Artena. Tradizioni, Devozioni e Giochi ormai scomparsi

UNA TESTIMONIANZA CHE MIRA UMILMENTE A TRAMANDARE AI NOSTRI FIGLI E AI NOSTRI NIPOTI L’ODORE DEL TEMPO PASSATO. CENNI DI QUELLO CHE ERA ARTENA FINO A QUARANTA ANNI FA!

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Gli usi e i costumi di una collettività non sono altro che l’identità e la continuità di quello che ci hanno tramandato i nostri avi. Sono le esperienze che un popolo si porta appresso, e le consegna in eredità alle nuove generazioni, in una catena che è solida, o almeno dovrebbe esserlo, da secoli.

Artena, e prima Montefortino, non scampano a questa catena che lega vecchi e giovani, con i primi a testimoniare quanto accaduto e raccontarlo.

In un anno si sono sempre susseguite molteplici tradizioni, svariate devozioni, usi e aneddoti. Ne parliamo al passato, perché evidentemente oggi molte di queste memorie sono passate di moda.

Ve ne voglio raccontare alcune che sono ancora ben impresse nella testa dei più anziani, e altre, invece, che hanno la sola testimonianza orale e non certamente quella diretta, perché si perdono nel tempo remoto.

A Gennaio, fino agli anni cinquanta, la banda musicale, che è stata sempre una viva tradizione di Artena, di buon mattino percorreva i vicoli del Borgo, svegliando con la musica gli Artenesi, e con le note augurava loro la felicità per l’anno che cominciava. Il giro durava una mezzoretta, poi i musicanti si recavano nell’abitazione del primo cittadino e in quella del capobanda, dove era offerto un concerto a quelli che li avevano seguiti, ed erano molti. In cambio i suonatori ricevevano dal Sindaco e dalla famiglia del capobanda un lauto rinfresco, con i dolci natalizi preparati per l’occasione.

Il 6 Gennaio era (è) la festa dell’Epifania. Ancora oggi la ricorrenza è attesa dai bambini, anche se quell’ansia è davvero scemata di molto, ma all’epoca era davvero molto attesa dai più piccoli, perché era il giorno deputato al ricevimento dei regali. Da qualche anno la tradizione vuole che sia Babbo Natale a recare i doni per i bambini e per l’intera famiglia, ma fino a qualche tempo addietro i regali li consegnava la Befana, non c’erano dubbi! I bambini, che oggi ricevono complicati giocattoli, al tempo prendevano doni semplici, raramente giocattoli, però. Le leccornie della Befana erano fichi, spicchi di mele secche, noci, mandorle. Pure l’arciprete quel giorno si dimostrava generoso, regalando qualche dolcetto a tutti i bambini presenti in chiesa.

Il 17 Gennaio si festeggia Sant’Antonio Abate, e i proprietari di cavalli, di somari e di altri animali domestici, si radunavano davanti alla Chiesa del Convento per ricevere la benedizione del Santo. Era un auspicio affinché il lavoro dei campi fosse proficuo per tutto l’anno. In questi ultimi tempi la benedizione s’è estesa ai mezzi motorizzati, perché ormai sui campi non si usano più animali ma trattori.

Il 17 Gennaio ad Artena inizia anche il Carnevale, e in tutte le abitazioni come prima cosa si realizzano le castagnole con il miele. Io ho avuto il piacere di mangiare le castagnole che preparava la mia bisnonna, la Colubrara, la risoluta Assunta, che ti facevano leccare le dita fino a consumartele. Poi quelle della figlia, mia nonna Letizia, di nome e “di fatto”, che ugualmente erano faville per il palato, con quel miele che sgocciolava e che t’impiastricciava dita, bocca, labbra, guance.

Febbraio inizia con la Candelora, che viene il due e che rappresenta un primo spartitraffico della stagione poiché: “Per la cannellora dall’inverso semo fora, ma se piove o tira vento dall’inverno semo dentro, ma se è sole o solicello ce n’è ancora un meserello”. E siccome i proverbi arrivano dalla tradizione e dall’esperienza, gli artenesi osservavano il tempo del Due Febbraio per predire l’andamento delle altre stagioni, e quindi del lavoro sui campi. Era considerato un giorno festivo, e la mattina si andava in chiesa per assistere alla Messa, per prendere la candela, benedirla e portarsela a casa per appenderla a capo del letto, e accenderla durante l’anno in particolari occasioni. Il giorno dopo, il tre, è dedicato a San Biagio. Gli artenesi andavano in Chiesa per ricevere la benedizione della gola. Per quelli che non erano riusciti a seguire la Messa, il prete preparava l’olio di San Biagio, lo metteva in alcuni vasetti o nei batuffoli di cotone, e lo portava nella casa di chi non c’era. La Benedizione serviva ad allontanare ogni tipo di mal di gola, soprattutto la difterite, il crup (jo gruppo), che era una malattia letale.

