Il Capocotto: modo di essere modo di stare

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L’origine della stragrande maggioranza degli artenesi non è autoctona, nel senso che pochissimi di noi sono quelli che possono definirsi originati ed evoluti dal territorio di Artena fin dall’inizio della storia della Città. La giusta definizione sarebbe indigeni, persone, cioè, che non si sono evolute nella zona in cui vivono oggi, ma si sono stabilite qui da molto tempo.

Se vogliamo essere più precisi: siamo su questo territorio dal 1557, e rarissimi sono i casi di famiglie che hanno la discendenza precedentemente a quell’anno, tra l’altro, oggi sono davvero difficili da riconoscere.

Non ci aiutano razze, nomee, soprannomi, che ci sono sempre stati ma che non ci indicano evidentemente il periodo di provenienza.

Sarebbe necessario leggere attentamente la Selva Genealogica di Stefano Serangeli, che il nostro concittadino cominciò a scrivere nel 1708, quindi relativamente vicino a quella data che segna un prima e un dopo della storia della Città, per stabilire le famiglie davvero originarie di Artena (Montefortino).

Se leggessimo quel trattato, ci accorgeremmo che i cognomi già presenti prima del 1557 sono rimasti davvero pochi: Velli è uno di questi, che poi diede origine anche al cognome Fanfoni, poi Carrocci che è diventato in seguito Carocci, ancora Bruni, Costantini, Bucci, Talone e Ciafrei. Tutti gli altri cognomi e quindi le altre famiglie, sono arrivate dopo il 1557.

La data è certa perché è l’anno che segna la distruzione di Montefortino da parte di Paolo IV, che condannò la Città alla scomunica, poi ne decretò la morte e, non contento, con una disumana ferocia non consona alla carità cristiana che dovrebbe avere ogni pontefice, la sottopose all’esercizio dell’aratura e della semina del sale. Bandì dal territorio tutti gli uomini e le donne di Montefortino che fuggirono raminghi e moltissimi di loro non tornarono più.

La Città cominciò a ripopolarsi qualche anno più tardi anche attraverso l’immigrazione di tre gruppi principali: il primo proveniente dalla Lombardia, il secondo da Ponza, l’antica Arcinazzo, e il terzo da Picinisco, un paese ciociaro al confine con l’Abruzzo.

Ecco: la maggioranza di noi artenesi arriva da questi tre luoghi, anche se vi sono ulteriori famiglie che provengono da altre città.

Questa differenza fra autoctoni e indigeni è importante oggi per stabilire una differenza che per gli artenesi è epocale: Capocotti e Capocrudi.

Si è sempre pensato che i Capocotti erano e sono tutti quei cittadini che abitavano e abitano il Borgo Antico di Artena. Questo è ormai diventato un dato di fatto, confermato dalla consuetudine. Oggi, infatti, è Capocotto chi abita al Centro Storico.

Fino a qualche anno fa la popolazione residente si divideva in tre specifiche categorie: i Capocotti, i Piazzaroi e i Capocrudi. I primi erano quelli che abitavano da Fordeporta alla chiesa di Santo Stefano; i secondi quelli che avevano l’abitazione sulla Piazza della Vittoria, gli ultimi erano quelli che abitavano il territorio basso. E, secondo alcuni, la differenza la faceva il sole: più eri vicino al Cielo e più eri Capocotto, quindi per logica chi abitava a Crognaleto o a Santa Croce era (è) Capocotto per eccellenza.

In realtà, come ha scritto il mio amico Felici Pacifico, confermo che la differenza non è la distanza della nostra testa dal sole, ma è l’essere autoctono con l’essere indigeno.

Il Capocotto è quello/a che è originario di Montefortino e che per questo ha subito l’incendio durante la desolazione della Città, che ha distrutto ogni casa e l’intero Paese, cuocendo la testa degli abitanti.

Non sono Capocotti, quindi, tutti quelli che vivono ad Artena alta, perché molti di loro sono immigrati dopo quell’incendio e quelle famiglie sono arrivate dopo il 1557.

Io ad esempio, non sono Capocotto, perchè pur essendo nato in pieno Centro Storico, e proveniente da famiglie residenti al Borgo antico, ho le origini di queste famiglie posteriori al 1557.

Un ulteriore esempio è quello del mio amico Gianni che è nato a via Maggiore, abita a Crognaleto, ma non può definirsi Capocotto, perché proveniente da un ceppo originario che si è stabilito a Montefortino nel 1604. Mentre Pino, nato nella parte bassa della Città e residente oggi a Macere, è Capocotto!

Immagino già qualcuno che storce il naso per questo che vi sembrerà un paradosso, ma che in realtà risponde pienamente ai canoni che stabiliscono chi e cosa è Capocotto.

E’ evidente che si è sempre pensato che il Capocotto deve essere colui che è nato e vissuto al Borgo Antico, come detto in precedenza, si tratta di una consuetudine consolidata e confermata nel tempo, e le consuetudini diventano il più delle volte dogmi, e quindi Capocotto uguale ad abitante del Centro Storico. Di più: Capocotto abitante della parte più alta del Borgo vecchio, la parte cioè più antica e che era anche la più povera, che differisce in maniera sostanziale dalle altre zone del centro Storico.

Già Serangeli racconta che le abitazioni costruite verso la piazza erano la più riconosciute e man mano che si saliva i quartieri diventavano più poveri e malfamati e le abitazioni da riconosciute diventavano casupole e poi stamberghe.

Nel XVIII secolo e nel XIX secolo, si consolida la regola che nelle abitazioni prospicienti e vicine alla Piazza abitano le famiglie notabili di Artena, una tradizione che si conferma anche nei primi anni del novecento, con qualche rara eccezione.

