Disegni per spiegare la storia antica di Artena

COM’ERA LA CITTA’ QUANDO SI CHIAMAVA MONTEFORTINO? CERCO DI SPIEGARVI LA  STORIA DELLA COMUNITA’ ATTRAVERSO IMMAGINI

Ho sempre amato raccontare la storia di questa nostra Città perché – vi posso assicurare – è una narrazione unica, che non ho ritrovato in molte altre comunità simili alla nostra.

Non fatevi ingannare da chi dice che le storie delle città sono simili tra loro. Non c’è similitudine con quella di Montefortino/Artena, soprattutto perché nessuna comunità, a parte qualche sparutissimo caso, ha subìto l’odioso esercizio dell’aratura e della semina del sale avvenuta nel 1557.

Questa Città, secondo la chiesa del tempo e quel pontefice, non doveva più esistere, e se soltanto il papa successivo a Paolo IV, avesse pensato le stesse cose, Montefortino non sarebbe più nata e non avrebbe avuto ragione di esistere nemmeno Artena, e, quindi, non ci sarebbe stata alcuna comunità.

La nostra esistenza è, allora, strettamente legata alla decisione di Pio IV che, dopo quattro anni di totale abbandono del sito, acconsentì che quei pochi cittadini rimasti, per lo più raminghi ed emigrati nei paesi vicini, cominciassero a ricostruire Montefortino.

Erano appena duecento le persone che tornarono delle duemila che abitavano il Paese. Quelle genti, supportate dalla famiglia Colonna, ancora proprietaria del feudo, dalla cenere risorsero, testimoniando e amplificando il motto per cui Artena è famosa: “Ex Cinere Resurgo”.

Quale altra Città ha una storia del genere?

Il racconto della nostra storia è attraente e affascinante, però, fin dall’inizio. Da quando, cioè, gli antichi abitanti della valle Latina che durante l’impero romano s’erano stabiliti nei vari vicus della valle, decisero di tornarsene ad abitare i monti.

Siamo attorno al V/VI secolo. Con la disgregazione dell’impero di Roma e l’arrivo delle orde barbariche, terminava quella sicurezza degli abitanti, che per loro maggiore tranquillità si trasferirono sulle alture vicine.

Scelsero il Colle La Foresta, che ha il suo culmine sul Piano della Civita, dove era stata realizzata l’originale e sconosciuta antica Città. Non arrivarono, però, sul territorio più alto, si fermarono su un altro pianoro più a valle, a qualche miglio di distanza da Piano della Civita, a ridosso del fosso denominato, come il monte, La Foresta e uno scosceso terreno che conosciamo come Costa Sepeta. Lì gli antichi progenitori avevano edificato un tempio dedicato alla dea Giunone che con l’avvento del cristianesimo era stato tramutato in Chiesa.

Attorno a quell’edificio i nostri avi realizzarono le loro povere abitazioni.

Il sito era strategico: dominava tutta la vallata sottostante, ed era anche di facile raggiungimento considerato la presenza di due strade. Una andava verso l’attuale Convento francescano, attraversando a mezza costa il monte Patracquara. Questa strada non esiste più, ma se vi riesce di raggiungere il sito, tracce sono ancora visibili. L’altra strada scendeva a valle dalla parte del forte romano che stava sul luogo che oggi noi conosciamo come La Rocchetta. Quella strada era realizzata tutta a tornanti per alleggerire il dislivello che mostrava la montagna, ed è rimasta così fino al 1794, quando fu costruita l’attuale strada che da Fordeporta arriva a Santa Maria.

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Dopo circa un secolo, gli antichi padroni della Città, i Conti di Tuscolo, individuarono un altro sito per poter allargare il villaggio di Montefortino. Non sappiamo se al tempo, siamo tra il VI e VII secolo, il villaggio si chiamasse già Montefortino. Prima menzione di questo nome è del 1040, si tratta di un atto di permuta dove come testimone compare un tale Nico da Montefortino.

Dopo la Chiesa di Santa Maria, si scelse di costruire le nuove dimore di quegli abitanti, attorno alla Fortezza, il forte romano posto su La Rocchetta.