Il Martedì Grasso, l’ultimo giorno di Carnevale, era il giorno più atteso. Dopo la Benedizione del Santissimo Sacramento esposto per quaranta ore nella chiesa di S. Croce, tutti i ragazzi si preparavano alla rievocazione del Carnevale Morto. Preparavano il corteo funebre e alla fine bruciavano in piazza della Vittoria il fantoccio che rappresentava il Carnevale. Tutte le persone che accompagnavano Re Carnevale cantavano la lamentazione funebre “E’ morto carnevale e chi lo piangerà, la compagnia d’anghetto gli fa la carità” e durante il corteo Re Carnevale lasciava in eredità scherzosamente le “lassate” alle persone più preminenti del paese. E’ successo anche qualche anno fa, grazie al gruppo folcloristico La Mastra, che per qualche tempo rievocò quel giorno.

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Il Carnevale terminava a mezzanotte di quel giorno con il suono della campana della Chiesa di Santa Croce, e in quel preciso momento iniziava la Quaresima. Al mattino, dopo la notte del Carnevale, ci si  recava in Chiesa a ricevere la cenere benedetta sul capo, ricavata, secondo la consuetudine, bruciando i rami d’ulivo benedetti nella Domenica delle palme dell’anno precedente. E’ un rito che è officiato per ricordare la caducità della vita terrena e per spronarli all’impegno penitenziale della Quaresima. Mentre impone le ceneri a ciascun fedele, il celebrante pronuncia infatti una formula di ammonimento, che di solito è: Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris (da Genesi 3,19; in italiano: «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai»).

Un mese dopo circa arriva la Domenica delle Palme, giorno in cui tutti gli artenesi andavano a prendere i rami di ulivo in Chiesa e li riportavano in casa, dove erano collocati sempre dietro l’uscio d’ingresso. E’ il giorno, tra l’altro, che da inizio alla settimana pasquale, e a un tour de force delle donne di Artena, chiamate a fare grandi pulizie, definite pasquali, nelle loro abitazioni. In tempi antichi si faceva perché si potesse accogliere il sacerdote che passava casa casa per la benedizione.

Il giovedì Santo nelle Chiese si preparava, e si fa ancora, il Santo sepolcro con il grano piantato tre settimane prima, tenuto al buio perché cosi diventa di colore giallo. Durante la Messa si legavano le campane; mentre il sagrestano saliva sul campanile, fin sul punto più alto, e legava il batacchio delle campane.

Il venerdì Santo era un giorno di lutto perché moriva Gesù. A mezzogiorno, per ricordare l’ora, si suonava il “Tric-Trac” perché le campane erano legate. Da quel gesto così innocente è scaturito il famoso detto “Tric-trac Santa Croce pizza calla e vino doce”. Alle tre del pomeriggio, era suonata l’Agonia per annunciare la morte di Gesù, quindi il sacerdote celebrava la famosa “Messa secca”, com’era chiamata dai nostri avi, perché in questo rito non era fatta la consacrazione né erano lette molte parti della Messa ordinaria. Il sacerdote, vestito con parati neri, si stendeva per terra di fronte all’altare per alcuni minuti e poi iniziava la celebrazione della passione con il canto delle lamentazioni. Era un momento di un certo effetto, allo stesso tempo commovente ed emozionante. Faceva poi baciare la Croce a ogni presente in Chiesa, e per ultimo scopriva il Cristo morto.

Il Venerdì Santo ad Artena era interessante e pittoresco anche perché subito dopo le liturgie del mattutino, quelle preghiere che si recitano molto presto al mattino, nel sagrato della Chiesa di Santa Croce si riunivano molti ragazzi e adulti, tutti muniti di bastone o di pezzi di legni, e subito dopo il cenno della fine del mattutino, cominciavano a battere i bastoni sui gradini della Chiesa, a ricordare le percosse che ebbe Gesù. Poi, la sera, lungo le vie di Artena, si svolgeva la processione di Gesù morto cui partecipavano tutte le confraternite e l’intera popolazione. Si portava in processione la statua del Cristo morto, ma anche quella dell’Addolorata e tutti gli strumenti della passione.

