Il Vaiolo Nero ad Artena. Storia di una terribile epidemia

UNA VICENDA TRISTE MA SCONOSCIUTA, VE LA PROPONGO SENZA OMETTERE NULLA DI QUELLO CHE ACCADDE UN SECOLO FA.  ARTENA RISCHIO’ DI ESSERE CANCELLATA PER L’ENNESIMA VOLTA

IMG_7929

(LA STELE CHE RICORDA ENRICHETTA PROSPERI)

All’ingresso del cimitero di Artena, quello principale, il cosiddetto ingresso monumentale, se svoltate sotto il portico subito a destra, vi accorgerete di una stele a rilievo di marmo bianco, sempre linda e netta, dove è scolpito il volto di una donna. Si tratta di Enrichetta Prosperi, sorella del sindaco Virginio Prosperi, liberale giolittiano, che guidò Artena dal 1910 al 1920. Enrichetta era una donna interessante, non bella, anche se aveva l’anima intrisa d’arte. Amava la letteratura e le buone letture dell’epoca, era certamente una donna del suo tempo ma proiettata verso il futuro. Anzi, non aveva timore di vivere il domani e, soprattutto, non aveva timore di affrontare il progresso, come succedeva per la maggior parte delle donne contemporanee, aveva, invece, il desiderio di cavalcarlo.

Era stata lei a dare consiglio al fratello di provare la nuova diavoleria dell’energia elettrica, e s’era fatta installare a casa, prima famiglia di Artena, anche il telefono per essere collegata al Municipio, con l’Ufficio Postale e con la Stazione ferroviaria. Virginio sapeva di potersi fidare della sorella, e nel 1911, prima città della zona, Artena installò l’illuminazione pubblica ad energia elettrica, sostituendo quella a petrolio ormai vecchia di quasi mezzo secolo. Affrontò la trattativa con la società laziale di elettricità che propose al Comune, a fronte di un canone anno di cinquemila e cinquecento lire, dieci lampade da 10 candele, centodieci da 16 candele e ventisette lampade da 25 candele.

Le nuove luci vennero sistemate sulle strade, nelle piazze principali, all’interno del Comune, e negli altri edifici comunali[1].

Enrichetta aveva i capelli scuri ondulati divisi da una riga sempre precisa quasi al centro della testa. La fronte alta incorniciava un volto ben arrotondato, con un naso aguzzo e labbra strette ma ben delineate. Aveva ricevuto un’educazione religiosa ferrea, ma questo non le aveva precluso un’apertura mentale che non avevano le donne del suo tempo.

Estremizzando, possiamo indicare Enrichetta Prosperi come una suffragetta, per la sua emancipazione e per le sue idee innovative, che tendevano ad adoperarsi per ottenere il riconoscimento della dignità femminile.

Nel 1920 aveva trentacinque anni, e aveva superato ormai l’età da marito: s’era dedicata al padre e alla madre, e ora era tutta protesa verso la carriera del fratello. All’età che aveva Enrichetta, all’inizio del secolo scorso, non si era più una ragazza, per tutti, infatti, era la zitella, anche se le caratteristiche precipue della zitella Enrichetta non le aveva. Per il tempo che stiamo raccontando e per la mentalità dell’epoca, essere zitella significava essere acida, moralista, presuntuosa, cattiva, egoista a tal punto da non farsi amare da alcuno, e quindi tenere lontano il matrimonio. Enrichetta era il contrario, era materna, ad esempio, cosa più distante dall’essere zitella non c’è! Era consigliera, complice, introversa. Forse le tante letture le avevano aperto il cuore e la mente, o forse era così di carattere.

Quando s’ammalò era maggio del 1920. La malattia, fulminea, la portò alla morte il mese successivo. Suo fratello aveva lasciato l’incarico da sindaco ormai da oltre un mese, e lo aveva fatto proprio per stare al capezzale della sorella. Enrichetta fu la prima di una lunga serie di decessi, e l’Estate del 1920 passò alla storia di Artena come l’estate del vaiolo nero.

IMG_7930

(IL SINDACO VIRGINIO PROSPERI FRATELLO DI ENRICHETTA)

Tra il 1918 e il 1920 Artena dovette sopportare una serie ininterrotta di decessi dovuti a malattie.

Il Mondo si preparava a festeggiare la fine del primo conflitto mondiale, ma nell’ottobre del 1918 una terribile pandemia lo sconvolse come e più della guerra: la spagnola.

