Dalla Triplice Cinta a Cristoforo Colombo. I misteri di Artena!

LA STORIA DI MONTEFORTINO/ARTENA E’ RICCA ANCHE DI ENIGMI E SEGRETI. HO CERCATO DI RACCONTARVENE ALCUNI CHE SE RISPONDESSERO AL VERO PORTEREBBERO A DEGLI AUTENTICI STRAVOLGIMENTI STORICI.

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Un antico mistero che ancora oggi non ha avuto una soluzione definitiva è quello che riguarda uno dei simboli più controversi: la Triplice Cinta. Si tratta di tre quadrati concentrici, profondamente incisi, uniti da tratti d’intersezione perpendicolari.

Dovrebbe rappresentare l’orientamento dell’uomo nello spazio e nell’ambito vitale. Usiamo il condizionale perché i significati attribuiti al simbolo in realtà sono molteplici: l’opposizione della Terra al Cielo, ad esempio; ma anche l’Universo Creato opposto al non Creato, intendendosi il primo quale Cielo e Terra, e il secondo Dio. Qualcuno dichiara che la Triplice Cinta possa riferirsi al cosiddetto Omphalos che rappresenta il centro del Mondo. Qualunque sia il suo significato, il simbolo è quello più frequentemente ritrovato nell’ambito dell’archeologia misterica.

È presente come grafito, scultura o incisione in tantissimi siti archeologici che sono maggiormente d’epoca medievale. Recentemente alcuni studi hanno provato una correlazione tra luoghi che sono appartenuti alle congregazioni cavalleresche, e il ritrovamento, in queste località, della Triplice Cinta. In molti ritengono che il simbolo fosse un segno distinguente dei cavalieri templari.

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L’ordine dei Pauperes commilitones Christi templique Salominis, conosciuti come templari, è stato uno dei primi ordini cavallereschi, perché l’ordine è nato a Gerusalemme durante la prima crociata, per difendere i cristiani che erano spesso assaliti e depredati. L’ordine fu ufficializzato nel 1129, assumendo una regola monastica e, in un certo senso, una duplice valenza: erano combattenti e monaci allo stesso tempo, tanto che la chiesa di allora guardava all’ordine con circospezione e perplessità.

Nel periodo che va dal XII al XIV secolo, in Terrasanta sono stati rinvenuti moltissimi esemplari della Triplice Cinta. A dire il vero, però, il simbolo appare anche in siti risalenti all’età della pietra, il che farebbe pensare a un’origine davvero molto antica, anche perché Platone, nei dialoghi di Timeo e Crizia, descrive la città sconosciuta e misteriosa di Atlantide come una triplice cinta.

Qualcuno, forse meno romantico di noi e più legato alla concretezza, descrive la Triplice Cinta come un semplice filetto, una scacchiera insomma, che disegnavano i soldati per passare il tempo, considerato che nella stragrande maggioranza dei casi il simbolo è ritrovato in luoghi di sosta di sentinelle o nelle galere. Però, anche in questi luoghi il simbolo spessissimo è ritrovato o sui soffitti o su pareti verticali, e allora ci appare difficile disporre le pedine del filetto nel vuoto o verticalmente.

E se invece, come scrive il fondatore di Indagini e Misteri, Samuele Naso, sul suo interessantissimo sito, la Triplice Cinta non fosse un segno di riconoscimento dei templari che si occupavano anche di studi esoterici?

A tal proposito – scrive Naso – potrebbe essere utile ricordare che tra le mansioni effettive dei templari, vi era quella di proteggere i resti del sacro Tempio di Salomone a Gerusalemme”.

Questo Tempio è descritto come una triplice cinta con i suoi cortili concentrici, ed è quindi verosimile che la pianta del Tempio fosse una specie di timbro dell’ordine dei cavalieri templari.

Secondo l’archeologo nostro concittadino Matteo Candela, il simbolo rappresenterebbe una sorta di percorso alternativo alla via Francigena, una strada indicata proprio dai templari per arrivare in Terrasanta non transitando sulle vie canoniche, e quindi evitando i pericoli.

Per Candela, che sta studiando dettagliatamente la relazione templari-triplice cinta, questo percorso era usato per il trasporto di materiale prezioso o da nascondere, o ancora per fare arrivare a Gerusalemme personaggi senza che essi potessero essere riconosciuti.

In questo ipotetico tragitto alternativo, che nel Lazio passa in tanti territori delle cinque province, ritroviamo anche Artena.