Il Sabato Santo, intorno alle dieci del mattino, erano sciolte le campane che davano l’annunzio Pasquale. In quel preciso istante tutte le mamme che avevano i figli piccoli li facevano ruzzolare nel letto diverse volte. Il gesto era di buon auspicio perché, secondo le credenze del tempo, preveniva i dolori di pancia e altri mali. Ci si recava in Chiesa per prendere la nuova acqua benedetta e un po’ di fuoco nuovo da portare in casa. Finita la funzione, il sacerdote lasciava la Chiesa, accompagnato dai chierichetti muniti di secchiello dell’Acqua Santa e dei manecuti dove sarebbero state riposte uova, biscotti e ciammelle scottojate, e andava a benedire tutte le case della Parrocchia.

Le donne, che dovevano ricevere il prete, preparavano sui tavoli piatti con le uova e le ciambelle. Guai se si mangiavano le ciammelle scottojate prima di Pasqua! Si diceva che veniva la bocca storta a farlo, e tutti i bambini sinceramente ci credevano.

Il lunedì di Pasqua (conosciuto più comunemente come pasquetta) tutte le famiglie, munite di canestri ripieni di ogni squisitezza, si recavano, tempo permettendo, nelle campagne artenesi per divertirsi e consumare all’aperto la loro merenda.

Per la festa dell’Ascensione era sorta una simpatica tradizione: il dono della giuncata “joncata”. Frotte di ragazzi, muniti di tegamini, si recavano presso i casolari, dove erano i pastori, per ricevere gratuitamente la giuncata, per quanto latte acquistassero nei giorni precedenti.

Il mese di maggio è caratterizzato dalla festa della Madonna delle Grazie, celebrata sempre la terza Domenica, e in particolare la sua straordinaria Processione che è svolta il giorno di vigilia della terza Domenica.

Artena ha sempre avuto, fin dai tempi più remoti, una forte tradizione religiosa.

Questa è particolarmente collegata e intessuta con la venerazione che i cittadini hanno per la loro Madonna delle Grazie che si trova nel santuario di S. Maria delle Letizie.

Poco lontano da Santa Maria c’era il convento di San Michele Arcangelo, dove alcuni frati vivevano nella preghiera e nel lavoro insieme alla loro Madre celeste. Nella Cappelletta del convento vi era un simulacro di legno: la Vergine delle Grazie, la nostra stessa Madre  celeste che noi oggi veneriamo nel santuario di S. Maria.

Lei ogni giorno ascoltava pietosa le preghiere dei figli di S.  Francesco.

Il Conventino era posto in un luogo isolato della campagna artenese, e proprio per questo era stato rifugio di tanti briganti in fuga dai gendarmi. I briganti assalirono il convento più volte, spogliandolo e saccheggiandolo. Per evitare che il convento divenisse asilo abituale dei malviventi, il Papa ne ordinò la chiusura e la demolizione dalle fondamenta.

I demolitori eseguirono l’ordine del Papa, radendo al suolo, in breve tempo, il convento di cui oggi si nota soltanto qualche rudere. I frati dovettero lasciare l’edificio ma avevano una grande pena: lasciare la statua della Madonna lì, in convento, in preda ai briganti, o distruggere l’Immagine? Venne, a uno di quei frati, l’idea di nasconderla e seppellirla in un profondo scantinato.

Il terreno fangoso, e altri fenomeni naturali ricoprirono con il tempo quello scantinato e nulla più si seppe della Madonna.

Tempo dopo un contadino, mentre vangava su quel terreno, cominciò a sentire suonare una campanella, e all’improvviso vide sprofondare una zolla, che creò un buco dal quale riuscì a intravvedere una bellissima statua. Era la statua perduta della Madonna delle Grazie. Corse subito ad avvertire altri contadini. Ne arrivarono moltissimi, soprattutto per la curiosità. Allargarono il buco, si calarono giù nella grotta per sollevare l’Immagine, ma per quanto sforzo facessero non riuscirono a portarla all’aperto. Solo dopo aver pregato e tolto le scarpe, la Madonna fu sollevata con facilità e trasportata nella Chiesa di Santa Maria, dove fu posta nella nicchia sinistra vicino all’ingresso principale.