La febbre mortale non aveva nulla a che vedere con la Spagna, ma fu chiamata così solo perché gli spagnoli furono i primi a parlarne sui loro giornali, avvertendo il Mondo del pericolo che correva. La Spagna, non essendo coinvolta nel conflitto, aveva la stampa senza alcuna censura di guerra, mentre negli altri paesi la malattia venne tenuta nascosta, così come il suo violento diffondersi. Anzi, i mezzi d’informazione tendevano a parlarne come un’epidemia circoscritta solo nella penisola iberica.

La febbre arrivò in Europa nel 1917. Il virus era stato portato da alcuni militari americani confluiti in Francia. I focolai più importanti della malattia, infatti, si svilupparono negli Stati Uniti, a Fort Riley, nel Texas, dove vennero colpiti 1100 soldati. Al momento del contagio i militari in guerra venivano portati nelle retrovie, dove erano presenti gli ospedali, contribuendo così a espandere il morbo anche ai civili. Ma fu la guerra a diffondere maggiormente il virus. Nell’ultimo periodo il conflitto era diventato una guerra di posizioni: milioni di militari venivano ammassati sui vari fronti, in trincee anguste con condizioni igieniche terribili che favorivano il contagio. In sei mesi, tra l’ottobre del 1918 e l’aprile del 1919, l’influenza colpì un miliardo di persone, uccidendone più di venti milioni. Il virus riconfigurò la popolazione umana più di ogni altro evento successivo alla peste nera del 1347. In Italia i morti furono da quattrocento mila a seicentocinquanta mila, i contagiati furono ben 4 milioni e mezzo, e per la maggior parte erano nel centro-sud della Penisola. Al fronte si arrivò anche a punte di 3000 nuovi casi al giorno. Tra i civili moltissimi furono i morti tra il personale sanitario, ma anche tra gli addetti ai trasporti, poiché, per il loro lavoro venivano a contatto con un ampio numero di malati.

Il Governo aveva imposto una severa censura. Era stato addirittura proibito il rintocco funebre delle campane, così come erano stati proibiti gli annunci funerari, i cortei e i funerali stessi: il popolo non doveva demoralizzarsi!

Ad Artena i primi sintomi della malattia arrivarono attorno alla fine di luglio del 1918. In quel periodo cominciarono ad ammalarsi alcuni popolani, colpiti da una violentissima polmonite, che nel giro di pochi giorni si era diffusa in maniera capillare. Ad essere colpiti erano soprattutto uomini e donne fino ai quarant’anni. I vecchi sembravano immuni. Una teoria sottolineava che gli individui giovani erano più esposti non avendo avuto contatti con il passaggio di altri ceppi influenzali, cosa accaduta alle persone anziane che così si erano immunizzate al contagio.

L’ottobre del 1918 ad Artena fu un mese piovigginoso, tetro e malinconico: “…quando arrivai in Paese – racconta padre Mele – perché mia sorella si era ammalata, trovai Artena avvolta da un velo nero. Regnavano il tetro silenzio e la mestizia, e le persone erano come smarrite per quel che succedeva. Ogni famiglia che visitavo aveva malati e morti[2].

Il dottor Magalli, che aveva abbandonato la condotta di Artena, era stato costretto a ritornarci, ma non sapeva proprio dove mettere le mani, per la grande quantità di malati. Si rivolse alla famiglia Borghese e il principe mise a disposizione tutto ciò che era nella sua possibilità, compreso denaro per acquistare le medicine, ma a nulla valse l’impeto di generosità. Tra i morti in guerra e quelli per la Spagnola ad Artena si contavano centinaia di vittime. Le strade del Paese erano deserte, non vi era alcuno che si azzardava ad avventurarsi nei campi e neppure le osterie erano frequentate.

Una di esser restò chiusa per molto tempo, quella in piazza Unione, quella di cui era proprietario Attilio Cocchi detto Mazzettone. Era un uomo alto per il tempo, dalla figura massiccia, attraente, con due baffi alla Umberto. Aveva sposato nel 1888 la velletrana Italia Cioccari che gli aveva portato una dote considerevole, oltre a sette figli: Adolfo nel 1889, Isabella nel 1891, Velia nel 1893, Vincenza nel 1897, Angelo nel 1903, Vittorio nel 1906 e Antonio nel 1908, che divenne padre Ginepro, che ha oggi un processo di beatificazione in corso.

IMG_8024

(LA CASA E L’OSTERIA DI MAZZETTONE)

L’osteria di Mazzettone era situata sotto l’abitazione che si trovava a Piazza Pollarola, un cortile interno rettangolare sul quale si affacciavano gli usci di una decina di abitazioni. All’inizio del 1918 Antonio (padre Ginepro) era stato mandato in collegio tra i fraticelli che stavano al Convento di Artena. Lo aveva accolto il superiore padre Elia Carosi che aveva subito compreso le stimmate di santità del bambino.

