I visionari e i sognatori che hanno cambiato il destino di Artena

UOMINI E DONNE CHE CON IL LORO OPERATO HANNO PERMESSO LA CRESCITA SOCIALE, CIVILE E MORALE DELLA CITTA’

suor luisa carbone mammere

C’è stato un momento in cui Artena ha rischiato davvero di perdersi, un momento in cui la Città aveva oltrepassato ogni confine legale, e chi vi abitava si sentiva invincibile, e, soprattutto, si sentiva al di sopra di ogni tipo di giustizia, quella terrena e quella di Dio.

E’ evidente che non tutta la Città rappresentava questa arroganza e prepotenza, e che le soverchierie erano commesse dai soliti noti. Ma il comportamento di questi era deleterio per la considerazione che si aveva per l’intera comunità. Era talmente elevato il disprezzo che si aveva di Artena, che i giornali del tempo non aspettavano occasione per gettare fango sull’intera Comunità, e ci fu un libro che nel 1890 scrisse Scipio Sighele che aveva un titolo sintomatico: “Artena, paese di delinquenti nati”. Immaginate che tipo di reazione potevano avere gli abitanti delle città vicine nei confronti di Artena e gli artenesi, quando leggevano queste notizie.

Cesare Caputi, medico condotto trasferito ad Artena nei primi anni settanta del XIX secolo, racconta che i suoi amici appena seppero del suo trasferimento in quel Paese, lo descrissero come “un covo di avvoltoi”, consigliandolo di rinunciare alla condotta. Lo Stato parlava di Artena come città maledetta, “in cui financo un papa s’era accanito su quei cittadini riottosi a ogni regola e ne aveva distrutto la città arandola e seminandolo col sale”.

Il momento in cui avvenne lo strappo definitivo tra Artena e lo Stato è stato il 29 Settembre 1888, quando i soliti delinquenti, assalirono la carrozza di Vincenzo Campi ed Edoardo Colanicchia, che erano i proprietari della cava di calcare a fianco al Paese, e che in quel giorno venivano da Roma per portare le paghe agli operai. Questo aspetto della vicenda venne a galla durante il dibattimento all’Assise di Frosinone dove i colpevoli vennero assicurati alla patrie galere. Ed è un aspetto davvero inquietante, che oggi si può paragonare a come si comportano la mafia e la camorra, cioè quello di “non guardare in faccia a nessuno” pur di raggiungere i loro interessi. A quel tempo, i criminali di Artena, “per di fare i loro interessi” non esitarono a sparare e uccidere coloro che portavano lo stipendi ai lavoratori, rubando, quindi, denaro destinato ai concittadini.

Fino ad allora il reato commesso da più persone era codificato come brigantaggio, ma quella sentenza espresse un nuovo tipo di delitto: associazione di malfattori, che divenne ben presto associazione a delinquere.

Proprio in quel momento storico, però, stava fiorendo una nuova cultura in quella Città così disperata. Da qualche anno, infatti, il principe Giovanni Borghese, spinto dal sindaco Enrico Mannucci, aveva accordato l’utilizzo della vecchia Osteria di Posta realizzata alle pendici del Paese per volere di Scipione Borghese, per farne un Asilo infantile.

Mannucci, un farmacista di Zagarolo che si era trasferito ad Artena da qualche anno, era stato nominato sindaco nel 1880, alimentava un desiderio, quello di offrire ai piccoli del luogo principalmente quell’amorevolezza che era del tutto assente. D’altronde il contesto familiare in cui crescevano non portava al sorriso né all’amore, e gran parte di essi, nonostante l’età, erano d’indole fiera ma rozza.

Quando il 29 Ottobre 1885 si aprirono le porte dell’Asilo, in quel momento s’iniziò un’epoca di risveglio, di progresso, d’incivilimento, che avrebbe portato le nuove generazioni a una nuova autostima che si sarebbe proiettata anche al di fuori di Artena.

A guidare l’Asilo fu chiamata Suor Luisa Carbone, che è stata in assoluto il primo grimaldello che ha aperto le coscienze degli artenesi.