Nella Chiesa di S. Maria già da qualche tempo vi era un’altra statua della Madonna, quella sotto il titolo “delle Letizie”.

La statua era molto antica e di stile bizantino, seduta con il bambino Gesù in braccio e su una mano portava una palla che rappresentava il globo terrestre. La tradizione artenese diceva che se la palla fosse caduta sarebbe venuta la fine del mondo. Sarà un caso ma quella Statua fu completamente distrutta nel bombardamento del 31 gennaio 1944.

La Madonna delle Letizie di Artena aveva una peculiarità: tutte le volte che si era tentato di portarla in processione, aveva piovuto e grandinato, e per questo gli antichi artenesi avevano desistito dal proposito.

Credenze popolari raccontavano che quando la Madonna della Grazie usciva per la processione (dal 1731), la Madonna delle Letizie sembrava che dicesse quasi per gelosia “esso i mo va la pomposella”, (vedi, adesso va la fanatica).

Per la Madonna delle Grazie di Artena vanno ricordate due caratteristiche: la vestizione che è fatta la mattina del Sabato prima della solenne processione e il lungo periodo dell’anno in cui la Madonna è velata e custodita nella sua cappella.

La velatura delle immagini sacre o delle reliquie più insigni, era in uso da diversi secoli nella Chiesa. Ci volevano permessi speciali per un eventuale scoprimento fuori dalle date stabilite (ad Artena erano Maggio e Settembre). Si ricorreva alla richiesta di Grazia della Madonna delle Grazie, e quindi allo scoprimento, per gravi necessità, quali potevano essere tempeste e nubifragi che rovinavano i raccolti, terremoti e calamità naturali, eserciti stranieri pronti all’invasione.

L’Arciprete convocava il Capitolo e si decideva per lo scoprimento, sentito anche il parere del Vescovo. Si suonavano le campane e il popolo accorreva.

La festa e la Processione della Madonna è preceduta da un rituale consolidatosi nei secoli, s’inizia i primi di Maggio con la tredicina di preparazione.

Il Sabato precedente la Processione, per un’antichissima  tradizione, si suonavano le campane a martello per un’ora: era l’annuncio  alla popolazione che la festa era vicina. Il terzo Venerdì  di Maggio è il giorno deputato allo scoprimento. Quel giorno rappresenta per ogni artenese l’incontro devoto e amorevole verso la Madonna.

Quando si grida il triplice “Evviva Maria” e il sacerdote tira la tendina e appare l’Immagine della Madonna tutti i presenti si sentono pervasi da una gioia incontenibile.

Il Sabato Mattina ha luogo il rito della vestizione. Si fa a porte chiuse, come la spoliazione, ed è accessibile solo a poche persone.

Dopo la Santa Messa due confratelli scalzi, prelevano la Statua dalla nicchia e la depongono nella macchina processionale, tutti i presenti quindi baciano il piede della Vergine delle Grazie.

Cosi ha inizio la vestizione fatta da due zitelle e dalle suore della carità. Il vestito della Madonna e quello del Bambino non sono interi, ma si compongono di vari pezzi. Il rito della vestizione dura oltre un’ora. Nel frattempo in paese è tutto un fermento di preparativi, si ripuliscono gli angoli più nascosti, e le donne comprano le candele per la processione.

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Le cantarine erano un altro tassello della processione. Erano donne che avevano la voce squillante, generalmente tre o quattro, e si distribuivano nel mezzo della processione per uniformare il canto.

Alla Processione sono legati tanti aneddoti, alcuni di essi tristemente famosi, come quello del 1890. In quell’anno il Municipio volle che il servizio postale non fosse fatto più da un uomo che ogni mattina, a piedi, si recava alla stazione ferroviaria per prendere la posta in arrivo, ma che fosse fatto più regolarmente con una carrozza e due cavalli.

Per questo il Comune licenziò il vecchio postino prendendone un altro. La moglie del licenziato andò dicendo in paese che a suo marito era stata fatta un’atroce ingiustizia e che essa avrebbe fatto un voto alla Madonna, andando in processione tutta vestita a lutto per ottenere da Dio la Grazia che il nuovo postino fosse ucciso o morisse.

Infatti, venuto il giorno della festa, in mezzo alle oltre 500 donne di Artena che seguivano la processione vestite di bianco e ornate di fiori, si vide la moglie del postino tutta vestita a lutto che teneva  in mano la candela legata con un lunghissimo nastro nero, essa non faceva  mistero del suo voto e il paese non se ne meravigliava. Per fortuna la Madonna non l’ha esaudita.