Non ci dobbiamo sorprendere più di tanto di questa scoperta per un motivo semplice: la Triplice Cinta, oltre che a essere in qualche modo legata ai cavalieri templari, è in stretta correlazione anche con i luoghi dell’antichissimo pellegrinaggio dell’Arcangelo Michele.

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Infatti, non è raro trovare una Triplice Cinta nelle pareti dei santuari e delle chiese dedicate a San Michele Arcangelo. In questo contesto, inoltre, non ci dobbiamo dimenticare che ad Artena era presente fino alla metà del 1600 un convento proprio dedicato a San Michele, altrimenti detto il convento dell’Arcangelo.

Michele è l’Arcangelo che con il suo colpo di spada sconfisse satana ed è per questo motivo che oggi è il patrono delle Forze dell’Ordine, ma è noto che l’Arcangelo era il punto di riferimento dei templari, proprio perché, come loro, combatteva il male con la spada.

Il culto Micaeliano è fortissimo fin dal VI-VII secolo. Se vogliamo essere precisi, l’inizio del culto può essere datato 708 d.C., quando sul Monte Tumba, in Normandia, fu fondato il Santuario di “Saint Michel au peril de la mer”, su reliquie fatte arrivare in Francia dal Gargano dal Vescovo Oberto.

Proprio nel Gargano, si racconta che l’Arcangelo Michele apparve per la prima volta nell’anno 492 al Vescovo di Siponto (oggi Manfredonia) Lorenzo, e dopo queste apparizioni, di cui si parlò lungamente, si decise di edificare una chiesa e dedicarla all’Arcangelo.

Per inquadrare bene la storia, è necessario sapere che Aginulfo, re dei Longobardi, marito di Teodolinda, stava maturando la seria possibilità di una conversione sua e del suo popolo, proprio grazie alle apparizioni di San Michele che lo avevano profondamente colpito. Fu il re Cuniberto, però, a sancire definitivamente questa conversione, facendo dipingere l’effige di San Michele Arcangelo sulle bandiere longobarde. E furono proprio i Longobardi che per scendere lungo la nostra penisola, percorsero le strade che oggi corrispondono alla via Francigena, viaggiando anche su strade diverse, scorciatoie, tragitti alternativi, che avrebbero permesso di arrivare alla meta senza incorrere in pericoli che potevano mostrarsi sulle vie consolari. Probabilmente erano le stesse strade che poi percorsero i templari.

Intorno al X secolo fu costruita, in Val di Susa, la Sacra di San Michele che si trova perfettamente a metà strada tra la Normandia e il Gargano, che diventò il terzo grande luogo di culto dell’Angelo in tutto l’occidente. Si delineava così, un percorso retto, che da Mont Saint Michel arrivava a Monte Santangelo sul Gargano, che in seguito si arricchisce di altri santuari dedicati a Michele, un paio in Inghilterra, uno in Grecia e uno a Gerusalemme. I santuari sono sette e sono collegati da un’immaginaria linea retta che, si dice, rappresenti il colpo di spada che Michele inferse a satana.

Questa linea retta oggi è definita come via Francigena, anche se in realtà quella che collega Roma a Monte Santangelo, dove si trova l’antichissimo santuario, è conosciuta più propriamente come via Micaelica o via dell’Angelo, ed è descritta per la prima volta, con tutte le varianti del percorso, dall’abate islandese Nikulas di Munkathvela, che da Roma scelse la via Latina per recarsi a Gerusalemme nel 1551.

Questa strada ha garantito, fra l’XI e il XIII secolo, il passaggio dell’esercito religioso delle sette crociate, che fecero transitare su questo percorso soldati, pellegrini, uomini di chiesa. Sui percorsi alternativi, invece, quelli che erano segnati dalla Triplice Cinta e che si trovavano a ridosso dei percorsi ufficiali, transitavano tutte quelle merci, quei materiali ma anche quelle persone che dovevano raggiungere Gerusalemme in forma segreta.

Che Artena (Montefortino) facesse parte di uno di questi percorsi alternativi e segreti lo dice la presenza della Triplice Cinta e del convento di San Michele Arcangelo.

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Questo convento è descritto mirabilmente da fra Bonaventura Theuli nel suo “La Provincia dei frati minori conventuali”, sui conventi francescani presenti a quel tempo. Il libro è del 1648, ed è stato poi ripubblicato e aggiornato da padre Antonio Coccia nel 1967.

