Da Artena ad Artena- Lo spostamento della città a valle

DAL 1955 AL 1975, VENTI ANNI DI SVILUPPO NELLA PARTE BASSA DEL TERRITORIO

Fontana anni dieci

Nel corso della sua storia bimillenaria, la nostra Città è stata oggetti di numerosi sconvolgimenti, soprattutto quando la sua popolazione, di volta in volta, forzatamente o di spontanea volontà, si è spostata di sito, creando nuovi villaggi. All’inizio della sua storia, la Città posta sul Piano della Civita ebbe un primo sconvolgimento. Quell’antico popolo dovette abbandonare il sito in alto per spostarsi a Valle. Scelsero due luoghi specifici quegli antichi abitanti, e occuparono la piana del Trerus, costruendo i loro Vicus sulla via Latina o in sua prossimità.

La via Latina, che insieme all’Appia rappresentava la più importante arteria diretta nel Mezzogiorno d’Italia, si era formata spontaneamente in epoca molto anteriore, e in quel momento storico, ci troviamo attorno alla fine del IV – inizio III secolo a.C., era stata appena ristrutturata ai grandi traffici.

Nello specifico, la strada usciva da Roma, e, percorrendo la Campagna verso Sud-Est, si dirigeva fino a Capua. Il tracciato corrispondeva, più o meno, all’attuale via Anagnina fino al Passo dell’Algido (La Tagliente) e raggiungeva, dopo l’attuale Artena, il Colle di Majorana, dove era collegata, attraverso una strada interna, alla via Labicana. In queste zone quelle antiche popolazioni artenesi si trasferirono creando i Vicus di Ad Bivium e Ad Pictas. I villaggi che custodirono le nostre antiche progenie furono l’ospitale casa per oltre sette secoli, poi, con l’arrivo dei Barbari, quelle popolazioni decisero di spostarsi nuovamente.

Lo fecero andando a vivere in uno dei punti più alti del territorio, attorno al tempio dedicato alla dea Giunone, che da lì a poco tempo sarebbe diventato Chiesa cristiana eletta alla Madonna delle Letizie per la somiglianza iconografica fra le due immagini.

Vicino a quella prima Chiesa, la Città s’ingrandì e le abitazioni vennero costruite lungo il bordo della strada tortuosa che da Santa Maria scendeva fino al fortino Romano ancora in piedi dopo il suo abbandono.

Quel fortino divenne l’inespugnabile Rocca della Città e per questa sua prerogativa era ritenuta talmente sicura che attorno ad essa vennero costruite altre abitazioni.

Verso la fine dell’XI secolo i padroni di quella Città, i Conti di Tuscolo, costruirono la Chiesa di Santa Croce sul promontorio più basso del Monte, e la collegarono alla Rocca attraverso una strada, in forte ascesa, posta sul limite del Monte e lateralmente alla strada costruirono un nuovo quartiere.

Questa struttura rimase praticamente intatta per i successivi cinque secoli. Nemmeno la distruzione della Città ad opera di Paolo IV cambiò il piano urbanistico, e infatti la Città venne ricostruita così com’era originariamente.

Solo con il Cardinale Scipione Borghese Montefortino cambiò nuovamente i connotati. Il Cardinal Nepote dotò il Paese di un Piano regolatore modernissimo per il tempo, che, pur mantenendo certe caratteristiche originarie, prevedeva lo sviluppo sul costone del Monte fino alle sue pendici. E’ quello che oggi definiamo Centro Storico.

Fu quella la Casa dei nostri avi per i successivi trecento cinquanta anni.

Alla fine degli anni trenta del secolo scorso, cominciò a sentirsi l’esigenza di trovare una nuova soluzione abitativa: la Città cresceva di numero di abitanti, ma il Paese aveva difficoltà ad estendersi di area. Il Monte era del tutto saturo.

Il problema era già stato dibattuto nel 1914, quando si era deciso di costruire l’edificio delle scuole elementari nella Valle sottostante, ma la proposta non fu presa in considerazione perché raggiungere la Valle era difficoltoso per i bambini che dovevano scendere dal Borgo o dalla via Nova, ma anche perché la zona era sempre nebbiosa e umida. Era l’unico modo, però, per dare sviluppo alla Città. L’ingresso dell’Italia in guerra fece pensare ad altro e lo spostamento nella parte bassa fu dimenticato.