La Madonna resta esposta in trono per otto giorni nella collegiata di Santa Croce che per l’occasione è tutta parata.

Negli anni venti, il sacrestano Cesare Codirossi, durante l’ottavario si portava un pagliericcio e dormiva sotto l’altare di Santa Croce per paura dei ladri. Per antica consuetudine alcune suppellettili sacre: paramenti, candelabri, paliotti d’altare, si potevano usare soltanto per la festa della Madonna.

Il priore della confraternita era molto attento e vigile affinché l’Arciprete indossasse solo per l’ottavario i paramenti riservati. Anche il sacrestano doveva attenersi a queste usanze, e, infatti, sull’Altare maggiore metteva la muta di quattordici candelabri di legno dorato, più due grandi candelabri di legno con lo stemma della Madonna.

Il giorno della festa davanti alla Chiesa erano distribuiti i santini e c’era il servizio bandistico. Questo giorno era anche l’occasione per incontrare persone che da qualche tempo non si vedevano.

Durante l’ottavario veniva sempre un predicatore e spesso i bambini si addormentavano perché le prediche erano troppo lunghe.

Fin dall’inizio del secolo scorso la festa della Madonna delle Grazie era l’occasione per comprarsi un vestito o un paio di scarpe nuove.

A tal proposito cosi racconta il Padre Mele nelle sue memorie: “Il figlio del contadino, se non era proprio dei più scadenti, nell’età giovanile gli si doveva provvedere un vestito, che volgarmente si chiamava la muta. La stoffa era si saio o di castoro la quale veniva a costare con la tagliatura, cucitura ecc, circa 20 lire. Con quel vestito si doveva uscire in pubblico il giorno della festa della Madonna delle Grazie che si celebra la terza domenica di maggio e soleva dirsi che si faceva la ricacciata”.

La festa era anche l’occasione per le famiglie di Artena di cucinare cibi diversi dal quotidiano.

Durante tutto l’anno la maggiore parte degli artenesi mangiava la piazza di granturco con l’erba cotta alla tìvoia coi fasoi, patate e altri legumi. L’arenga affumicata, cotta sulle braci, insaporita con olio e aceto, più raramente il baccalà, era l’abituale companatico. Poi, fichi secchi, noci, castagne e mele, sempre di scelta scadente perché le migliori venivano vendute, erano la frutta di ogni giorno.

Il pane bianco si faceva tre volte l’anno: a Pasqua, alla Madonna e per il Natale.

La festa era anche motivo d’incontro con i parenti lontani, perché ogni artenese forestiero almeno una volta l’anno tornava ad Artena per vedere la Madonna.

La quarta Domenica di Maggio con una nuova Processione si riporta l’Immagine della Madonna nella sua “casa abituale”, la Chiesa di S. Maria.

Al termine  della funzione religiosa vi è il rito della spoliazione e reposizione della statua.

Questo rituale fino a pochi anni fa era riservatissimo, perché l’atto era ritenuto strettamente privato, e non potevano assistere che i fratelli della Madonna, il Parroco e le zitelle con le suore. Attorno agli anni novanta l’allora parroco Don Leonardo D’Ascenzo, oggi Vescovo a Trani, fece divenire pubblico questo rito.

La notte tra il 23 e il 24 Giugno, vigilia della festa di S. Giovanni Battista, era considerata una notte magica. Il fuoco e l’acqua erano gli elementi propiziatori dell’inizio dell’Estate, e la sera si accendeva “Jo pelèo” con i fiori e con le verdure secche. Poi il fuoco doveva essere saltato, e durante il salto si pronunciavano alcune strofe semplici, facendosi commare e compare di garofano. Questa tradizione è stata riscoperta ed è proposta ogni anno da qualche tempo, insieme alla tradizione che vuole che prima del sorgere del sole ci si rechi in campagna per prendere la guazza di San Giovanni e con essa ci si lavi il viso.

Durante i mesi estivi: luglio, Agosto, Settembre, ad Artena non si andava al mare, ma si facevano i pellegrinaggi ai vari santuari della zona. Rigorosamente a piedi. Si arrivava al santuario della Santissima Trinità, a quello di Santa Anatolia, e alla Madonna del Buon Consiglio.

Il mese di Novembre, dedicato ai morti, tutti andavano al cimitero a pulire le croci e il due si mangiava un piatto di fave per devozione.