Un anno dopo l’apertura dell’Asilo, Suor Luisa ebbe l’intuizione di istituire le Figlie di Maria, un’associazione destinata all’educazione delle giovani, “per renderle sagge madri di famiglia[1].

Nel 1905, quindi, Suor Luisa aggiunse alle attività  dell’asilo anche un laboratorio dove le ragazze potevano addestrarsi ad ogni sorta di lavoro domestico, e una volta terminate le classi elementari, si potevano perfezionare in quei lavori necessari alla quotidianità della vita familiare, anche con un piccolo guadagno: “così insieme coi divertimenti e gli svaghi di ogni maniera, le giovanette trovano nell’Asilo anche un sufficiente guadagno, e nel giorno in cui abbracceranno quello stato che la Provvidenza destina loro, troveranno nella Cassa di Risparmio una dote tanto più gradita, perché onestamente guadagnata col lavoro delle proprie mani fin dai più teneri anni[2].

Suor Luisa ebbe tanto merito anche nell’istituzione del Ricreatorio festivo maschile.

Molti ragazzi, che avevano ben impresse le attività dell’Asilo, mal sopportavano che nei giorni di festa il luogo era aperto ai piccoli e alle adolescenti, soprattutto perché la festa non era solamente dedicata al catechismo ma anche alle rappresentazioni teatrali e ai giochi ginnici.

La domenica questi ragazzi avevano da qualche tempo alimentato una forma di protesta, ingenua per carità, ma concreta e fastidiosa come quella di suonare il campanello d’ingresso o tirare sassi alle finestre, a tal punto che Suor Luisa ebbe l’idea di un ricreatorio maschile. Era il 19 marzo 1907, il giorno dedicato a San Giuseppe, festa comandata fino agli anni settanta del XX secolo. Quel giorno arrivarono per la prima volta ad Artena due missionari del Sacro Cuore e fra questi padre Umberto Bartoli, che presto divenne il nuovo eroe di quei ragazzi, e per la storia di Artena un ulteriore grimaldello che scardinava ciò che ancora era rimasto delle vecchie usanze rozze e incivili.

I giovani accorsero in massa per partecipare a questa nuova attività. Ben presto si formò l’associazione “Virtù e Dovere”, che divenne anche una banda musicale, che in un paio di anni diede prova di grande abilità nel concerto bandistico realizzato durante la Processione della Madonne delle Grazie del 1910, guidata dal maestro Giovanni Sfondrini.

All’inizio del ricreatorio festivo, i due sacerdoti lasciavano Roma molto presto al mattino, e arrivavano ad Artena, dopo il viaggio in treno, anche se i superiori dell’ordine avevano già chiesto una concessione edilizia per costruire un caseggiato che poteva ospitarli non solo la domenica, ma per tutta la settimana. Nel 1912, infatti, terminarono i lavori e fu inaugurato il “Palazzaccio”, che divenne immediatamente la nuova casa del ricreatorio maschile, che nel frattempo aveva inaugurato anche il campo di tiro a segno, e, prima città (esclusa Roma) della regione e una delle prime in Italia, aveva inaugurato il cinematografo.

“Non c’è divertimento ch’essi non si studino di provvedere ai loro ragazzi. Oltre alla lanterna magica per le proiezioni luminose, il 22 luglio 1910, inaugurarono il Cinematografo a benefizio del Ricreatorio; e i primi risultati furono splendidi, sia per la perfezione della macchina scelta, sia per l’abilità di chi l’adopera[3].

Nello stesso periodo altre persone illuminate si trovavano in Città: altri grimaldelli che hanno definitivamente sdoganato quell’aurea criminale che pervadeva l’intera comunità. Luigi Rangoni che da Bologna era arrivato ad Artena per ricoprire il ruolo di Segretario Comunale  e che aveva incrociato il suo destino con Enrico Mannucci, capendo ben presto che i reali problemi di Artena risiedevano nella disparità di trattamento fra le categorie più povere del Paese. Vi erano gli artigiani che riuscivano sempre a mettere insieme il denaro per il loro sostentamento e quello delle loro famiglie. Vi erano, poi, i pastori, i contadini e i bovari.