Alla descrizione del convento: “Est posita in quondam monte alpestri et solidario, in ea adesse solent Fratres conventuales, scilicet unu sacerdos et unus fratinus[1], il Theuli aggiunge alcune considerazioni interessanti. La prima riguarda l’evenienza che il convento fosse stato voluto per desiderio esplicito del “Serafico Padre San Francesco”, anche se a dire il vero, nella prima divisione delle Custodie e Conventi della Provincia romana, registrata dal Pisano, non vi è indicato il convento di Montefortino[2]. La seconda considerazione: che essendo il convento “molto remoto dal commercio, fosse un luogo abitato da religiosi di Santa vita. In prova di ciò il padre Bonaventura Landi da Terracina aveva una scrittura nella quale si manifestava che in questo convento stessero sepolti i corpi dei francescani beati[3].

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Questa convinzione fu avvalorata successivamente anche da don Pompeo Cassetta, arciprete di Montefortino, il quale testimoniò che quando era ragazzo in minoribus, andò con l’arciprete del tempo al convento dell’Arcangelo di Artena, e una volta entrato nella piccola chiesa, trovò nel mezzo del pavimento una fossa, dove, avvicinandosi, sentì una fragranza di “odore soavissimo”. Alla richiesta al padre guardiano della causa di quella fossa, la risposta fu che era stata fatta per ritrovare i corpi sepolti di alcuni Beati, ma che non avevano potuto scavare oltre perché “avevano sentito un grandissimo rumore sopra la chiesa, e che sembrava di grossa e impetuosa grandine[4].

Insomma, il luogo era ritenuto inaccessibile ma sacro; un luogo molto vicino alla via Micaelica, ma che poteva permettere in sostanza l’anonimato e la segretezza.

Ci sono due leggende che caratterizzano il sito. La prima è prettamente legata ad Artena ed è anche molto conosciuta.

L’Immagine della Madonna delle Grazie che si venera ad Artena è stata ritrovata dai frati francescani del Convento dell’Arcangelo, o – qualcuno dice – scolpita da uno di loro. Quando il convento fu abbandonato il 18 aprile 1653, la Statua fu nascosta in uno scantinato dell’edificio, probabilmente in quello che conteneva le tombe sotto la chiesa. Anni dopo alcuni contadini che lavoravano la terra nella zona, sentirono suonare una campana, ma non vi erano chiese in zona, se non quella diroccata dell’Arcangelo. Si diressero verso quella direzione e trovarono uno sprofondamento del terreno da dove si vedeva l’Immagine della Madonna delle Grazie. Si calarono nella caverna e provarono a tirare in alto la Statua. Non vi riuscirono! Poi, uno di loro, considerato che si trovavano in terra consacrata, decise di togliersi gli scarponi, invitando tutti a farlo. Solo così, a piedi scalzi, riuscirono a sollevare la Statua[5].

L’altra leggenda è praticamente sconosciuta. Io ne sono venuto a conoscenza grazie a uno studioso della vita di Cristoforo Colombo che nel 2000 volle parlarne con me, per farsi accompagnare sui ruderi del convento di San Michele Arcangelo. L’ipotesi che lui faceva era suggestiva, ma difficilmente confutabile, e, infatti, ne parlo adesso per la prima volta a distanza di venti anni. A luglio del 2000 lo scrittore Italo Orbegiani, pubblicò il libro “San Cristoforo Colombo, figlio del Papa genovese Innocenzo VIII e uomo mandato dalla chiesa”. Nel libro si racconta la vita di Cristoforo Colombo: del fatto che, secondo Orbegiani, fosse figlio naturale del Papa Giovan Battista Cybo, Innocenzo VIII, e uomo destinato dalla chiesa per la scoperta del quarto continente. Il libro rileva il grande legame che Colombo aveva con i frati francescani, essendo lui un terziario, e, soprattutto, lancia l’ipotesi che Colombo aveva scoperto l’America qualche tempo prima del 1492, nel suo primissimo viaggio effettuato per conto della Santa Sede e realizzato antecedentemente al 1485.

Ciò premesso – dice Orbegiani riferendosi all’eventuale prescoperta dell’America – non esiste alcuna ragione per dubitare su quanto affermano nella loro monografia i francescani secolari circa l’esistenza in Vaticano delle carte Top-Secret della Terra della Santa Croce e che essa rappresenta l’America Meridionale prima della sua scoperta[6].

