sempre in anticipo.

Ma qui, oggi, festeggio la nascita di Romano Aimati, mio padre. Spengo con Lui le candeline della torta, in una grande festa (alla faccia del covid) a cui partecipano tutti quelli che lo hanno conosciuto e che lo hanno amato. Non dico che i primi corrispondono ai secondi, sarebbe un esercizio di profonda presunzione, ma è anche vero che mio padre sapeva farsi amare, con i suoi modi gentili, con la sua disponibilità, con la sua generosità.

Eppure aveva mille difetti mio padre: era, ad esempio, intollerante a ogni dispotismo perpetrato nei suoi confronti e nei confronti degli altri, anche ai necessari come quelli adottati in questo periodo. Giusti metodi (forse), ma dispotici perché limitano la nostra libertà. Non li avrebbe accettati di buon grado, perché uno che nasce il 26 aprile, sente ancora il profumo del giorno prima. Sente ancora squillare le trombe della Liberazione, del nemico sconfitto, della democrazia socialista, quella cioè che racconta che gli uomini sono perfettamente uguali l’uno all’altro nei diritti e dei doveri, nel modo di pensare e in quello di comportarsi, senza che questo atteggiamento possa ledere diritti e doveri degli altri.

Alla fine, proprio per questo suo profondo senso democratico, i metodi dispotici attuali, li avrebbe accettati perché posto di fronte al bivio: “Potresti fare male agli altri”, lui avrebbe scelto gli altri e avrebbe represso il suo innato istinto di libertà.

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(Romano Aimati all’età di ottant’anni)

Spengo le candeline con Lui e con me ci saranno mia madre Luigina, mia sorella Lavinia e i miei nonni Remigio, Letizia, Vittorio, Lavinia, Pasquale, Gabriele e Assunta. Poi Lui desidererà avere a fianco Fulvia e Maurizio, Francesca Romana, Edoardo, Luca, Elisabetta, Camilla, Gabriela. E ci saranno i fratelli e le sorelle di mio Padre. L’amata sorella Assuntina e il marito Claudio, Renzo e Bruna, Antonio e Remilla, Gabriele e Maria, l’altra sorella Mirella che lo aveva reso orgoglioso per la laurea a ventitre anni in un tempo dove i laureati si contavano sulle dita di una mano, e Mario che stimava come medico e come cognato.

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(alcuni componenti della sua famiglia)

In questa grande tavolata del 26 aprile, domenica, magari alla Torricciola, dove ci avrebbe ospitato Claudio, cognato generoso e uomo leale, non mancheranno i nipoti e i figli di loro: Remigio, Marina, Letizia, Cristina, Laura, Michela, Angela, Ezio, Fabrizio, Serena, Fernanda, Roberto, Fabio, Claudio, Maria, Andrea, Amedeo, Francesco, Angelica, Antonella, Gianmarco, Lorenzo, Matteo, Viola, Francesco, Damiano, Alessandro, Claudio, Cesare, Iris, Mario e Carlo.

E non mancheranno i parenti di mia madre, perché lui, Romano, di parenti non ne aveva moltissimi essendo figlio di Letizia, figlia unica, e Remigio, figlio di “ennenenne”, come si diceva un tempo. Allora in prima fila in questa festa vedo zio Don Amedeo, zio Renato, Zia Angelina, zio Padre Giuseppe, e zio Padre Corrado, zia Elena, zio Pietro, zia Nella, zio Ercoluccio. Franca e Giacomo, Roberto e Maria Pia, Dante e Graziella, Angelo e Rosita, Clementina e Mario, Antonio ed Ercolina, Mario ed Anna, Mirella e Sergio, Giuliana e Sandro, Giulio e Anna, Padre Giorgio.

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(Romano e Luigina, mia madre)

Papà, in questa festa speciale avrebbe voluto certamente (e anche io) zio Toto Massimei, con cui faceva lunghe chiacchierate notturne discutendo di politica. Per lui, Toto Massimei era il miglior medico di Roma, certamente uno dei più straordinari diagnostici che io abbia conosciuto. Mamma, sicuramente avrebbe voluto zia Titti, la moglie di Toto Massimei, che per lei è stata una seconda mamma, che l’ha ospitata a Roma da ragazzetta aprendole il cuore e la testa. E se ci sono Toto e Titti, come li chiamava mia nonna Lavinia, non possono mancare Milli, Mario, Riccardo, Lucia, e Luca, i fratelli e le sorelle che mia madre non ha mai avuto.

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(Luigina e la zia Titti)

E zio Eligio, primo cittadino di Artena per sei anni, e la moglie Ersilia, straordinaria affabulatrice di fatti e accadimenti che reggeva perfettamente il confronto con il marito maestro e sindaco, devono esserci anche loro, come non possono mancare zia Valeria e zio Adalgiso, o Ulderico e la bellissima moglie (lo era anche da anziana) Luisa.

E poi gli amici, quelli di Artena: Luigi, Decimo, Enzo, Tonino, Angelo, Alberto, Arnaldo, Carlo; e quelli del lavoro: Salvatore Sellitto, mio compare di Cresima, e la moglie Maria, Cofano, Ferrante, Fava, Carabella, Castelli.

Ecco caro Papà, questo è il regalo che posso farti: organizzarti una festa con tutti quelli con cui stavi bene, con le persone a  te più care, anche se in realtà tu stavi bene sempre, tanto che non mi sorprenderebbe se mi dicessi: “Apri quella porta, fai entrare gli altri”.

Un pensiero riguardo “Oggi spengo le candeline sulla torta di mio Padre.

  1. Commovente e straordinario al tempo stesso.

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