Ci si arriva attraverso il prolungamento della strada che costeggiava la stessa Fortezza, che giungeva a una porta d’ingresso del nuovo villaggio “la porta di sopra”. Questo ingresso immetteva su un’unica strada, che oggi possiamo ritrovare in via D’Alessandris e via della Fortezza.

Questo villaggio era forte di sito, perché aveva difese naturali insormontabili. A destra vi era lo sprofondo de La Prece, a sinistra la vallata di Santa Croce, che al tempo era bosco fitto. Di fronte il Paese era difeso da un terreno che si gettava quasi a strapiombo sulla valle.

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Intorno al X/XI secolo i Conti di Tuscolo cedono la Città di Montefortino ai loro parenti, i Conti di Segni. Questi arrivano in Paese e trovano il primo nucleo subito dopo la porta di sopra, anche se trovano una sola Chiesa, quella di Santa Maria, che ormai è troppo distante dal nuovo villaggio.

Decidono, allora, di costruire una seconda Chiesa. Individuano un piccolo promontorio in piano della montagna, e in quel sito edificano la nuova Chiesa, quella di Santa Croce. Ci troviamo un paio di cento metri distanti dalla porta di sopra, e a un dislivello più basso.

Dalla porta di sopra, e dall’unica strada esistente, fecero partire una via, prima molto ripida e poi più pianeggiante, per raggiungere la nuova Chiesa di Santa Croce. Passarono pochi anni, e il villaggio cominciò ad ingrandirsi attraverso la costruzione di tante altre abitazioni poste lungo la nuova strada che collegava la porta di sopra a Santa Croce. Quella strada oggi la riconosciamo in via Maggiore. Le abitazioni vengono realizzate solo su un lato, quello che era posto verso la valle di Santa Croce, perché in quello opposto era presente un declivio ripido pieno zeppo di alberi.

I Conti fecero costruire il loro palazzo di corte di fronte alla Chiesa di Santa Croce, dove, però, rimasero solo per poco tempo.

Subito dopo la nuova Chiesa fu realizzata un’altra porta d’ingresso quella di sotto, che dava su un sentiero scosceso e diruto, tra gli alberi e la folta vegetazione. Poi cominciarono a costruire un nuovo palazzo di corte, più grande, soprattutto posto in un sito più facilmente raggiungibile. Lo realizzarono quasi alle pendici del colle.

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Dal palazzo, posto in un certo qual modo esternamente al nucleo centrale del villaggio, la corte doveva comunque raggiungere la porta di sopra e il centro del Paese.

Per farlo decisero di costruire una nuova strada che dal palazzo, attraverso la selva e il bosco e ripidamente, arrivava fino alla porta sotto Santa Croce, dove si ricollegava con la strada esistente.

Quella strada fu chiamata via della Corte, perché i nobili transitavano su di essa per arrivare nel centro del Paese.

Dopo il palazzo baronale, la strada proseguiva verso via Latina. Passava sotto la porta esterna e, attraverso una piccola via “a tornati” ancora esistente che transitava all’interno della Villa Borghese, raggiungeva la più famosa via Latina. Inoltre, via della Corte, siccome attraversava il bosco fitto, aveva necessità di essere custodita. Furono quindi realizzate tre torri di osservazione. Quella strada è oggi conosciuta come via Cavour – via Crognaleto.

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Il Paese continuava ad allargarsi. La costruzione della nuova strada via della Corte, permise anche la realizzazione di nuove dimore per recenti abitanti.

Abitazioni che erano esterne alla porta di sopra, e che si estendevano fino oltre la seconda torre di osservazione. I Conti di Segni testimoniarono la nascita di questo nuovo quartiere (Crognaleto) con la realizzazione di una terza Chiesa, quella dedicata a Santo Stefano, il cui campanile parrebbe essere una delle tre torri di osservazione[1].

