Oggi 37 anni fa Italia Campione del Mondo. Come avete passato quella giornata?

italia_1982

Undici luglio 1982, di domenica! Al mattino l’Italia si svegliò con la consapevolezza che quello sarebbe stato un giorno che si sarebbe ricordato per sempre, un giorno scritto indelebilmente sul quaderno della storia sportiva (e non) della Nazione.

I tempi erano diversi, e non perché chi scrive aveva ventuno anni, erano diversi perché sembrava possibile raggiungere ogni nostro sogno, e il futuro non ci è mai apparso così lontano e difficoltoso come appare invece oggi. Quei tempi erano diversi perché c’era la certezza del domani, corroborata da un ottimismo, forse incosciente ma contagioso. C’era un benessere diffuso e sapevi con certezza che saresti dovuto diventare grande. Non c’erano le tante variabili di oggi che, tra l’altro, non dipendono dalle persone; le scelte erano poche ma valide. Quella generazione è stata certamente quella che ha vissuto il tempo migliore: prima c’era la guerra, nessuno avrebbe potuto dire “ai nostri tempi si stava meglio”; e quello che è venuto dopo è cronaca, ed è nera!

Ho vissuto il tempo di un Presidente, Uomo, Socialista nel senso più alto e nobile del termine, e quel Presidente quella mattina stava prendendo l’aereo per recarsi in Spagna. Non era una visita di Stato, era togliersi lo sfizio di andarsi a vedere una partita di calcio, la partita, usando l’aereo presidenziale e nessuno se ne stupiva perché un Presidente può e deve usufruire dei voli di Stato come e quando vuole, perché dovunque vada, anche in vacanza, è l’Italia che si sposta. Ma quel tempo e quel modo di pensare sono cambiati grazie al rancore e all’odio fomentati continuamente, e grazie all’appiattimento di ogni eccellenza, per cui “uno è uguale a uno”, visione filosofica becera di questi ultimi anni.

Quella domenica di 37 anni fa mi svegliai pensando a quello che sarebbe accaduto da lì a dodici ore. Avevo completamente dimenticato che il giorno dopo sarei dovuto partire per mettermi una divisa che mi avrebbe tenuto lontano da casa quindici mesi.

Appena sveglio chiamai la mia ragazza del tempo con l’unico telefono che avevo: il fisso di casa!

Dani – le dissi – oggi non vengo a Roma. Sai, con i miei vado da mio zio a Colleferro per la partita. Ne avevamo già parlato, magari ci sentiamo stasera e ci vediamo domani, mi accompagni in caserma”.

La telefonata era davvero inutile, erano tutte cose che avevamo già discusso ed eravamo d’accordo su tutto, ma volete mettere: Ascoltare la voce di chi si ama appena sveglio?

Oggi è una cosa normale, anzi ridicola forse. Il telefono è sotto il cuscino ed è la prima cosa che si tocca appena si aprono gli occhi.

La mattina la passai al Muro del Pianto insieme a duecento persone. Eravamo divisi a crocchi di otto/dieci di noi o di più, ogni panchina un crocchio, ogni albero un altro. Ci si metteva d’accordo per quella sera che era la più importante degli ultimi tempi, era la sera della finale della Coppa del Mondo di calcio 1982: Italia – Germania.

Nel frattempo Pertini era partito, Spadolini, che era il Presidente del Consiglio da un anno circa, invece no. Cercava di scongiurare una crisi di Governo che da lì a un mese lo avrebbe costretto alle dimissioni. Lui era di una intelligenza assoluta, Repubblicano fervente, a ventisette anni, dico ventisette, era stato già direttore del Corriere della Sera il giornale italiano più importante. Era il primo Presidente del Consiglio non Democristiano della storia, ed era anche il leader di una coalizione ugualmente all’esordio nel panorama politico italiano e che è rimasta famosa: il Pentapartito, un raggruppamento, cioè, composto dai rappresentanti della Democrazia Cristiana, del partito Socialista, del partito Socialdemocratico, del partito Repubblicano e del partito Liberale. All’opposizione di quel Governo erano rimasti i comunisti e i fascisti, i primi guidati da Berlinguer e i secondi da Almirante.

Ma chissenefrega, tra poco c’è Italia – Germania!

Ero arrivato a quella finale di quel mondiale spagnolo come la Nazionale, in maniera molto altalenante. Io con la mia solita ansia, e qualche intoppo familiare, la Nazionale, invece, trafitta dalle polemiche.

La prima partita con la Polonia, la vidi da solo, quel giorno ero depresso, era il 14 giugno. Fu una brutta partita, una brutta Italia.

Il giorno dopo i miei partirono per le vacanze in uno dei posti più incantevoli che io abbia mai visto, l’isola di Palmaria, in Liguria, di fronte a Portovenere. Volevano convincermi ad andare con loro, ma come avrebbero potuto? Avevo una ragazza choc che mi aspettava, gli amici del Muro, e poi sarei rimasto da solo con i miei adorati nonni: Vittorio e Lavinia.

L’Italia proseguì quel torneo con altre due orribili partite, con il Perù e con il Camerun, ma, seppur a fatica, passò il turno.

Il mattino del 28 giugno mi svegliai presto grazie al suono snervante del telefono. La sera prima, domenica, avevo fatto tardi, ero stato con gli amici in discoteca, me lo ricordo perché avevamo trovato aperto questo locale e ci sembrava strano considerato che la domenica a quei tempi dalle parti nostre, le discoteche aprivano solo di pomeriggio e chiudevano intorno alle nove. Da noi questa era la formula: venerdì e sabato fino a notte fonda, la domenica fino a sera, perché il lunedì c’era di nuovo il lavoro e la scuola, e a quel tempo certe cose si rispettavano.

