La prima volta che ho visto Anastasi

A UNA SETTIMANA DALLA SUA MORTE, DOPO CHE NE FIGC NE LEGA CALCIO HANNO AVUTO LA DELICATEZZA E IL GARBO DI RICORDARLO, DESIDERO FARLO DAL MIO BLOG. A LUI SONO LEGATI I PIU’ BEI RICORDI SPORTIVI DELLA MIA INFANZIA

IMG_9475

Sono stati pochi i calciatori, o in genere gli sportivi, che mi hanno emozionato, quelli, cioè, che hanno saputo scaldarmi, quelli che se non c’erano non era uguale.

Il primo è stato Pietro Anastasi, Pelè bianco, Pietruzzo, Pietro u’turco.

Era un siciliano che l’anno prima di venire alla Juventus, nel 1968, quando giocava con il Varese, rifilò una tripletta proprio alla Juve in una sonora sconfitta dei bianconeri (5-0) a Varese (non aveva ancora vent’anni).

Non ricordo il gol che Anastasi fece nella finale dell’Europeo del 1968 a Roma (l’ho visto decine di volte dopo). Non me lo ricordo perché probabilmente non ho visto quella partita, avevo sette anni e quasi certamente stavo facendo altro, ma fu in quel periodo che comincia ad amare il calcio, a seguirlo, ad affascinarmi di certi personaggi.

Non potrò mai dimenticare mio padre, all’epoca aveva trentaquattro anni, che, tornando da lavoro, mi disse: “Vittorio, la Juventus ha preso Anastasi”. Mi ricordo che ero tra l’Ingresso e la Camera da letto dei miei, nella casa che abitavamo da un paio di anni. All’inizio quella entusiasta affermazione di mio padre, per me valeva poco. Sapevo chi era Anastasi, ma non avevo coscienza della sua bravura: ma mio padre era entusiasta e quindi, quella per me era una bella notizia.

Anastasi entrò ben presto nel mio cuore di ragazzino, anche perché, sempre mio papà mi raccontava che veniva dal sud, che era di una famiglia modesta, che era arrivato a Torino dopo che aveva già disputata una partita amichevole con la maglia dell’Inter, dove era destinato ad andare, ma che nell’intervallo di quella partita amichevole, la Juventus lo acquistò.

Arrivò, insomma, questo scapigliato ragazzo ventenne, con i capelli lunghi, gli occhi scurissimi e le ciglia folte.

IMG_9476

La prima figurina Panini di Anastasi alla Juventus è spettacolosa: Anastasi è a fianco di Haller, la sua faccia è lunga più di quella degli altri, con il mento che appare prominente, con quella maglia bianco e nera dalle strisce larghe e il colletto da camicia anni sessanta, molto accentuati, e quella stella d’oro sul petto.

Nella stessa pagina di quell’album ci sono anche Gianfranco Zigoni, Erminio Favalli, Luis Del Sol e Romeo Benetti, per la prima volta alla Juventus. Sotto alla foto di Pietruzzo c’erano Pasetti, Menichelli, Roveta e Sacco, quelle che un tempo si definivano riserve.

Quel primo anno Anastasi alla Juve fece quattordici gol in ventotto partite, come dire, una rete ogni due gare; ma fu nel secondo anno che si consacrò al cuore degli juventini e al mio.

Per la prima volta vidi giocare la Juventus dal vivo in quella seconda stagione di Anastasi. Era il 28 dicembre 1969, tre giorni prima la fine del decennio, di quei mitici anni sessanta, in un periodo dove si giocava anche a Natale e Pasqua.

Fu quello il regalo che mio padre volle per me a Natale.

IMG_9477

Non mi scorderò mai come andò quel giorno. Avevo otto anni e come ogni domenica passavo le mie prime ore della mattina nel letto dei miei, tra mia madre e mio padre. Sul comodino di uno di loro c’era una radio accesa di cui ricordo perfettamente il colore rosa. Alle otto, il giornale radio raccontava dalla giornata di campionato di calcio e delle partite del pomeriggio, e quella più importante sarebbe stata Roma – Juventus.