Contestualmente alla realizzazione della Chiesa di Santo Stefano, i Conti fecero realizzare una nuova strada che permetteva di collegare il palazzo baronale alla porta di sopra in minor tempo. C’era da vincere il dislivello del terreno, e gli antichi costruttori lo fecero realizzando una strada “a tornanti” che era comunque ripida ma transitabile. La strada, che oggi possiamo riconoscere in via Vittorio Emanuele, da un lato costeggiava lo sprofondo de La Prece, e dall’altro il bosco.

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La famiglia Conti di Segni lasciò il Paese di Artena nel 1495, quando Carlo VIII di Francia assegnò il feudo di Montefortino alla famiglia Colonna, e in special modo a Prospero Colonna. Questi, che aveva mille interessi, affidò la cura del feudo ai nipoti Giulio, Ottaviano e Pompeo.

Quando arrivarono a Montefortino il villaggio era quasi tutto da ricostruire, dopo che Carlo VIII lo aveva fatto distruggere.

L’impianto originale era rimasto e da lì cominciarono a rinnovarlo. Risistemarono le porte d’ingresso, le strade, le chiese e le case. Decisero, poi che il palazzo Baronale era troppo piccolo.

Alla struttura originaria appoggiarono una nuova struttura, poi realizzarono una scuderia e dei magazzini. Unirono la scuderia alla nuova costruzione del palazzo con un arco, che divenne la nuova porta d’ingresso del Paese. Fuori di essa una strada costeggiava il palazzo baronale e s’immetteva nella strada esistente dentro la Villa Borghese.

All’interno delle mura e della nuova porta, i Colonna realizzarono una piccola piazza delimitata dai muri del nuovo palazzo e da quelli della scuderia e del magazzino. Questa piazza conduceva a due strade, una portava alla chiesa di Santo Stefano, ricollegandosi con via della Corte che nel frattempo era diventata via Crognaleto; e l’altra, dalla parte opposta, verso la strada che raggiungeva La Rocca costeggiando lo sprofondo de La Prece.

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Come possiamo osservare dal disegno, Montefortino era stata costruita su una specie di anello. Tutta la parte centrale del Paese non era stata realizzata, Bisognerà attendere la ricostruzione dopo la desolazione del 1557, e, soprattutto, l’avvento di Scipione Borghese, che fece realizzare tutte quelle strade che hanno permesso il raggiungimento di un punto all’altro del Paese, in minor tempo. Strade che poi saranno il sito per nuovo abitazioni e nuovi abitanti, fino all’attuale conformazione.

[1] La storia delle torri di osservazioni è un’ipotesi avanzata da Matteo Riccelli, ingegnere e ricercatore della storia locale.

2 pensieri riguardo “Disegni per spiegare la storia antica di Artena

  1. pacifico felici 21 aprile 2020 — 15:52

    Trovo questo lavoro un po romanzato. Vi sono anomalie derivate da un errata interpretazione delle trasformazione urbanistica suffragata dall’osservazione della strutture murarie. Sulla denominazione delle strade ti consiglio di consultare le vecchie piante del Centro Storico e interpolarle con l’avvento dei muratori lombardi. La distruzione del 1557 e la precedente, non era una demolizione ma un incendio delle strutture; la demolizione avrebbe richiesto tanto tempo, 25/30 guastatori in 6 giorni mi sembra poco probabile oltre al costo. Dare informazioni, e pur giornalistiche, va bene ma almeno raccontiamole sul filo della storia. Sulle invasioni barbariche, la teoria di Cadderi è inficiata dallo studio di Cécillle Brouillard e Jan Gadeyne sulla villa a Piano della Civita ove si dimostra una situazione di continuità nella permanenza di una comunità sino al periodo tardo Medioevale. Con affetto e rispetto Pacifico

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    1. Caro Pacifico non ho la presunzione di avere il verbo, ci mancherebbe, ma per la distruzione del 1557 ho consultato testi scritti da chi c’era in quel momento…quindi fonti credo attendibili….. per il resto il lavoro è davvero basato su ipotesi e quindi ti invito, se hai fonti diverse e veritiere, di portarle a conoscenza di noi tutti. Ti abbraccio Vittorio

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