Scuola di Artena. Una storia lunga oltre un secolo

RIPERCORRIAMO TUTTE LE TAPPE ESSENZIALI DELLA SCUOLA DELL’OBBLIGO ARTENESE DAL 1870 AI GIORNI NOSTRI. UN LUNGO RACCONTO I CUI INTERPRETI SONO PERSONAGGI MITICI RIMASTI NELL’IMMAGINARIO COLLETTIVO DELLA CITTA’

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Tra le mie ricerche che hanno sempre oggetto la storia di Artena, mi sono imbattuto in un manifesto rarissimo, direi unico, del 1° ottobre 1871, pubblicato e affisso dal Comune di Montefortino, un anno dopo l’ingresso nel Regno della giovane Italia, un anno e qualche mese prima che la Città diventasse Artena. Il manifesto di cui parlo, e che pubblico a corredo di questa storia, riguarda l’istruzione pubblica, e il Sindaco di allora – il primo Sindaco do Montefortino italiana – Calcedonio Fini, invitata i genitori che erano “strettamente obbligati a mandare i loro figliuoli e le loro figliuole dell’età non minore di sei e non maggiore di dodici alle scuole rispettive maschili e femminili”.

La stagione scolastica 1871/1872 cominciava il 15 Ottobre e i bambini che avrebbero dovuto frequentare la prima classe, dovevano presentare la fede di nascita che comprovava il compimento del sesto anno. Inoltre, dovevano presentare il certificato “dell’inoculato vajolo”.

Il maestro di allora si chiama Cesare Guidotti che era anche il direttore della scuola di Artena.

Il Sindaco Fini, nel manifesto, per stimolare la frequenza scolastica, che era davvero appena appena percettibile e con una situazione desolante, scrive ancora: “Considerato pertanto gli eminenti vantaggi che dalla istruzione e dalla educazione convenientemente impartite derivano, ed i gravi danni risultanti dalla mancanza loro, il sottoscritto esorta tutti i genitori ad avviare i figliuoli alla Scuola, Tempio provvidenziale di Santa Religione, di Sana Morale, e di utilissime cognizioni. Questo Municipio poi, volendo per quanto è da esso incoraggiare e premiare l’assiduità alla scuola, il profitto allo studio, e la costumatezza degli scolari sia maschili che femminili, ha stabilito che quegli allievi ed allieve che negli esami semestrali dell’entrante anno scolastico, riporteranno nelle rispettive classi il massimo dei punti per tutte le materie d’insegnamento ed in condotta morale. Acquisteranno il diritto alla loro famiglia dell’esenzione, per il venturo anno 1872 dei seguenti dazi comunali: Focatico; Tassa bestiame interno; nonché una menzione onorevole”.

Il Sindaco Fini, a Maggio del 1871, aveva ricevuto la visita dell’Ispettore scolastico che aveva evidenziato una situazione lacunosa: “Montefortino mi risulta havvi una sola scuola elementare affidata al maestro Guidotti il quale riunì in questa, anche quella che teneva il Bonomi sacerdote don Gaetano, rimosso senza alcun motivo dal Sindaco. Al Comune di Montefortino, che riunisce una popolazione di 3836 abitanti, non può bastare una scuola sola, anzi ve ne debbono essere più di due”. Il provveditorato invitò il Sottoprefetto di Velletri a intervenire energicamente verso l’Amministrazione Comunale affinché fosse reintrodotta la seconda scuola maschile e reintegrato don Gaetano Bonomi.