Al telefono rispose mia nonna, io ero rimasto a letto perché non avevo né lavoro né scuola, né avevo voglia di alzarmi. Sentivo parlare di ospedale, ma ero certo di aver capito male perché insonnolito. Subito dopo aver riagganciato la cornetta, mia nonna venne in camera ad avvertirmi che mio padre era stato ricoverato all’ospedale di La Spezia. Dovevo andare su, in Liguria, perché la vacanza stava finendo e lui non poteva tornare guidando, quindi dovevo riportarlo a casa. Mi assalì un senso di vuoto profondo e assoluto, mi si chiuse lo stomaco e cominciai a rimettere. Fu una sensazione sgradevole che mi è venuta a trovare tante altre volte, e che da allora segna certe mie giornate.

Misi un paio di cose in un borsone, presi l’autobus e poi, da Termini, mi ficcai su un treno per Genova. Nel pomeriggio intorno alle cinque arrivai a La Spezia, dove con un mezzo pubblico mi spostai a Portovenere.

Nonostante l’ansia e il pensiero per mio padre non mancò l’opportunità di ammirare questo borgo spettacoloso, con le case affacciate sul mare, prospiciente all’isola di Palmaria che distava un paio di cento metri. Mia madre mi aspettava sul porto. Aveva quarantadue anni, era bella come il sole nonostante la pena per il marito.

Salimmo su un barchino e in dieci minuti arrivammo sull’isola.

Era un campeggio, ma le tende erano straordinariamente grandi, erano appartamenti. Vi era la tenda ristorante, la tenda cinema, la tenda Tv, la tenda Bar, ecc.

Il giorno dopo andai in ospedale da mio padre. Stava meglio, ma era, come al solito in certe occasioni, nervoso e infastidito: già pensava che da lì a qualche sarebbe dovuto tornarsene a casa e il pensiero non lo rendeva sereno ma, al contrario, solo all’idea che avrei dovuto portare io l’auto non lo faceva stare bene. Ma questo sentimento non era tale perché non si fidava di me, era perché non voleva darmi questa responsabilità, e un po gli rodeva che il figlio ventenne avrebbe dovuto riaccompagnarlo a casa.

Quel pomeriggio si giocava Argentina – Italia. Sembrava una formalità a favore dei Sudamericani che avevano il ventiduenne Maradona e altri mostri sacri. Ho visto quella partita sull’isola di Palmaria, in una grande tendone, insieme ad altri cinquanta turisti che ai gol di Cabrini e Tardelli, si abbracciarono come se si conoscessero da una vita, ma in realtà nessuno sapeva chi era l’altro.

Il giorno dopo mio padre fu dimesso per tornarsene a casa. Avrei dovuto portarlo io, ma, conoscendolo, non ci credevo, e difatti lui si mise alla guida e, pur con qualche dolore, guidò per oltre cinque ore. “Ma allora cosa mi avete fatto venire fin quassù?

L’Italia vincente con l’Argentina aveva dato una piccola speranza per il futuro del mondiale, ma ora ci sarebbe stato il Brasile, in assoluto la squadra più forte di ogni tempo.

La partita del 5 luglio l’ho vista all’interno del solito bar di Artena, insieme ad altre centinaia di persone. C’erano ragazzi, ma anche uomini adulti e anziani, tutti a far tifo ma tutti consapevoli di una sicura sconfitta. Ma non avevamo fatto i conti con Paolo Rossi che si regalò un giorno memorabile e poi lo donò a tutti gli italiani.

Dopo la semifinale con la Polonia vinta a spasso, arrivò quella domenica.

L’Itala era praticamente ferma. Al mare non ci andò nessuno da Artena, né alcuno uscii fuori dal Paese per la consueta vasca fuori porta. Eravamo tutti in febbrile attesa. La partita c’era alle otto, ma alle sette si era creato il deserto. Alla spicciolata gli ultimi ritardatari se ne tornavano a casa, dove intere famiglie si erano riunite come fosse Natale.

Io ero a Colleferro, questa volta avevo scelto di stare in famiglia e avevo approfittato dell’ospitalità dei miei zii: volevo godermi quella serata, anche perché sarebbe stata l’ultima da libero, nel senso che il giorno dopo mi attendeva la naia.

Al gol di Tardelli, quando già Rossi aveva trafitto i tedeschi, e a quell’urlo liberatorio del calciatore, che ha fatto epoca, scattai in ginocchio davanti alla TV con le braccia alzate e le lacrime agli occhi. Restai così per un paio di minuti, ma appena mi rimisi a seduto sul divano arrivò il gol di Altobelli, e quando vidi il mio Presidente in piedi ad esultare, l’orgoglio di essere italiano mi travolse: avevo 21 anni e le consapevolezze delle cose che può avere un ventenne.

Finì alle 21.50! Eravamo campioni del Mondo. Uscii quella sera a Colleferro e mi ricordo di una folla trabocchevole, che aveva invaso il corso. Ad Artena era stato uguale! In Italia era stato uguale!

Quella notte la passai insonne a parlare con i miei amici, ad emozionarci ancora. Poi a casa, una doccia e via a Roma dove mi aspettavano con una divisa tagliata apposta su di me.

Un pensiero riguardo “Oggi 37 anni fa Italia Campione del Mondo. Come avete passato quella giornata?

  1. Io avevo nove anni e ancora mi ricordo Roma in festa. Con mia sorella, sventolavamo le bandiere nazionali fuori dai finestrini della macchina. Tutta la città suonava claxon, cantava e gridava di felicità… e un’Italia così unita, non l’ho più vista né udita.

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