Ma com’era Artena nella valle in quel momento storico?

anni dieci

Artena in basso 1943

L’agglomerato urbano terminava praticamente nell’attuale Piazza dell’Unione Lì arrivavano le due strade provenienti dall’alto: quella del Borgo e la via Nova. Al di là vi era la campagna interrotta da qualche casa sparuta. Certamente c’era il Palazzo delle Suore che era in un certo qual modo la Porta del Paese, che insisteva (insiste) sul lato maggiore della Piazza, al suo fianco destro vi era la Chiesa del Rosario e su quello sinistro una serie di costruzioni che erano l’appendice di quelle della via Nova. Proprio in quel tratto vi era l’osteria di Mazzettone, poi chiusa per la sopraggiunta morte della moglie e delle figlie del proprietario durante l’infezione di febbre Spagnola.

All’inizio degli anni trenta, proprio sul frontespizio della Piazza, aprì il Bar Paino che è stato in assoluto il primo Bar di Artena, come quelli che c’erano a Roma, che ti servivano il caffè, in cui potevi fare la colazione e prendere un gelato d’Estate. Il punto era strategico perché posto proprio all’ingresso del Paese: tutti, per andare a casa, dovevano passare davanti al Bar.

A guerra conclusa si doveva pensare alla ricostruzione della Città che aveva subìto i bombardamenti e ne era uscita danneggiata. Il danno, però, non era così evidente come nelle altre comunità vicine, e quindi c’era il serio rischio di non ricevere alcun fondo per la ricostruzione.

La sagacia e l’intuizione del sindaco Eligio Pompa, socialista, nominato primo cittadino nel 1946, dopo la morte di Augusto Valeri, permisero ad Artena, però, di essere inclusa nell’undicesimo elenco dei Paesi più distrutti dalla guerra, e quindi di ricevere i contributi al fine di realizzare un Piano di Ricostruzione. Solitamente questo tipo di piano urbanistico permetteva la ricostruzione solamente nel luogo originario, ma Eligio Pompa riuscì a dimostrare che era praticamente impossibile ricostruire le case degli artenesi dove erano crollate, e, abbagliato anche lui dal miraggio di poter costruire una nuova Città nella valle, chiese il contributo per un Piano di Ricostruzione ex novo.

Alla richiesta del Comune di Artena, suffragata da elementi validi, il Ministero dei Lavori Pubblici, confermò che il Paese avrebbe potuto procedere alla redazione del Piano di Ricostruzione. La notizia giunse ad Artena il 16 novembre 1947.

Il Piano previsto, realizzato dall’ingegnere Garavini, per innovazione, funzionalità e bellezza, rappresentava un chiaro esempio di urbanistica moderna, talmente all’avanguardia che il progetto originale è ancora oggi in mostra a Parigi, tra i più belli e funzionali Piani di Ricostruzione del dopoguerra e non solo italiani.

Lo strumento urbanistico, però, non ebbe dai nostri concittadini, soprattutto da quelli che contavano, il pieno appoggio, perché forse andava a “toccare” situazioni che non andavano altrimenti toccate, quindi fu sottoposto a continue varianti fino ad arrivare alla disposizione attuale, che fu approvata con Decreto n. 1723, e diede il via ai lavori. Era il 1953, sei anni dopo la risposta del Ministero dei Lavori Pubblici.

Fu in quel periodo, che diventò davvero concreto il desiderio di moltissimi artenesi di spostarsi a Valle. Ormai le difficoltà di vivere al Centro Storico erano sempre più evidenti, anche perché molti negozianti avevano aperto le loro botteghe sulle due vie che portavano abballe e sulla piazza di fronte al palazzo delle Suore.

La piazza era pavimentata con un finissimo brecciolino bianco, con la fontana al centro, e un’edicola posta in mezzo al lato lungo, quello rialzato dal fronte stradale. Leggermente al di sotto della piazza si arrivava alla confluenza tra via Cardinale Scipione Borghese e via Calcarelli. All’angolo di quest’ultima strada, una costruzione bassa con un tetto bianco a falde spioventi era detto “il Capannone”: era un’osteria che diventò successivamente un Bar. A fianco al “Capannone” non possiamo dimenticarci la presenza del Forno di Checca.