L’Italia, e quindi anche Montefortino, soffriva la presenza enorme di analfabetismo, calcolato a quasi l’ottanta per cento della popolazione, con i picchi che raggiungevano il 90% nel meridione, e l’analfabetismo rischiava seriamente di far fallire tutti gli intenti propositivi del nuovo ordinamento. A questo il Governo italiano cercò di sopperire con la legge Coppino che elevava l’obbligo scolastico. L’innalzamento dell’obbligatorietà scolastica creò davvero un grande problema per il Comune di Montefortino, che dovette fare opera di persuasione, riuscendovi quasi mai, sui genitori che non volevano mandare i figli a scuola: erano braccia tolte al lavoro dei campi. Inoltre, l’amministrazione pubblica si dovette occupare anche di trovare i fondi per stipendiare i nuovi maestri, cui era necessario anche trovare alloggio e acquisire il materiale didattico necessario. Nonostante l’impegno dell’Amministrazione Comunale, la presenza nelle scuole era davvero minima. In una comunicazione intercorsa tra la maestra Luigina Cairati e il Sindaco Tomassi, l’insegnante informava che delle venti ragazze promosse dalla prima classe, solamente sei se n’erano iscritte alla seconda. E’ pur vero, però, che anche l’Amministrazione Comunale era sensibile all’aspetto scolastico, ma fino a un certo punto, considerato che per evitare altre spese, il Sindaco Tomassi chiese al maestro Umberto Ferri, d’insegnare oltre alla sua classe anche ai ragazzi della prima elementare, risparmiando così sullo stipendio di un maestro.

Ma il provveditorato si espresse contro Tomassi.

Se Artena, come si aumenta per popolazione, progredisce altresì nella civiltà, prendendo la famiglia sempre più cura della primaria educazione dei fanciulli, del fatto non può rallegrarsi codesto onorevole Municipio e con animo lieto far fronte alla spesa di un novello insegnate”.

Fu una comunicazione illuminante perché l’Amministrazione stanziò quasi 4000 lire per la scuola, assumendo un altro maestro. Inoltre, istituì il patronato scolastico per gli alunni provenienti da famiglie indigenti, oltre ad aprire una scuola serale per adulti.

Una statistica scolastica del 1877 ci testimonia che ad Artena vi erano 201 maschi e 205 femmine obbligati alla scuola. Di questi 406 bambini se ne iscrisse 275, ben il 67%, una percentuale che cominciava a salire, anche se alla fine del ciclo elementare ne arrivava appena il dieci per cento.

Nel 1883 la sede municipale, dall’edificio che noi oggi conosciamo come Palazzetto del Governatore, fu spostata nei locali del Palazzo Traietti. Questo fabbricato, di proprietà della famiglia Borghese, all’epoca era conosciuto come il Gran Fienile, ed era composto di più piani uno sopra l’altro. Quello prospiciente via Municipio era il piano che conteneva gli uffici Comunali, mentre i piani sottostanti vennero sistemati ad uso di aule scolastiche, e ben presto vennero soprannominati I Sotterranei. Altre aule scolastiche furono sistemate sul piano superiore, conosciuto al tempo come il Gran Soffittone.

Fu quello l’unico istituto scolastico ad Artena fino al 1928, quando il piano superiore fu scoperchiato, rialzato, tramezzato e risistemato per la nuova scuola.

Nel 1911 l’Amministrazione Pubblica di Artena, guidata allora dal Sindaco Virginio Prosperi, cominciò a discutere sulla realizzazione di un nuovo edificio scolastico, perché la frequenza scolastica era notevolmente aumentata. Fu realizzato il progetto di un nuovo edificio il cui costo sarebbe stato poco meno cento mila lire. Per l’epoca la somma era enorme e per questo il proposito fu accantonato. Ma nel 1914 si tornò a parlare di un nuovo edifico scolastico. L’Amministrazione Comunale approvò il progetto redatto tre anni prima sia nella parte economica che in quella tecnica, ma lo bocciò per l’ubicazione con questa motivazione. “Non si ritiene opportuno costruire l’edificio scolastico nella parte bassa del paese perché è zona umida a causa della nebbia che vi dimora quasi in permanenza, e sarebbe di grave pregiudizio per la salute dei bambini, che, d’altra parte, nei giorni piovosi, a causa della forte discesa e del continuo straripamento dell’acqua piovana, non potrebbero recarsi a valle(….) quindi si scelga un luogo compreso tra Piazza Borghese fino alla località Le Fornaci”.

La motivazione era ridicola e lo rilevarono soprattutto padre Bartoli e Suor Mammere.

Sono sconcertato – scrisse il sacerdote -. E’ più di un anno che tengo lezione la domenica mattina a tutti i ragazzi nell’asilo delle suore che pure è a valle e l’affluenza è aumentata. Anche suor Luisa è dello stesso avviso, giacché già da qualche tempo le ragazze si recano a valle nell’asilo, attraverso la forte discesa che sta dopo la porta del paese”.