Queste erano le tre categorie che si facevano la guerra tra loro, e spesso il risentimento covato per l’una o l’altra categoria, sfociava a danno di terzi, quasi sempre forestieri che potevano dirsi fortunati se lasciavano la Città senza perdere la vita. Non è esagerato ciò che scrivo, considerato che tra il 1850 e il 1880, Montefortino e poi Artena, era considerata la Città europea ad avere il più alto tasso di criminalità e di ammoniti, quelli cioè che avevano un debito con la giustizia e che per questo risultavano essere attenzionati. Erano novanta in un Paese di 3000 abitanti, il 3% della popolazione: un’enormità se pensiamo che gli ammoniti a Roma non raggiungevano lo 0,1% della popolazione, e in tutta Italia erano lo 0,8%.

In Francia guardavano ad Artena come la nuova patria del brigantaggio italiano dopo che la rivista Mode Illustre aveva scritto che in città c’erano stati ben 23 morti ammazzati in una sola giornata. Non era vero evidentemente, ma si sa come vanno queste cose: a dire il falso ci vuole ben poco, basta che si faccia del sensazionalismo, ma poi a smentire non conviene, e la verità non viene quasi mai ristabilita appieno.

E’ in questa situazione che si sono mossi all’inizio Mannucci e Rangoni. Soprattutto quest’ultimo aveva intrapreso la strada della solidarietà e dell’assistenza, e aveva cercato in tutte le maniere di dare un lavoro a quelli che avevano più bisogno, e di permettere cibo a chi non ne aveva.

Poi, all’inizio degli anni ottanta, decise di aumentare l’offerta lavorativa con l’apertura di un nuovo impianto di calcare, una cava che avrebbe dato lavoro a spaccapietre, minatori, barozzai, facchini, ecc.

Questo suo interesse nei confronti delle persone più deboli e bisognose, gli consentì la complicità del popolo al punto da essere nominato sindaco tra il 1886 e il 1888. Se ne tornò a Bologna con l’incarico di Sindaco quando gli spararono e lo colpirono di striscio.

Nel frattempo anche la coscienza politica cresceva nella Città. A schiudere questa ulteriore prospettiva, principalmente fu un gruppo di cittadini che cominciarono ad interessarsi delle vicende pubbliche, abbracciando le idee socialiste che rivendicavano l’equità tra le classi.

In principio fu Angelo Mazzocchi, definito il primo anarchico-socialista di Artena. Nella sua bottega di ciabattino si radunavano alcuni giovani e tra essi Augusto Valeri, che fu per i successivi cinquanta anni, leader indiscusso e carismatico della sinistra artenese, e che intraprese le battaglie sociali che liberarono le masse contadine dal giogo dei padroni e dei loro accoliti.

Per ultimo, partecipò a questo stravolgimento sociale che diede una nuova considerazione al Paese, Virginio Prosperi, sindaco dal 1910 al 1920. In questi dieci anni si ebbe una crescita esponenziale di servizi ai cittadini che non si è mai più avuta. Dall’acqua che arrivò in quasi tutte le case degli artenesi, all’energia elettrica che comparve ad Artena nel 1911, prima fra tutti gli altri Paesi.

In quaranta anni la presenza contemporanea di persone così visionarie e sognatrici, cosa che non si è più ripetuta, ha portato la Città ad essere da ultima nella considerazione altrui, a prima e d’esempio.

Vi furono successivamente altri visionari che hanno attraversato la storia della Città, ma non hanno vissuto quasi mai contemporaneamente, e così l’essere visionari diventava solamente una stravaganza negli occhi degli altri.

[1] Silvio Caratelli. Per il XXV dell’Asilo infantile di San Marco di Artena. Perugia 1910, pag 12.

[2] Idem

[3] Silvio Caratelli. Op Cit. pag 14

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
search previous next tag category expand menu location phone mail time cart zoom edit close