Il mese di Dicembre era caratterizzato dalla festa della Madonna di Loreto ed era tradizione sparare in aria con i tanti schioppi che avevano i numerosi cacciatori artenesi. Il 24 Dicembre era in un certo qual modo così com’è oggi, senza le amplificazioni attuali. Il bambinello era posto nella mangiatoia del Presepio subito dopo la cena e dopo tutti si recavano alla Messa di mezzanotte. Il giorno di Natale le donne preparavano il pranzo con carne e pane bianco.

L’ultimo giorno dell’anno ci si riuniva in chiesa per cantare il “Te Deum” e ringraziare Iddio per tutti i benefici ricevuti. Poi, il lume di fioche lucerne e il guizzo delle fiamme traballanti nei poveri focolari, si consumavano le cene, parche e frugali, dell’ultimo dell’anno. Non mancava il tradizionale piatto di fave condite con peperoncino, che si mangiavano due volte l’anno: il giorno dei Morti, come già raccontato, e il giorno di Capodanno per “devozione” come dicevano i contadini di Artena. Il primo dell’Anno si mangiava la polenta con i tordi, o con le salsicce sott’olio, il baccalà fritto e le immancabili frittelle di baccalà, di broccoli, di alici, di fette di mele, e si beveva l’acquato, l’abituale bevanda dei contadini, preparata con il torchiato, diluito con molta acqua, accompagnato da noci e castagne preparate a caldarroste, che erano l’unica provvista abbondante in ogni casa, e a buon mercato dati i molti castagneti esistenti ad Artena.

Per quanto riguarda i divertimenti di un tempo, se paragonati a quelli attuali, non sembrano essere passati anni ma millenni. Oggi imperversano giochi ricercati, elettronici, addirittura “televisioni che interagiscono con il giocatore”, e sono il pane quotidiano dei ragazzi e anche di qualche adulto. Ci sono divertimenti di un tempo che desidero proporre all’attenzione dei giovani contemporanei, che, magari, non ne hanno mai sentito parlare.

Il Padre Mele nelle sue memorie evidenzia come le condizioni atmosferiche potessero condizionare i giochi dei bambini. “Nell’inverno si usciva dal paese a prendere un po’ di sole. E quando cadeva la neve si giocava pazzamente alle palle. Lo facevano sia i grandi che i piccini. Ricordo la grande nevicata del 1892; la neve era alta più di mezzo metro e dopo ciò vennero forti tramontane che la ghiacciarono e per quaranta giorni non si parlò più i lavorare. Arrivò a tanto l’ozio dei contadini che i grandi e piccoli si diedero a giocare a palle e un giorno vi partecipò tutto il paese con una sfida a grande stile”.

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Altro divertimento tipico era quello della “scampanacciata”. Se due vedovi si risposavano, i poveretti dovevano sopportare almeno per tre sere la musica assordante di campanacci e bidoni, lamiere e catene trascinate, a suono di corni, strilli, urli e poi la catuba: un botticello coperto con pelle e bastone infilato che si tirava su e giù. Un divertimento spietato per i poverini, ma innocuo e oltremodo gradito per tutti i giovani. Nel 1900, per un inconveniente, la “scampanacciata” fu proibita. Vi era poi il gioco delle carte che si praticava in casa, ma anche nelle osterie di Artena. In Primavera vi era un’usanza particolare: per la via di Valmontone un gruppo di squadre assortite di uomini e ragazzi, faceva a ruzzola con forme di cacio.

Durante le sagre paesane – scrive ancora Padre Mele – arrivavano ad Artena i saltimbanchi e di tanto in tanto anche qualche cantastorie. Una volta passarono certi figuri suonando un cembalo e conducendo un orribile orso; noi bambini ci chiudemmo in casa talmente impauriti che i nostri genitori ritornando dalla campagna, ci trovarono mezzi morti dalla paura. Credevamo che fossero diavoli usciti dall’inferno, mentre altri fuori si divertivano a vedere ballare il povero orso”.