La scuola rimase in via Municipio e la costruzione del nuovo edificio non fu più presa in considerazione.

Panorama in basso primi anni sessanta

Nel 1944, dopo un intenso e martellante bombardamento aereo, Artena presentava dolorose ferite: molti fabbricati erano distrutti e tra questi anche la scuola di via del Municipio, che aveva dovuto subire lo sfondamento del tetto nella parte est dell’edificio. L’altra parte di scuola, quella che era rimasta sana, era stata occupata, però, dagli abitanti del paese che erano sfollati dalle loro case andate distrutte sotto i colpi delle bombe. Erano spariti i banchi, le sedie, gli armadi, che erano serviti agli sfollati per proteggersi dal freddo invernale che era davvero pungente.

Così sarebbe dovuto ripartire l’anno scolastico 1944/1945.

I maestri a disposizione erano molto pochi, non più di cinque o sei e le strutture erano inesistenti. Il direttore dell’epoca si chiamava Ugo Boldreghini, che risiedeva a Roma, ma che per l’occasione della riapertura dell’anno scolastico venne ad Artena per sincerarsi delle condizioni in cui versava la scuola locale.

Boldreghini riunì i pochi insegnanti rimasti e con loro cercò di assicurare almeno un turno di lezioni, adattando ad aule alcuni ambienti. Era davvero arduo far ripartire la scuola, eppure quel pugno di maestri non si scoraggiò. Tra loro c’era la maestra Giorgetta Mele, che morì prematuramente cinque anni dopo; poi ancora suor Maria Concetta, all’anagrafe Teodolinda Caniggia; quindi c’erano il maestro Vinicio Fanfoni, il maestro Guido Mele, il maestro Pierluigi Latini (Terenzio) e il maestro Ermanno Colazza. Fu principalmente grazie a loro che la scuola ripartì dopo la guerra.

Nel sotterraneo dell’edificio, sotto Municipio, gli insegnanti trovarono alcune grandi lamiere zincate che utilizzarono per coprire alcuni buchi sui tetti sfondati per potersi riparar dalla pioggia. Poi riuscirono a trovare alcuni armadi vecchissimi che erano nei locali perché eliminati dal Municipio al tempo del trasloco del 1880. Con questi armadi e i loro sportelli, riuscirono a costruire i banchi, trasformandosi in falegnami e carpentieri. Con un mese di lavoro riuscirono a mettere in uso quattro aule. Gli alunni si avvicendarono in due e anche tre turni, ma le lezioni cominciarono con viva soddisfazione del direttore e del provveditorato, che furono talmente soddisfatti da rimborsare alcune spese affrontate dagli insegnanti.

Scuola elemenatre

La situazione era grave anche a livello sociale: c’era una povertà assoluta, le condizioni erano davvero pietose sia in senso morale sia in quello materiale. Le famiglie avevano bisogno di tutto, pensate se avevano tempo per mandare i figli a scuola. C’era una degenerazione educativa che si ripercuoteva nella scuola, al punto che quegli stessi insegnanti a volte si vedevano impediti a operare da alunni più esuberanti di altri che con i loro comportamenti cercavano di influenzare anche gli altri bambini. Ci volle coraggio e pazienza all’inizio da parte degli insegnanti, che fecero appello a ogni espediente per conquistare gli alunni più turbolenti e ritrosi, ma ci riuscirono normalizzando in qualche mese la frequenza scolastica.

Due anni dopo gli sfollati lasciarono l’ala sana dell’edificio di via Municipio, così si riuscirono ad allestire ben dieci aule, e con un doppio turno funzionarono ben venti sezioni. Non c’erano ancora gli insegnanti di ruolo e quindi gli insegnati artenesi furono nominati provvisori annuali. Nel frattempo si riaprirono anche le aule di Macere, Ponte del Colle e Colubro. Ermanno Colazza fu nominato fiduciario scolastico.

L’entusiasmo con cui questi primi maestri affrontarono la riapertura della scuola dopo la guerra fu contagioso. A loro si aggiunsero, nel corso degli anni, altri insegnanti rimasti ben impressi nella memoria collettiva: il maestro Panfili, la maestra Maria Bruni, il maestro Velli, il maestro Alberto, poi diventato segretario, il maestro Evaristo, la maestra Filomena, la maestra Luigia, la maestra Gilberta, la maestra Edda, il maestro Mario, la maestra Lilli, la maestra Silvia, la maestra Luciana, il maestri Gino Bucci e il maestro Eligio Pompa, questi ultimi anche Sindaci di Artena.

