Cento anni fa. Monumento ai Caduti, storie di ripicche e vendette

UN SECOLO FA LO SCULTORE MICHELE GUASTALLA CONSEGNAVA UN CAPOLAVORO ALL’AMMINISTRAZIONE COMUNALE. MA L’AVVENTO DEL REGIME CANCELLO’ IL PRIMO E VERO MONUMENTO AI CADUTI DI ARTENA. ECCO COM’ERA E COM’E’ FINITO

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La costruzione di Monumenti dedicati ai Caduti della guerra, fu istituzionalizzata con il regio decreto n. 221 del 24 agosto 1919, dopo che qualche mese prima erano state istituite le commissioni nate per onorare le memorie dei soldati morti in guerra.
Artena fu una delle prime città italiane a recepire le nuove direttive, e il sindaco Virginio Prosperi, in procinto di dimettersi per una grave malattia che aveva colpito la sorella, come ultimo atto del suo decennale mandato, pose la firma di autorizzazione alla richiesta dell’associazione dei contadini reduci di guerra. Questo sodalizio, sempre ben sostenuto da alcuni consiglieri comunali, aveva già provveduto, alla mutua assistenza e ai contributi morali e materiali a vantaggio delle famiglie bisognose dei militari e dei morti in guerra. A settembre del 1919 si fece promotore della realizzazione del Monumento e chiese la sua erezione in piazza Borghese (oggi piazza della Vittoria).

Prosperi, entusiasta dell’idea, parlando al popolo disse: “Tale patriottica iniziativa non solo merita il plauso dell’amministrazione e di tutto il popolo, il quale nelle vicende delle guerre ha sempre tenuto alto lo spirito di disciplina e il sentimento di patriottismo, ma merita, altresì, il più largo incoraggiamento, perché l’opera da costruire debba degnamente ricordare quei prodi che caddero con la visione e l’entusiasmo della sicura vittoria, e il nome dell’Italia sulle labbra”.
All’inizio della vicenda, il Comune decise di concorrere alle spese per l’opera con uno stanziamento di cinquemila lire. In seguito, il Consiglio Comunale, seguendo la voce del popolo, decise di concorrere alla costruzione del momento non solo con il contributo personale, ma anche affiancando la lega dei contadini promotrice, nella realizzazione del monumento. L’intera popolazione, però, spronava l’amministrazione pubblica affinché fosse proprio il comune di Artena a realizzare il monumento come “devoto omaggio, che dovrà ricordare le memorie dei propri figli, e insegnare ai posteri quel sentimento di dovere, di disciplina, di abnegazione”.
Virginio Prosperi non si tirò indietro sostenuto anche dai consiglieri comunali molto vicini alla lega dei contadini. Fu superata in brevissimo tempo ogni pratica burocratica, e a settembre 1919 fu incaricato lo scultore Giuseppe Guastalla per la realizzazione dell’opera.

Guastalla era un’artista affermato, e da qualche tempo aveva iniziato a realizzare opere a destinazione pubblica. Era stato nel 1911 il Commissario di reggenza dell’Unione degli artisti durante l’esposizione romana che celebrava il cinquantenario dell’unità d’Italia. Lui stesso, per l’esposizione, presentò Sensazioni e Vindex sempre vigil, due opere notevoli. Tre anni dopo, all’esposizione di Nottingham, fu premiato con la medaglia di bronzo per la scultura, e una sua opera Titubanze, fu acquistata dallo Stato del Belgio.
Quando decise di realizzare l’opera commissionatagli dal Comune di Artena, aveva appena realizzato i busti di Cesare Battisti e Guglielmo Oberdan che furono collocati sul Pincio. Fu lui, in seguito, a realizzare il busto di Giacomo Matteotti immediatamente dopo il delitto, anche se l’opera fu posta nella Camera dei Deputati soltanto nel secondo dopoguerra.

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A dicembre del 1919 lo scultore completò il bozzetto del monumento da erigersi ad Artena, e lo espose al pubblico artenese. L’amministrazione pubblica, prima di approvare l’intera opera, desiderava, a ragione, ascoltare il giudizio della cittadinanza. Il progetto di Guastalla destò un’immediata ammirazione fra il popolo, e il consiglio comunale lo approvò senza alcuna reticenza.
Il monumento sarebbe dovuto essere realizzato con travertino e bronzo, sarebbe stato alto sei metri, poggiato su un basamento di quasi cinque metri per lato. Il costo si sarebbe aggirato sulle cinquantasette mila lire, da pagarsi in tre rate, la prima ad agosto 1920, la seconda a inizio lavori e l’ultima alla fine dei lavori stessi.
La somma non era certamente irrisoria, ma alla realizzazione dell’opera avrebbe contribuito in parte il Ministero della guerra che avrebbe concesso anche il travertino a un prezzo di favore.
Nonostante questi privilegi qualcuno del consiglio comunale non era molto incline e favorevole a spendere comunque una bella somma. Il sindaco Augusto Valeri, che era subentrato al dimissionario Prosperi, invece si espresse a favore della realizzazione del monumento: “Ogni sforzo economico – disse – non è pari al sacrificio della vita umana, quindi non bisogna fare una questione di soldi per un’opera patriottica, tale da eternare la memoria di quanti sacrificarono la loro vita per la grandezza della Patria”.