In quel momento, a bruciapelo, mio padre disse: “Vittorio, vogliamo andare a vedere la partita?

Io che ero abituato alle partite scapoli ammogliati di Artena, mi sono subito sentito coinvolto: sarei andato a vedere la mia squadra, sarei andato a vedere il mio idolo.

La partita si giocava alle due e mezza. Tutte le partite del tempo si giocavano a quell’ora, almeno in Inverno, poi con il cambio dell’orario mutavano anche gli orari delle gare di serie A. L’ultima giornata di campionato, ad esempio, iniziava alle quattro e un quarto.

Quella mattina partimmo da Artena intorno alle dieci con la Simca 1000 di coloro grigio di mio Papà. Arrivammo dopo circa un’ora e mezza all’Olimpico. Ci fermammo intorno alla stazione Termini, poi prendemmo uno dei bus urbani, pare fosse il 121, ma non ne sono certo. Era quello, però, che portava tutti i tifosi da Termini allo stadio, e non ne partiva uno, erano decine e decine, che partivano con la differenza di cinque minuti l’uno dall’altro. Ricordo bene che al ritorno dall’Olimpico, fuori dallo stadio erano in sosta centinaia di bus che man mano che si riempivano di tifosi partivano per Termini, uno appresso all’altro.

Arrivammo allo stadio intorno alle undici e quaranta, i cancelli erano ancora chiusi. Mio padre acquistò i biglietti, aspettammo pochi minuti e poi i cancelli si aprirono e noi entrammo.

Avevo otto anni, come detto, e quella sensazione di enormità non l’ho mai più avuta.

Salimmo le scale dello Stadio, e appena arrivammo a metà salita, nella Curva Sud, mi si palesò di fronte questo immenso spazio, ancora quasi vuoto, con il verde così forte in mezzo. Pensai di svenire: non avevo mai visto nulla di più vasto e di più aperto. Fu quella la prima emozione che mi fece trasalire, poi ne vennero altre durante quel pomeriggio.

Ricordo perfettamente il tifo: stavamo tutti insieme juventini e romanisti e agli sfottò degli uni rispondevano quelli degli altri. Poi l’ingresso in campo delle squadre. La Juve con la sua solita maglia bianconera a strisce larghe, che a contrasto con il verde del prato, risaltava in maniera anche esagerata, anche per il numero rosso su sfondo bianco. La Roma aveva quella maglia rosso scuro, con il colletto a girocollo giallo scuro.

Cercavo con gli occhi il mio idolo che entrò in campo per ultimo, con la maglia fuori dai calzoncini e i capelli più lunghi degli altri. Mi sembrava un vero eroe, e, in realtà, lo era, perché incarnava alla perfezione l’uomo del Sud emigrato a Nord per dare un senso diverso alla sua vita. Era l’eroe, ventenne, in cui si specchiavano tutti gli emigrati operai a Torino e di tutto il Settentrione.

Fu lui ad aprire le marcature in quel sonoro 3-0 che la Juventus inflisse alla Roma, con un gol dei suoi: lesto a superare il suo marcatore, e in stirata a mettere il pallone in rete.

Poi ricordo una pioggia battente, fortissima. Io senza ombrello, ma con un telo di nylon che mio padre aveva comprato allo stadio che mi riparava, e mio Papà, che era venuto in divisa dell’aeronautica, zuppo fradicio.

Nello stadio, in quel lontano 28 dicembre, acquistai la mia prima bandiera della Juventus, che dovrei ancora avere da qualche parte, con quelle strisce bianco e nere, i tredici scudetti che fino ad allora aveva vinto la Juventus e il disegno di alcune  coppe in cui i bianconeri avevano trionfato.

Chiusero il 3-0 i gol di Zigoni e Haller.

Al termine della partita andammo di corsa a prendere il bus che ci riportò a Termini, e da lì tornammo a casa. Io ero sfinito, ma piangevo per la contentezza: avevo visto la Juve, avevo visto Anastasi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
search previous next tag category expand menu location phone mail time cart zoom edit close