All’interno della Piazza vi erano due esercizi commerciali: la barberia di Ernesto e il negozio di tessuti di Zandonadi. Al loro fianco, dove oggi c’è la farmacia, vi era il dazio, per la precisione il locale dove i cittadini artenesi andavano a pagare le tasse, una sorta di agenzia delle entrate ante litteram.

Nei locali a piano terra del palazzo delle Suore, per la precisione, nell’ultimo prima della via Nova, vi era il negozio di abbigliamento di Maddalena, più in alto, sempre sulla piazza, a fianco del sagrato della Chiesa del Rosario, un’apertura laterale dava spazio a due negozi, la macelleria di Giulio “stinchi”, e il negozio di casalinghi di Nella Guadagnoli.

Proseguendo su quella che oggi è via Fleming, ci si trovava a passare in mezzo a due palazzi storici: il Granaio Borghese, ancora funzionante, da una parte, e il palazzetto ex ECA, dall’altra, che era chiamato l’Ospedaletto, anche se al tempo non vi era alcuna struttura sanitaria. Nel piano terra del palazzetto ex ECA, rialzato dall’impianto stradale, vi erano cinque aperture. L’ultima di esse, quella a lato di dove oggi è la casa del maestro Terenzio Latini, dava al laboratorio di Ercoluccio Guadagnoli, un fabbro finissimo, che è rimasto aperto fino al termine degli anni sessanta. I locali a fianco hanno avuto diversi proprietari fino a diventare bar negli anni settanta, e l’ultima apertura era l’ingresso alla bottega di Lao (Venceslao), il maniscalco, l’unico che ferrava i cavalli presenti ad Artena. Quando il laboratorio chiuse, quel negozio fu occupato dai casalinghi di Nella Guadagnoli che si spostò all’inizio degli anni sessanta.

Di fianco all’ex ECA vi era uno spazio verde, dove poi costruirono i loro caseggiati il maestro Terenzio e la famiglia Velli, che proprio in quel punto aveva già un palazzetto a due piani da ormai qualche tempo. A seguire le abitazioni che si affacciavano all’attuale via Fleming: c’erano quella del maestro Evaristo e di Lello Guglielmetti. Nei locali sottostanti a quest’ultima abitazione, per un periodo di tempo c’è stata la Mola di Raffaele, che prima era sulla via Nova, e successivamente vi tornò.

La strada che scendeva dalla Piazza Unione era unica, non si biforcava come è adesso verso piazza Galilei e via Fermi, ma raggiungeva, passando a fianco alla casa di Priori il postino e quella di Renzo Corsetti, la via Velletri.

Di fronte alla casa dei Velli, non c’era ancora la Torre dell’acqua, che è stata iniziata intorno al 1955, e nello spazio che oggi è fra il Granaio e la Torre, invece di un parcheggio, c’era un leggero rialzo del terreno, dove insisteva il magazzino di Colombo (Colombro) papà di Vittorio, Cesare e Fiorina.

Sulla via Velletri le case erano davvero poche e l’ingresso al Paese era praticamente dove oggi insiste la farmacia e dove fu installato un distributore di carburante che confinava con il Colletto Guglielmetti che da Puzzabballe (il pozzo nella valle) arrivava fino al limitare di Valle Gelata.

Nella zona vi era un’unica casa, costruita da poco, “Villa Ida” che all’epoca era in aperta campagna e per raggiungerla bisognava percorrere un viottolo fra i campi. Nient’altro fino a via Valmontone, dove qualche sparuta abitazione accompagnava l’ingresso al Paese dalla parte di via Cardinale Scipione Borghese. Venendo in salita, nuovamente verso Paino, per prima s’incontrava un agglomerato di case tutte realizzate ai bordi di una strada interna (oggi via sette Fratelli Cervi) dove al centro vi era la Mola D’Emilia. Proseguendo sulla strada in salita si giungeva nei pressi della casa di Clemente Pomponi che era a stretto confine con la Valle Fini. All’inizio del secolo scorso Valle Fini era praticamente un enorme orto recintato, di proprietà di una famiglia di Velletri, dove venivano coltivati ogni tipo di ortaggi e di alberi da frutto. Solo dopo l’occupazione delle terre da parte dei contadini nel 1905, Valle Fini tornò ad essere libera. Nella parte più nascosta della Valle, la prebenda parrocchiale del Rosario s’era tenuta un lembo di terra, che nel 1912 fu oggetto di una edificazione: il Palazzaccio, dove padre Bartoli aveva allestito un laboratorio per i giovani, e dove aveva realizzato una sala cinematografica, che ha funzionato fino alla metà degli anni settanta.