IMG_8023

(IN ALTO A SIN. MAZZETTONE A DESTRA PADRE GINEPRO. SOTTO SEDUTI PADRE ELIA CAROSI PARROCO DI SANTA CROCE E DON GENTILEZZA PARROCO DI SANTA MARIA)

Ad agosto Antonio si ammalò di Spagnola e i superiori lo mandarono a casa. Per Attilio ed Italia furono momenti terribili: il bambino combatteva ma era sempre tra la vita e la morte. Dopo qualche giorno, però, Antonio riuscì a superare la malattia e appena guarito se ne tornò in collegio. Ma a metà ottobre il contagio colse mamma Italia e due sorelle di Antonio: Velia e Angela. Nel breve tempo di ventiquattr’ore, tra il 20 e il 21 ottobre, morirono tutte e tre. Prima Italia, poi la venticinquenne Velia, e un’ora dopo la quindicenne Angela.

Vi ho raccontato questa storia perché, pur avendo tutti i malati in casa, la morte di queste tre donne fece una grande impressione in Paese, ma anche per testimoniarvi la cruda realtà di quei momenti.

Gli artenesi continuarono a morire fino a maggio del 1919, poi, come per incanto, la malattia scomparve.

Come sindaco Virginio Prosperi s’era distinto particolarmente nel seguire le vicende delle famiglie colpite dalla malattia. Lui era stato fortunato, nessuno dei suoi più stretti parenti aveva contratto il contagio. Enrichetta aveva assistito molti malati, aveva aiutato il dottor Magalli e per farlo aveva indossato una benda sulla bocca e sul naso per evitare ogni tipo di trasmissione della malattia.

Quando la Spagnola scomparve stava iniziando l’Estate del 1919. La gente ricominciò ad aprire le finestre, a respirare a pieni polmoni, a tornare a frequentare i campi e le osterie, al buio della tragedia s’era sostituito un cielo terso, senza nuvole, che aveva scaldato l’aria e aveva portato entusiasmo e ottimismo.

Ma per Artena era solamente una parentesi.

L’Inverno 1919/1920 era stato stranamente più caldo del solito: poche erano state le gelate e poca la nebbia che si era vista a valle del Paese.

Il 3 maggio 1920 Enrichetta si sentiva strana. Un prurito violento la costringeva a grattarsi per tutto il corpo. Dopo qualche giorno, al prurito si aggiunse la difficoltà a respirare, e fu allora che confidò i fastidi al fratello che, non si perse d’animo e decise di chiamare il dottor Solaro. Questi era arrivato ad Artena, per occupare una delle due condotte mediche previste per la Città, il 18 maggio 1913. Il medico si era trasferito in Paese con la moglie e i figli, trovando alloggio nelle Palazzine, quegli edifici fatti costruire da Luigi Rangoni trent’anni prima per gli operai che lavoravano nella cava di calcare, nella zona conosciuta come le Fornaci.

Le condotte mediche di Artena fino a quel momento erano state affidate a medici che hanno lasciato davvero un segno nella storia della Città. Uno di essi era stato Cesare Caputi che arrivò ad Artena nel 1864, e rimase in servizio fino ai primi anni del XX secolo. Caputi arrivava da Cottanello in Sabina, ma si era trasferito a Roma per gli studi e la professione. Nei suoi scritti non nega la ritrosia a trasferirsi ad Artena, considerata a quel tempo come un nido di delinquenti. Ma non appena arrivò in Paese, pur accorgendosi della diffidenza per lo straniero che mostravano i paesani, fu accolto con calore, e quella diffidenza iniziale da parte sua si trasformò in entusiasmo.

Nuovo Documento di Microsoft Word

(IN ALTO IL DOTTOR LUIGI BACCHINI. IN BASSO NEL CERCHIETTO ROSSO CESARE CAPUTI)

Dimorò ad Artena per tutta la sua vita e sposò Eugenia Tomassi, figlia del sindaco Cesare Tomassi. Nonostante le sue idee politiche, Caputi aveva un rapporto privilegiato con il Re Umberto I fin dal giorno in cui il monarca, in battuta di caccia dalle parti di Artena, fu colpito accidentalmente da un proiettile. Il Re ferito fu portato a casa del medico più vicino che era Caputi e che si trovava nell’attuale Valle dell’Oste. Umberto I restò a casa di Caputi per una settimana, fino a guarigione avvenuta. Per questo, dopo che Pietro Acciarito tentò di uccidere il Re, Caputi scrisse un libro-epistola e lo inviò ad Umberto I, tratteggiando il carattere dell’artenese come fiero e orgoglioso, legato alla terra di origine, ospitale e onesto lavoratore, seppur angariato e vessato dal padrone di turno e quindi con un senso spiccato di resistenza.