Queste carte così segrete e importanti, qualora se ne verificasse l’esistenza, sarebbero oggi nell’archivio segreto Vaticano, ma, secondo il mio interlocutore, originariamente sarebbero state consegnate al padre guardiano del convento di San Michele Arcangelo di Montefortino, che le avrebbe tenute nascoste per oltre mezzo secolo. Fosse realtà, questa leggenda avvalorerebbe l’ipotesi che il convento dell’Arcangelo di Montefortino era davvero un luogo “magico”, appositamente scelto per contenere anche i segreti più inconfessabili della Chiesa.

A questo, che di per sé credo sia già sufficiente a farci intendere che Montefortino (Artena) fosse un luogo scelto dagli ordini monastici e cavallereschi per essere un luogo alternativo e segreto alla consuetudine della via Francigena, si deve aggiungere la presenza della Triplice Cinta.

Il simbolo è stato scolpito su un pilastrino che sostiene una delle diciannove pallotte sul fronte ovest dell’Arco Borghese.

Se riteniamo, però, valido che la Triplice Cinta fosse un segno distinguente dei cavalieri templari, non riusciamo a collocare il simbolo sul monumento artenese.

L’Arco è stato voluto dal Cardinale Scipione Borghese, come porta d’ingresso della nuova Città, quella che lui fece edificare dal Vasanzio. Nello specifico il monumento, che rappresenta la più grande porta d’ingresso costruita in una città rinascimentale, almeno nella zona, era perfettamente consono all’idea di Paolo V pontefice e zio di Scipione, che definiva l’Arco come simbolo di assoluta rilevanza, che doveva essere collocato nei luoghi strategici delle città moderne.

A realizzare l’Arco di Artena fu uno dei più eminenti architetti dell’epoca, quel John Van Santen, conosciuto in Italia come il Vasanzio, che aveva già lavorato per la famiglia Borghese tra il 1610 e il 1614, e aveva realizzato altre opere successive sempre per la famiglia senese.

Così Borghese, per ideare e costruire l’Arco, si rivolse a lui, che lavorò all’opera tra il 1616 al 1620, anno della sua morte, e poi fu sostituito dall’architetto Sergio Venturi che terminò il manufatto nel 1625. Non escludendo, però, che anche Martino Longhi il giovane (1602 – 1660) abbia potuto lavorare al monumento, o in seguito abbia condotto qualche lavoro all’Arco.

Fu uno di loro a incidere la Triplice Cinta sul pilastrino? Fu un operaio? Fu qualcuno che lo fece molti anni dopo? O furono i soldati che incisero una scacchiera per giocare a filetto durante i turni di guardia? Sarebbe stato difficile, però, giocare in verticale, o no?

Diciamo che potrebbe essere stato anche il Borghese a volere questa incisione un po’ ludica e un po’ simbolica, forse per testimoniare uno dei significati attribuiti al simbolo, magari quello del Creato (Terra) opposto al non Creato (Dio).

Appare strano, evidentemente, l’incisione su un manufatto del 1620 se riteniamo che la Triplice Cinta fosse un segno distintivo dei templari, che erano esistiti tre secoli prima. È anche vero che l’incisione non fa parte degli abbellimenti, chiamiamoli ufficiali, dell’Arco Borghese, ma è un disegno del tutto anonimo, quasi nascosto, il che potrebbe avvalorare l’ipotesi di un’incisione voluta, un marchio messo lì solo per chi ne conosceva il vero significato.

Questo è un secondo indizio, il primo è la presenza del convento dell’Arcangelo, qualora se ne scoprisse un terzo, sarebbe una prova valida che testimonierebbe che la Città, in tempi remoti, nascondeva molti più segreti di quelli di cui siamo a conoscenza, e che, forse, la stessa storia di Montefortino andrebbe riscritta.

Vittorio Aimati

[1] Visita apostolica del 1581, dove si descrive anche l’unico altare come molto povero.
[2] La Provincia romana è stata istituita nel 1222.
[3] B. Theuli: La Provincia romana. 1647. Pag. 408
[4] B. Theuli: op. cit. Pag. 409
[5] Eco perché gli spallatori ancora oggi portano in Processione la Madonna delle Grazie a piedi nudi
[6] Annuario Francescano secolare d’Italia, in Rivista di cultura francescana secolare. Anno IV, n. 4 Roma 1992.

Le foto dei ruderi del convento di San Michele Arcangelo sono di Augusto Iannarelli, che ringrazio

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