Artena,la leggenda degl’j’Abbate

IL PRIMO VERO SOLE ARRIVA AD ARTENA IL 17 GENNAIO. MANCA NEL CENTRO STORICO DAL MESE DI OTTOBRE. IL PRIMO RAGGIO COLPISCE LA PIAZZA. VE NE RACCONTO LA STORIA

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L’Inverno del 2020 raggiungerà il suo apice alla fine del mese di gennaio, quando per tradizione cadranno i cosiddetti giorni della merla. Il 29, 30 e 31 gennaio, per qualcun altro 30, 31 gennaio e 1 febbraio, sono da sempre definiti i giorni più freddi di ogni Inverno, anche, se a dire il vero, le statistiche meteorologiche degli ultimi anni contrastano con la credenza popolare.

La leggenda vuole che il mese di gennaio, freddo e ombroso, da anni stava strapazzando una merla. Il mese, che al tempo era di ventotto giorni, aspettava che l’animale uscisse dal suo nido in cerca di cibo, per sfinirlo con freddo e gelo. Un anno, però, la merla decise di fare provviste per tempo e sufficienti a passare l’intero mese rinchiusa nel suo rifugio, al riparo.

L’ultimo giorno del mese, la merla uscì dal suo nascondiglio e, certa di aver ingannato l’uggioso gennaio, cominciò a cantare e a prenderlo in giro. Non aveva fatto i conti, la poveretta, con la furbizia di gennaio, che chiese in prestito tre giorni a febbraio (che ne aveva 31), e in quei tre giorni scatenò bufere di neve, gelo, freddo intenso e violento, pioggia battente. La merla, presa alla sprovvista, riuscì a rifugiarsi nel comignolo di un camino, e lì rimase per tre giorni. Quando gennaio terminò anche quei giorni presi in prestito, la merla uscì dal comignolo, salva certamente, ma il suo piumaggio, nero corvino come quello dei maschi della specie, era diventato grigio a causa della fuliggine del camino.

Leggenda a parte, nel Centro Storico di Artena a gennaio è davvero freddo. Dopo dicembre, a spasso fra cantine e presepi che in un certo qual modo hanno ravvivato i giorni invernali, a gennaio il sole continua a non vedersi all’interno del Centro Storico. È freddo tra i vicoli di Artena, ma non è freddo come trent’anni fa, quando il Centro Storico della Città si caratterizzava non soltanto per tutte quelle belle prerogative che conosciamo, ma anche perché al mattino potevi osservare quello strano fenomeno che noi artenesi conoscevamo come i cannelotti.

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Si trattava di formazioni di ghiaccio che scendevano copiosamente dalle tegole dei tetti e della parte orizzontale dei discendenti dell’acqua. Una sorta di stalattiti che si formavano durante le rigide notti, in tutte quelle case (tutte davvero) che non erano dotate di un impianto di riscaldamento. Ed è sempre stato così, fin dai tempi remoti di Montefortino. C’era qualche sparuta stufa a legna, di quelle elettriche nemmeno a parlarne, c’erano i camini, ma le abitazioni non riuscivano a scaldarsi, e il freddo intenso esterno non era addolcito dal calore interno. Inoltre, a questo fastidio si aggiunga che gli usci e le finestre non avevano le stesse caratteristiche chiusure isolanti di oggi.

Il freddo a gennaio era intensissimo anche perché il Paese non vedeva – ne vede – il Sole. La conformazione della Città, completamente esposta a Nord non permette l’accesso di alcuno spiraglio di sole per almeno tre mesi l’anno, sicuramente da metà ottobre a metà gennaio.

Il Paese, in questi tre mesi, resta al buio, e non è difficile al mattino camminare sui gradini selciati bagnati dall’umidità o addirittura ghiacciati.

Immaginate quando questo dedalo di vie e viuzze non era ancora composto da gradini selciati così come è ora. Non dobbiamo andare troppo lontano nel tempo, basta arrivare a un secolo e mezzo fa all’incirca. Prima di allora, le vie e i vicoli erano lisci come l’olio, e le salite, o le discese, che formavano il labirintico intersecarsi delle strade, erano come pareti verticali di montagne invalicabili, tanto che nel tratto che dalla piazza portava a Santo Stefano, spesso erano agganciate alcune grosse funi che aiutavano i residenti a salire, soprattutto quando pioveva e la piena dell’acqua ostacolava a volte in modo pauroso il ritorno a casa dei contadini.

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Il sindaco che decise di costruire gli scalini per rendere migliore la vita all’interno del Paese fu Giuseppe Bucci, definito il sindaco contadino, anche se in realtà era un agrimensore.

Aveva voluto quest’opera ed era lui stesso a controllarla, a verificare, cioè, mattina dopo mattina, se le novità fosse mantenuta nella giusta considerazione da parte dei cittadini.

Fu in quel periodo che l’intero Centro Storico venne ripavimentato con i sampietrini, che noi conosciamo come i sergi, e anche la piazza principale della città venne fatta oggetto di una nuova pavimentazione. E’ questo nuovo piano di calpestio che entra prepotentemente nella leggenda degl’j’Abbate, che poi così e chiamata, ma non è affatto una leggenda, perché gli anni hanno dimostrato e testimoniato che quello che racconta è la realtà dei fatti: il sole arriva nel paese per la prima volta nella stagione, il 17 gennaio, giorno dedicato a Sant’Antonio Abate, quando, intorno a mezzogiorno, la prima sperella brillante e calda supera jo muriglio della Cona e va a colpire lo stesso sampietrino che è detto jo sergio del’j’Abbate, che proprio per questa sua prerogativa è diverso dagli altri, rettangolare invece della consueta forma cubica degli altri, ed è posto a un paio di metri dal monumento ai caduti.

Dal 17 gennaio, giorno dopo giorno, il sole apre un primo spiraglio nella piazza della Vittoria, e poi spalanca il sipario e fa entrare tutta la sua luce fino al successivo ottobre.

È leggenda, invece, che il 17 gennaio, giorno deputato all’inizio del carnevale per gli artenesi, gli animali hanno la facoltà di parlare, e da questa leggenda nasce l’usanza di benedire gli animali domestici in molte città italiane.

Altre leggende di questa giornata è quella che vuole l’accensione di grandi falò che simboleggiano la volontà di abbandonare tutto ciò che appartiene ai mesi trascorsi, e rinnovarsi a partire dal nuovo anno.

Ed è così anche per Artena: praticamente il 17 gennaio comincia ad Artena la nuova stagione, anche se prima di essere inondata dal sole la Città deve attendere marzo inoltrato.

Un pensiero riguardo “Artena,la leggenda degl’j’Abbate

  1. Mihaela Anca Negrii 12 gennaio 2020 — 19:04

    Bello.

    "Mi piace"

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