Repubblicano fervente, Caputi partecipava a ogni riunione che si svolgeva a Roma, insieme ad altri mazziniani convinti. Il suo studio all’inizio della sua carriera ad Artena, era all’intero del Paese, poi, quando il Comune acquistò Palazzo Traietti, Caputi spostò lo studio medico nell’edificio che per anni è stato anche ufficio postale.

Creò nella sua casa di Valle dell’Oste una piccola clinica, ma un incidente di cavallo lo rese zoppo e in quelle condizioni non volle più esercitare la professione.

Il suo posto nella condotta medica di Artena, fu assegnato al dottor Luigi Bacchini. La famiglia Bacchini a Roma era ben in vista, tanto che a Luigi venne impartita un’educazione di primordine. Si laureò in medicina, frequentando con profitto l’università romana.

Fu in quel periodo che conobbe la Contessa Giulia Bruni e se ne innamorò perdutamente, sposandola nel giro di pochissimo tempo. Subito dopo il matrimonio maturò in lui l’idea di farsi medico condotto, anche se la famiglia non approvava per niente questa nuova aspirazione. Solo Giulia le era rimasta al fianco. La visione del marito, quella di aiutare le persone, di stare vicino al popolo, di condividere la sofferenza dei deboli, era anche per Giulia una priorità. Il suo primo incarico lo portò ad Artena, luogo che fino ad allora conosceva solo per averlo letto sulla cronaca nera dei giornali.

Si stabilì in Paese e lontano dai clamori romani trovò serenità e un modo di vivere totalmente differente da come era abituato. Sua moglie era ancora una donna bellissima, ed era considerata dai paesani la vera principessa di Artena (e non solo per il suo titolo nobiliare). Luigi arrivò ad Artena già con cinque figli. La prima, Emma, era nata nel 1882, poi arrivarono Olga, Guido, Angelino e Luisa.

Il dottor Bacchini lasciò Artena all’inizio del XX secolo, trasferito a Fiuggi. Nel frattempo, però, sua figlia Emma aveva sposato l’orefice di Artena, Alfonso de Angelis, e il ramo artenese di Bacchini prosperò con Renato, anche lui orefice, che sposò la signora Marisa, e da loro nacquero Alfonso ed Emma.

Quando Solaro arrivò a casa di Enrichetta la trovò cianotica, con una serie di escrescenze sul volto. Il medico parve subito dubbioso: non aveva mai visto nulla di simile. Ma il gonfiore alla gola e le difficoltà respiratorie fecero subito pensare a Solaro di trovarsi di fronte a un caso di difterite. Ma era strano! La difterite colpiva sempre i bambini, addirittura i neonati. Ad Artena non si era mai visto un caso di difterite in un malato adulto. Virginio Prosperi glielo disse al medico, ma Solaro aveva visto quelle lesioni cutanee sanguinanti e quel gonfiore alla gola, e i sintomi apparivano chiari: era difterite cutanea abbinata a una laringite difterica.

C’era il serio rischio di una complicanza fatale, il Crup. Ad Artena vi erano stati tanti casi di gruppo, così lo chiamavano i paesani.

Era una malattia dell’apparato respiratori che portava gonfiore all’interno della gola che interferiva con le vie respiratorie e poteva portare alla morte se non trattata entro poche ore dalla sua comparsa.

Enrichetta aveva jo gruppo, anche se Solaro non confermò con certezza la diagnosi.

Nel frattempo cominciarono ad ammalarsi altre persone che mostravano gli stessi sintomi della sorella del sindaco.

Enrichetta era sempre a letto, con la febbre alta e con escrescenze bubboniche su tutto il corpo. A giugno, Prosperi, non fidandosi più delle teorie di Solaro, chiamò ad Artena il dottor Fantozzi, un luminare dell’epoca, che arrivava da Roma.

Il 29 giugno 1920 Enrichetta, dopo quasi due mesi di malattia, morì. Il corpo era completamente ricoperto di vesciche piene di liquido mischiato a sangue di un coloro nero pesto. Anche gli altri malati presentavano lo stesso rush pustoloso.

Per Fantozzi non c’erano dubbi: si trattava di vaiolo nero e non di difterite.

Il vaiolo all’epoca era ancora molto diffuso (sarà debellato solo nel 1979). Il virus si trasmetteva per via aerea mediante l’inalazione di gocce contenenti il germe, prodotte dalle mucose orale, nasale o faringea di una persona infetta.