Al tempo che stiamo raccontando Valle Fini era diventata un campo da calcio, dove le squadre del Paese si sfidavano tra loro o sfidavano le compagini dei Paesi vicini.

Di fronte all’ingresso di Valle Fini vi era la seconda sala cinematografica, quella di sor Valenti e poi diventata della famiglia Pomponi, e poco più su, un altro locale che fin dall’origine era prima osteria e poi bar.

Più in alto di Valle Fini era stato realizzato un abbeveratoio per greggi e mandrie che passavano quotidianamente, che attraverso una serie di canali portava l’acqua anche al lavatoio sottostante dove tante donne di Artena portavano a lavare i panni. Tutta quell’acqua proveniva dalla fontana di mostra soprastante che riceveva il liquido dalla sorgente dei Canalicchi che era stata condottata fino alla fontana nel 1880 circa.

La situazione che sto raccontando ha avuto un’evoluzione che è durata all’incirca trenta anni. Ciò significa che molte delle cose che ho narrato fino ad ora hanno subìto una trasformazione a volte repentina, e ciò che veniva fotografato negli anni cinquanta era stato completamente stravolto appena dieci anni dopo.

Panorama 1953 - 1955

Nel 1953 vengono tracciate le nuove strade per il Piano di Ricostruzione cercando di rispettare gli immobili esistenti. Lo sviluppo doveva essere realizzato nell’area tra via Velletri, via Scipione Borghese e via Valmontone. Tutte le nuove strade devono essere realizzate in funzione di queste principali arterie.

Si decide di lasciare un ampio spazio, leggermente in dislivello, dove viene prevista una piazza, che dovrà essere la più grande fra tutte quelle dei paesi vicini (e cosi è!). La nuova Piazza si trova attiguamente al Palazzaccio, e originariamente prevede un vialone larghissimo che doveva essere collegato alla via Velletri e alla via Valmontone. Da una parte e dall’altra della piazza c’erano già delle case che evidentemente non potevano essere abbattute, quindi si pensò di collegare la piazza alle due arterie principali, attraverso una parallela che intersecava due strade poste nei lati corti della nuova piazza. Questo rettangolo così costruito, però, rimaneva ancora isolato dalle due strade principali. Si decise, quindi, di realizzare due appendici che proseguivano la strada parallela alla piazza: una di queste passava in mezzo alle abitazioni di Renzo Corsetti, Gino Priori e Villa Ida; mentre l’altra transitava ad un livello inferiore sotto la Mola D’Emilia. Questi due tratti collegarono la piazza a Via Velletri e Via Valmontone. Gli Ingegneri, poi, si accorsero che il lato corto della Piazza posto al livello più alto, arrivava vicinissimo all’attuale via Fleming, decisero quindi di collegare le due strade con una biforcazione che poi divenne un Largo. E’ in questa zona che la società dell’acqua decise di realizzare il serbatoio, che, ricevendo l’acqua del Simbrivio, doveva portarla in ogni casa nuova. Questo Serbatoio doveva essere molto alto, affinchè l’acqua arrivasse per caduta nelle nuove abitazioni che stavano per essere realizzate.

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Le intenzioni originarie del Piano di Ricostruzione prevedevano la realizzazione di un lungo e larghissimo viale, che dalla biforcazione indicata in precedenza, doveva raggiungere e unirsi a via Valmontone in un punto che noi oggi possiamo ritrovare molto vicino all’Istituto Scolastico “Serangeli”.

Di fianco a quel viale dovevano essere realizzate palazzine non più alte di tre piani, con i portici da una parte e dall’altra. Doveva essere, nelle intenzioni dell’epoca, un lungo percorso coperto, caratterizzante, molto vicino alle architetture della Città francesi. I portici dovevano avere anche la funzione di ritrovo al riparo dalle intemperie, con larghi marciapiedi e negozi su ogni lato.