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Artena è un Paese fatto a strati, ma, al contrario, lo strato più basso, quello che per regola dovrebbe essere il più nascosto, era invece lo strato che ospitava le persone più in vista, mentre l’ultimo era quello che dava casa ai derelitti, ai poveri, agli isolati.

Nessuno degli altri strati vuole mischiarsi con quelli dell’ultimo strato, che diventano ancor di più isolati e allo stesso tempo ribelli: è gente che la vuol far pagare a tutti quelli degli altri strati. Far combaciare il Capocotto con l’abitante dell’ultimo strato di Artena è un passaggio breve, ed è quindi anche limpido che il Capocotto essendo abitante dell’ultimo strato è anarchico, sempre arrabbiato, a volte vendicativo, certamente diffidente. E’ il fedele custode della sua terra e guai a chi vi entra! Il Capocotto era torvo, aveva gli occhi di un uccello grifagno, la pelle infuocata dalla fatica quotidiana, le mani callose, le braccia muscolose. Era sempre impettito con la testa alta. Esprimeva una certa fierezza anche quando non avrebbe dovuto farlo. Il Capocotto guardava tutti dall’alto, letteralmente e filosoficamente, aveva (forse ha ancora) un senso pratico e spiccio, oggi si direbbe pragmatico. Non si perdeva in chiacchiere, agiva sempre, quando c’era da menar le mani o quando c’era da pensare e lavorare. Il Capocotto incuteva timore, lo fa oggi, pensate cinquanta anni fa o un secolo fa!

Per lungo tempo i Capocrudi sono stati quelli che venivano definiti Borghiciani, perché oltre il Borgo non c’era altro. Ebbene i Borghiciani, considerata la loro posizione, erano quelli che subivano le angherie prima del Piazzaroio, e, se riuscivano a superare l’ostacolo, se la dovevano vedere con i Capocotti e allora erano dolori. Le sassaiole tra Capocotti, Piazzaroi e Borghiciani rappresentano vicende quotidiane, e ogni volta che uno del Borgo doveva salire in Piazza o più su, non ci dormiva la notte.

Mi rivolgo a quelli della mia età e della mia generazione che non abitavano al Centro Storico e faccio loro una domanda: Chi di voi da ragazzo ogni volta che doveva andare ad Artena alta, non ha avuto un sussulto del Cuore perché avrebbe dovuto affrontare i coetanei dell’ultimo strato che erano visto come gli indiani nel west?

A volte succedeva che ci aiutava l’appartenenza alla famiglie. Io, ad esempio, quando mi facevano la fatidica domanda: “A chi renni?”, rispondevo Sardabanchi, pur non potendone vantare i diritti, in quanto mio nonno era figlio di enneenne, affigliato, però, dalla razza Sardabanchi più di un secolo fa. Qualche volta dicevo di far parte della famiglia Occhialone, la razza di Don Amedeo, che del Centro Storico era il Prete ma anche il re, o ancora dicevo di appartenere ai Baffotto, razza altrettanto conosciuta lì nell’ultimo strato, anzi ne era parte integrante. Non potevo certo dire di far parte degli Sgambello, che erano Borghiciani e che per anni erano stati i nemici assoluti delle razze che comandavano al Centro Storico: i Pasqualotto, i Caballero, i Pandocco.

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Questo metodo delle razze era quello che tutti ritenevano di usare quando s’incamminavano tra i vicoli che da Fordeporta scendevano a Santa Croce. In quel tratto di un centinaio di metri chiunque incontrassi ti guardava e ti squadrava cercando di capire se eri uno dello strato o se eri in visita. Nel primo caso non ci sarebbero stati problemi, ma nel secondo già sapevi che loro stavano facendosi  mille domande e prima o poi te le ponevano anche a te. E se le risposte non sconfinferavano, sapevi già che ti dovevi guardare attorno. Ed eri di Artena, immaginate se un forestiero si avventurava in quei vicoli.

Poi, però, i Capocotti hanno una dote, quella di saperti donare la loro amicizia “senza se e senza ma”, qualora il tuo comportamento fosse consono alla loro visione delle cose. Quindi decine e decine di forestieri hanno saputo scardinare quei cuori che sembravano così privi di emozione, mentre erano (e sono) zuppi d’amore. I cuori dei Capocotti sono come quei biscotti da colazione: asciutti prima di incontrare il latte e caffè, ma poi grondanti di sapore. Quei cuori erano (e sono) secchi all’inizio, guardinghi, diffidenti, ma se accoppiati ad ogni qualsivoglia sentimento diventano come bombe calde ricche di crema e con un gusto che ti fa leccare le dita.
La lealtà è un’altra dote dei Capocotti, anzi a dire il vero sembra essere la dote principale. Ce lo dice Serangeli quando ci parla della tragedia del 1557 descrivendo gli abitanti del tempo, quindi secondo il nostro ragionamento i veri Capocotti: “…di haver voluto mantenere, a costo della propria vita, verso il loro naturale signore, un animosa fedeltà, rimanendo perciò soggetti ad eccidii e desolazioni certamente non dovuti a gastigo dei proprio capricci…”.

Riassumendo. Il Capocotto è colui-colei la cui famiglia di discendenza è sempre stata a Montefortino, presente ancor prima della desolazione del 1557, ma con il passare degli anni si è usato indicare con l’appellativo Capocotto non più gli abitanti originali di Montefortino, ma la discriminante è diventata il luogo dell’abitazione. Una discriminante che è rimasta ancora oggi, anche se attualmente è considerato Capocotto la persona che abita il Centro Storico di Artena indipendentemente dalla zona.

Vittorio Aimati

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