Guastalla si mise immediatamente a lavorare all’opera e nel giro di qualche mese comunicò che il monumento era pronto. Si trattava di una vera e propria opera d’arte. Su un basamento di travertino bianco largo cinque metri, altrettanto lungo, alto un metro, si erigeva una colonna di ordine ionico su cui era posta una statua d’uomo nudo con il casco militare italiano in testa e una baionetta nella mano destra. Dietro la statua si elevava un blocco di marmo alto almeno tre metri, dove era poggiata la testa dell’Italia turrita, la personificazione nazionale della nostra Gente, affidata una giovane donna con il capo cinto da una corona muraria completata da torri.

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Quel monumento, che vi facciamo vedere in foto, fu consegnato al comune di Artena alla fine del 1922. Il luogo di sistemazione era stato individuato nella piazza Unione (quella che è oggi piazza Ginepro Cocchi), tra la fontana di mostra e l’ex farmacia. Guastalla, infatti, aveva già iniziato a lavorare per la posa in opera del monumento. Era stata scavata una fondamenta abbastanza grande di circa 30 metri quadrati, con un’altezza di quasi tre metri, realizzata in pietra calcarea e calce.

In quel periodo, però, i fascisti si appropriarono dell’Italia e di ogni comune. Il regime di Mussolini impose a ogni amministrazione un commissario prefettizio. Ad Artena rivestì questa figura Augusto Corsetti. Questo signore era un trentaseienne garbato nei modi, avvocato, preside del liceo classico “Mancinelli” di Velletri. Aveva aderito al partito fascista con entusiasmo, ma ben presto i suoi ardori furono mitigati dai comportamenti intolleranti, prepotenti e violenti della stragrande maggioranza degli iscritti.
Poi, nel 1925, fu eletto sindaco, perché comunque, era ritenuto un uomo capace, buono e onesto.
Da commissario prefettizio, però, aveva già bloccato i lavori sull’acquedotto comunale, con l’intento di non procedere al sollevamento dell’acqua né proseguire la conduttura adduttrice fin dove l’acqua poteva defluire naturalmente. Bloccò i lavori anche della realizzazione della rete fognaria, giustificando il fermo con le scarse finanze del comune. Per ultimo, diede lo stop anche ai lavori per la collocazione del Monumento ai Caduti.
Era chiaro che gli ordini arrivati dal partito erano quelli d’interrompere ogni azione intrapresa precedentemente alla marcia su Roma, a maggior ragione se quelle azioni erano sostenute da un governo socialista come quello presente ad Artena.
Per il Monumento ai Caduti, invece, entrò in gioco il modo di vedere il culto della Patria da parte dei fascisti. Durante il ventennio, infatti, il regime si appropriò in maniera sempre più decisa del fenomeno delle onoranze ai Caduti e della trasmissione della memoria, a tal punto che si parlò di fascistizzazione del culto dei Caduti. Quei fascisti si proponevano come gli unici eredi dell’esperienza vittoriosa, e imponevano il ricordo dei Caduti nella prospettiva di una pedagogia politica dell’obbedienza e del sacrificio. A partire dal 1922, il regime fascista dettò una standardizzazione dei temi estetici e dei contenuti, eliminando sistematicamente le voci discordanti e accentrando in modo marcato il tono nazionalistico e militaristico. Si avviò, in quel periodo, una sistematica distruzione delle lapidi e dei monumenti che esprimevano visioni discordanti rispetto al messaggio fascista e allo stesso tempo si definirono delle vere e proprie linee guida per la progettazione e realizzazione di parchi delle rimembranze, sacrari, edifici, ecc.
Per il Monumento di Artena, il Ministero fece ben presto arrivare una comunicazione nella quale era espressamente indicato che il costo dell’opera di Guastalla era sproporzionato all’entità del lavoro. A questo si aggiunse che il comune non aveva assunto con lo scultore nessun impegno né obblighi.

La vicenda si trascinò in tribunale.

Nel frattempo, i nuovi governanti desideravano che il Monumento fosse collocato a piazza della Vittoria, appena rinominata (si chiamava piazza Borghese). Ordinarono, quindi, che tutto il materiale fosse trasferito nella piazza, senza curarsi dell’ingente spesa che il comune aveva già sostenuto.
Per qualche mese il materiale rimase depositato nella piazza, poi qualche consigliere di Corsetti ventilò l’ipotesi che tutto il peso del Monumento non poteva essere retto dalle fondamenta della piazza, fatte tutte ad arcate. L’ipotesi, mai confermata da riscontri tecnici, divenne concretezza e il materiale fu nuovamente trasferito in piazza Unione, con ulteriori costi e tanta fatica. I lavori, però, tardavano a iniziare, tanto che ignoti cittadini incominciarono a rubare i vari pezzi di marmo e bronzo depositati in piazza Unione, senza che nessuno ponesse un freno a questo vandalismo.
Solo dopo qualche mese ci si accorse che per erigere il Monumento sarebbe stato necessario riacquistare molto materiale, fu così deciso che era necessario erigere un nuovo Monumento ai Caduti e che la sua collocazione sarebbe stata la piazza della Vittoria. Per ultimo fu deciso che gran parte del materiale rimasto dal vecchio Monumento fosse messo a gara tra i cittadini. La gara fu regolarmente vinta da una nota famiglia locale, che utilizzò il travertino per la costruzione di una cappella cimiteriale.

Di quel monumento originario sono rimasti soltanto pochi pezzi, tra essi spicca la testa dell’Italia turrita, che si trova oggi in piazza Unione, luogo deputato per contenere l’intero monumento.

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Nel 1924 fu inaugurato un nuovo Monumento ai Caduti, quello ancora oggi esistente.

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