Ma l’aspirazione primitiva non ebbe seguito, e il viale lungo e largo s’interruppe una prima volta dopo un centinaio di metri. La strada continuò ad angolo retto sulla destra, poi, con un successivo angolo retto, riprese il cammino originario. Dopo appena cinquanta metri, però, di nuovo ad angolo retto la linea stradale venne deviata a destra. In quel punto via Valmontone distava poco meno di un centinaio di metri, gli architetti, allora, decisero di unire via Valmontone in quel punto, e il viale originario venne posto nel dimenticatoio.

La prima di queste nuove strade ad essere asfaltata fu quella della Piazza, poi arrivò l’asfaltatura per tutte le altre strade, solamente dopo furono realizzate le condutture idriche e fognarie, posti in essere i pali in cemento per l’energia elettrica e per l’eventuale linea telefonica.

Il Piano di Ricostruzione era stato oggetto di numerose richiesta per costruire.

Le prime licenze rilasciate a metà degli anni cinquanta riguardarono la casa del dottor Carisi, quella di Ercole Guadagnoli e tre palazzine a cinque piani. Poi l’amministrazione Bucci ottenne la possibilità di costruire una palazzina da adibirsi a case popolari e nello stesso frangente cominciarono a costruirsi anche le abitazioni della famiglia Mele, in quella che sarebbe diventata la Piazza del Mercato e quella di un’altra famiglia Mele sulla via Valmontone.

Panorama in basso primi anni sessanta 2

Nel 1960 Artena a Valle si stava ormai formando in tutta la sua pienezza: c’era già la scuola elementare, e c’erano alcune palazzine tra l’attuale via di Vittorio e via Gramsci, c’erano tre impianti di carburante: la BP all’inizio di via Valmontone, attiguamente all’abitazione della famiglia Candela; la TOTAL, sul nuovo viale che collegava la Via Velletri alla via Valmontone, e la FINA all’inizio di via Velletri.

Le due strade principali, Via Valmontone e Via Velletri, che prima erano unite da Via Cardinale Scipione Borghese, nel 1960 sono, invece, collegate da questo nuovo vialone che l’Amministrazione pubblica, guidata da Gino Bucci, nominò viale I Maggio, a ricordo della festa del lavoro, di un giorno che ricorda le lotte, i sacrifici, le conquiste, le vittorie, le sconfitte di tutti quelli che s’immolarono per l’avvenire del nostro Paese.

Nel 1958 in viale I Maggio furono piantati duecento pini provenienti dai vivai di Arcinazzo Romano, ma alcuni vandali, che già allora erano presenti, con la roncola tagliarono gran parte delle piantine messe a dimora. L’Amministrazione Bucci allora acquistò per 4000 lire ognuna piante di abeti, tigli, platani, ibiscus, cipressi, già alti tre metri, e riempì tutta la zona verde a fianco viale I Maggio.

Piazza Galileo Galilei (del Mercato) nel 1959 era ancora allo stato embrionale, ed era costituita dal solo spazio della strada. La piazza era stata concepita di una grandezza di circa 3000 mq, divisa in due, la strada – come detto – e un marciapiede enorme, largo oltre venti metri, divisi, strada e marciapiede, da un cordolo di travertino bianco. In quel momento la strada c’era, ma il marciapiede era ancora un immenso prato verde. Esisteva, però, un problema da risolvere al più presto. Il mercato settimanale a quel tempo si svolgeva in Piazza Unione, con le bancarelle della frutta poste sulla via Nova. Ma questa disposizione ostruiva completamente l’ingresso alla Città, per cui, ogni mercoledì Artena restava completamente isolata. A novembre del 1959 fu autorizzato lo spostamento del mercato sulla nuova piazza. Nella Primavera del 1960 venne sterrata tutta la superficie dello spazio verde a fianco alla strada, e poi venne imbrecciato. Ad ottobre in fondo alla piazza venne installata una fontanella di ghisa e in quel momento il mercato poté davvero trovare un altro sito. Nel frattempo si sistemò tutta la cigliatura in travertino e si asfaltò la zona precedentemente imbrecciata, Furono posti a divisione, fra strada e piazza, quattro pali elettrici a due braccia portanti otto lampade. Poi, nel 1962, vennero posti a dimora dieci cedri che rimasero ben piantati fino a dieci anni fa, e sotto di loro vennero collocate delle panchine in legno, che poi diventarono in ferro.