La malattia era fortemente contagioso soprattutto dopo l’inizio delle manifestazioni cutanee. Il vaiolo nero era una forma ancora più grave della malattia, caratterizzato da estese emorragie della pelle che appariva nera quasi fosse carbonizzata.

Intanto il numero dei malati aumentava, al punto che l’amministrazione comunale decise di aprire un lazzaretto all’interno della Chiesa di Santa Maria, per tenere i malati fuori dal Paese e dove si godeva di aria più salubre.

Fantozzi allertò tutti i medici della Provincia e cercò di arrestare con ogni mezzo l’avanzata del morbo. Intanto, nessun artenese dove lasciare la Città, ne alcuno vi poteva entrare.

Ho conosciuto persone nate tra il 1900 e il 1910, che ricordavano perfettamente quei giorni di quella brutta Estate. Al tempo erano bambini o adolescenti, ma era ben impresso ciò che vedevano. “Mi affacciavo alla finestra in via Maggiore e vedevo passare uomini e donne in barella che venivano trasportati a Santa Maria, seguiti dalle famiglie. E vedevo, qualche giorno dopo, le stesse barelle che portavano i morti al cimitero”.

Non sono mai state accertate le cause del propagarsi della malattia, ma quasi certamente le condizioni igieniche favorirono lo sviluppo del virus. In Paese l’acqua era quasi assente e i servizi fognari non esistevano. Le persone che abitavano ad Artena usavano attingere l’acqua dai pozzi, e le materie fecali venivano gettate sulla pubblica via o nelle cloache, realizzate tra una casa e l’altra, da cui proveniva un fetore che ammorbava l’aria determinando le infezioni e in questo tipo di condizione ogni virus poteva riprodursi e attaccare l’uomo.

Nel lazzaretto di Artena a fine giugno già si contavano decine di malati, tutti stesi sui letti costruiti proprio per l’occasione e sistemati all’interno della Chiesa di Santa Maria. I volti e i corpi degli sfortunati erano sfigurati dagli elementi esantematici in continua emorragia.

Vennero da Roma due squadre di medici, la prima cominciò a vaccinare la popolazione, mentre la seconda, composta probabilmente da biologi, intraprese una totale disinfestazione del Paese. Il lavoro durò giorni, ma Artena venne liberata dalla sporcizia ammassata ad ogni angolo delle case. Il più era stato fatto, ora era necessario isolare i casi di vaiolo ancora in essere. I medici, che restarono ad Artena quaranta giorni, non appena sentivano di un popolano che mostrava febbre alta, cefalea, nausea, vomito dolori ossei, lo prendevano e lo portavano nel lazzaretto, lontano dal resto della popolazione.

C’erano quelli, però, che all’apparire dei primi sintomi li nascondevano per non essere trasportati a Santa Maria, ci si accorgeva di loro solo per il rush che appariva sul volto, ma era tardi ormai, il malato aveva già contagiato tutti quelli che gli erano vicini.

L’epidemia vaiolosa durò ancora per un paio di mesi, e a ottobre del 1920 fu completamente debellata. I morti furono oltre sessanta.

In tutta questa storia è davvero curiosa la storia del medico Mario Solaro, che venne additato come il responsabile in tutte e due le malattie. Gli artenesi rimproveravano al medico di aver abbandonato la condotta medica durante l’influenza Spagnola, perché era stato chiamato a svolgere servizio all’interno dello Stabilimento Bomprini di Segni; e che non aveva saputo riconoscere, un anno dopo, il morbo del vaiolo, ritardando in questo modo ogni possibile rimedio.

È molto strano però, che queste accuse furono sollevate subito dopo l’insediamento della nuova amministrazione socialcomunista, che non vedeva di buon segno le idee politiche del medico che si era iscritto al neonato partito fascista.

È evidente, però, che da quel momento i rapporti fra Solaro e gli artenesi cambiarono radicalmente. La realtà è, come sempre, diversa. Di Mario Solaro i testimoni che ho ascoltato hanno sempre parlato con affetto. È anche vero che aveva un carattere impulsivo e collerico, che gli derivava dalla malattia che lo colpì e che lo costringeva a stare attento ad ogni tipo di sollecitazione per non scatenare attacchi convulsivi. Lasciò la condotta solo nel 1943.

NOTE
[1] Libro di Consiglio Comunale del 4/4/1911
[2] Padre Gerolamo Mele: Notiziole paesane, Artena

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
search previous next tag category expand menu location phone mail time cart zoom edit close