Altri giochi di un tempo perduto erano: a battimuro, con i partecipanti che dovevano avere in tasca le baiocchelle (5 centesimi). Ogni concorrente, a turno, batteva nel muro la sua baiocchella; vinceva chi riusciva a coprire la distanza di un palmo tra una baiocchella e l’altra; a sardamondò, che era un gioco moto pittoresco e frequentato in maggioranza dai ragazzi. Per farlo era necessario un appiglio e poi, uno per volta, i giovani di allora divisi per squadre, saltavano uno sopra all’altro. E’ un gioco che si ripropone durante il Palio delle Contrade. Vinceva chi sapeva resistere sulle spalle dei compagni più tempo; salto alla corda, che fino a cinquanta anni fa era il maggior divertimento delle ragazze artenesi, ma anche i ragazzi, seppure in minima parte, partecipavano al gioco. Due di essi facevano roteare una corda mentre un gruppo di bambine saltava all’interno della traiettoria della corda stessa. Mai un errore, sempre una precisione millimetrica al salto, che era accompagnato da una filastrocca fatta di nomi di frutta; la mazzafionga, non sappiamo se negli altri paesi il gioco della fionda aveva la stessa valenza come per noi artenesi: è certo, però, che con questo gioco i bambini e i ragazzi sono diventati adulti. In ogni casa vi era la presenza di una mazzafionga, e la bravura era di saperla costruire meglio. Si cercava il legno più adatto e più resistente, anche se questa ricerca era la cosa più semplice, visto la quantità di vegetazione presente nel territorio. Ed era facile anche trovare la “forcinella”, cioè il pezzo di legno già modellato. Una volta che si trovava la “forcinella”, bastavano pochi piccoli ritocchi: una limatura qua e là, un accorgimento sul manico e il più era fatto. L’arte vera e propria, stava negli elastici usati.

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Bisognava trovare una particolare specie di elastico resistente e cosiddetto a quadrelle, solo con questo tipo di elastico il sasso poteva essere scagliato a una notevole distanza. Era logico che potessero essere usati anche altri tipi di elastico ma pareva ai ragazzi di allora, che lo scopo non fosse lo stesso.

Gli elastici erano legati alle estremità della forcella, e nella parte opposta erano fissati a un contenitore di pochi centimetri quadrati, solitamente fatto di pelle, che doveva sorreggere il sasso da scagliare. I bambini di un tempo si sentivano veri cacciatori con quella fionda tra le mani. la carattella: sentirsi grandi anche se piccoli, intorno agli anni cinquanta quasi tutti i bambini e i ragazzi del posto si armavano di buona volontà e costruivano con una rara maestria le carrettelle piccole automobili di legno, la bravura era nel trovare i cuscinetti di ferro adatti per le ruote, con cui si gettavano dall’erta del borgo. Un gioco molto pericoloso ma allo stesso tempo entusiasmante. Ti sentivi un provetto patentato.

La lippa, ugualmente era un gioco pericoloso, e consisteva nel lanciare il più lontano possibile, un piccolo legno lungo non più di venti centimetri, appuntito nelle due estremità. Il battitore aveva un bastone affusolato e sagomato di circa mezzo metro, con cui doveva percuotere la lippa in una delle due estremità. Quando questa si sollevava dal terreno, doveva colpirla con tutta la sua forza e mandarla il più lontano possibile. La squadra avversaria doveva raccogliere la lippa e rilanciarla più vicino possibile al punto da dove era stata battuta.

La corsa con la botte (co la otte), un gioco che richiamava il lavoro che svolgevano i contadini nelle vigne per la preparazione delle botti. Era in uso da parte dei contadini far rotolare la botte da un punto all’altro della cantina per “impostarle”.

Molti altri erano i giochi con cui ci si divertiva: a campana, a palline, a canteriglio con gli ossi, a cuccellitto con i bottoni, a scartoccitti, con le figurine dei calciatori.

Giochi semplici ma che con cui passavi giornate intere, soprattutto quelle d’Estate quando non c’era la scuola, e dalla mattina alla sera si stava fuori dall’uscio, e ogni angolo del Paese era casa, dove c’era sempre chi ti guardava, anche se non ce n’era bisogno perché i pericoli erano davvero inconsistenti.

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Per questo scritto ringrazio Alberto Talone che ne è stato il primo esecutore e quindi la fonte più preziosa. Io ho ampliato il suo lavoro.

Un pensiero riguardo “Artena. Tradizioni, Devozioni e Giochi ormai scomparsi

  1. This article was so informative, thank you. The picture above with the women standing by the fountain. What year was the photo taken? Can you name the women and children in the photo? I ask because my granfldmother Ada Massimei spoke if the women and children gathering at a fountain. Maybe she might even be in the photo. Thank you again for the wonderful article.

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