Lo sviluppo a valle era cosa certa, anche se gli esercizi commerciali insistevano ancora per lo più sulle due strade che dal basso portavano alla piazza della Vittoria.

A fianco alla Chiesa del Rosario c’era il negozio di generi alimentari di Fiorini, poi a seguire la frutteria di Elena, e andando in alto trovavamo Renatino j’orefice, la bottega di vernici di Priori, la parrucchiera Tizia, la macelleria di Ascanio Vitelli, il negozio di lampadine di Tasciotti, oltre a un falegname e, per un po di tempo, c’è stato anche un negozio dove venivano aggiustate le calze da donna. Più in alto, sempre sul Borgo, vi era Rodomonte, calzolaio che vendeva scarpe, quindi Sponghetta che aggiustava le botti, l’ufficio esattoriale dove c’era Evangelista Mele, poi nel corso degli anni si sono aperti una torrefazione, una frutteria, una sartoria, un laboratorio di fabbro e un forno.

Sulla via Nova, durante questo periodo, vi sono stati tantissimi esercizi commerciali: chi aggiustava le televisioni che si chiamava Augusto, Giovanni il barbiere, Francesca che vendeva generi alimentari, Gino il barbiere, che per un periodo divenne anche profumeria, Luisetta con un abbigliamento, la macelleria di Cesare Massimei, Pia l’ombrellara e Ennio j’ombrellaro, la tintoria, lo studio fotografico, un dentista, Gianfranco j’orefice. In alto, poi, c’era la mola.

Intorno alla metà degli anni sessanta molti di quegli esercizi commerciali che vi ho descritto si sono spostati a valle, e altri se ne sono aperti. Tra il 1965 e il 1970, la Piazza del Mercato è stata oggetto di un florido avviamento di negozi. Si sono spostati sulla piazza i negozi di abbigliamento di Maddalena e di Luigina Zandonadi; si spostò Gianfranco “la clinica dell’orologio”, aprì un negozio di dischi, il primo ad Artena, Severino Mastrangeli, e di fianco apri una sartoria. Di fronte trovarono spazio la tabaccheria Fiorini, la pizzeria che nel 1970 divenne di Gesualda Vendetta e poi del figlio Santino, e a fianco trovò posto la profumeria di Adriana. Nella parte bassa della piazza vi era l’abbigliamento di Otello Rossi e della moglie Palmira e, per qualche tempo ha trovato posto anche un bar. C’era, inoltre, un negozio dove si vendevano mobili. Anche sulla famosa biforcazione di via Fleming, nominato largo Cristoforo Colombo, trovarono spazio il negozio di Fiorina Fiorentini, di Mazzocchi che vendeva scarpe e del bar del Passeggero di Maria. Sulla via Fleming, appresso a Pia, un bel negozio di casalinghi, vi erano la parrucchieria di Tizia, che si era spostata dal Borgo, la tintoria di Germana, i generi alimentari di Peppino, il negozio dove si potevano fare gli abbonamenti per Zeppieri prima e ACOTRAL dopo di Bruna, il mobilificio Rossi.

Man mano che la valle si popolava venivano aperti altri negozi. Dopo le scuole, c’era Angelina con il suo negozio di generi alimentari, Roia il meccanico, il Bar Francesco, che poi divenne bar Centrale, l’abbigliamento di Siriana, all’interno di via Mazzini, c’era la macelleria di “Custarello”, un omone che sia d’inverno che d’Estate se ne andava in giro con il camice da macellaio e sotto la canottiera, poi c’era il negozio di Tasciotti, anche lui si era spostato dal Borgo, e appresso il genere alimentari di Sabbetta. Chiudeva la strada la cartoleria di Iole, un buco piccolo e scuro, ma dove potevi trovare davvero di tutto. Dietro alla via Mazzini vi era il bar trattoria di Assunta.

Il trasferimento a Valle si concluse a metà degli anni settanta, ormai il territorio era completamente saturo, pieno zeppo di palazzoni e di case più piccole, che se da una parte hanno dato l’opportunità di spostarsi nella parte bassa della Città, dall’altra non hanno permesso lo sviluppo urbanistico auspicato negli anni cinquanta.

Vittorio Aimati

(foto: archivio fotografico Alberto Talone)

(Ringrazio Agostina Pupa Di Re che mi ha aiutato a ricordare)

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