Nonostante lo sforzo degli insegnanti, a metà degli anni cinquanta la scuola elementare del Municipio non aveva ancora il riscaldamento, e nei plessi periferici mancava anche l’acqua, con gli inconvenienti igienici che potete immaginare.

In nessuna scuola erano presenti quelli che allora si chiamavano bidelli; c’erano, invece, alcune incaricate forfettarie, e in certi casi gli stessi insegnanti provvedevano volontariamente alle pulizia.

Nel frattempo, però, la scuola allargava i suoi orizzonti con l’organizzazione di spettacoli d’arte e d’accademia, ai quali gli alunni davano i migliori risultati, arricchendo, con queste attività extrascolastiche, anche la preparazione generale della cultura, coinvolgendo le famiglie e realizzando una fusione tra scuola e famiglia prima ancora dell’esistenza dei decreti delegati che furono introdotti nel 1974.

Con l’approvazione del Piano di Ricostruzione nei primi anni cinquanta, e la relativa espansione della Città nella valle sottostante l’attuale Centro Storico, e con l’incremento dei bambini in età scolare, si rendeva necessaria, finalmente, la realizzazione di un nuovo edificio scolastico.

img_7680.jpgNel 1952 le linee delle nuove strade erano state già tracciate e l’edificio scolastico era previsto lungo quella che doveva essere la principale arteria del viale centrale della nuova Città. Il Piano di Ricostruzione era stato realizzato dall’ingegner Garavini e prevedeva un rettifilo lungo, alberato e porticato, che dai piedi del Paese avrebbe dovuto raggiungere l’attuale campo sportivo e congiungersi con l’esistente via Valmontone. Il rettifilo doveva essere intersecato da nuove strade e, a fianco a una di queste, plausibilmente la più larga, era prevista la realizzazione dell’edificio scolastico, una costruzione a due piani, lungo una cinquantina di metri e largo dodici circa.

L’edificio era pronto all’inizio degli anni sessanta, in sostanza quando furono terminati le case popolari di via Marconi e un edificio Valentini. All’epoca erano presenti pochi immobili nella piana: Villa Ida, ad esempio, poi la Mola D’Emilia, la casa di Clemente Pomponi, quella di Priori della Posta; in via Valmontone c’erano le case di Candela e di Mele, poi c’erano l’ex ECA e a seguire la casa dei Velli e quella dei Latini, Martini, Guglielmetti, e poche altre. Siamo nei primissimi anni cinquanta. All’inizio dei sessanta, oltre alla scuola, nacque la casa che era di proprietà del dottor Carisi, gli altri palazzi Valentini, le case popolari di via Marconi, e una serie di palazzetti in via di Vittorio – Via Gramsci. Ma a questo dedicherò un’altra storia.

La nuova scuola, simile a un vagone ferroviario, era di un colore bianco luminoso con il tetto spiovente a tegole rosse. La sua costruzione era stata necessaria, ma la scuola del Municipio, avrebbe ancora funzionato (lo fa ancora a dire il vero, e lo fa ormai da quasi 140 anni).

Immaginate però la scuola nuova che entusiasmo creava all’interno delle famiglie, soprattutto quelle che si erano spostate a valle: si avvicinarono ancora di più all’istituzione scolastica.

Artena faceva parte della direzione scolastica di Valmontone che prevedeva gli edifici della Città Casilina e quelli artenesi. Direttore era Alfredo Rotelli, coadiuvato da Ermanno Colazza che manteneva il collegamento logistico fra tutte le scuole del circolo e, poi fu nominato anche direttore del Patronato scolastico di Artena.

Fu grazie a Colazza che vennero per la prima volta organizzate le mense scolastiche, non solo ad Artena ma in tutto il comprensorio. La refezione scolastica fu migliorata anche grazie ai contributi dell’insegnante Giuliano Velli prima e Guido Mele dopo.

Il Patronato scolastico, fondato dal Sindaco Tomassi, svolgeva preminentemente una funzione d’assistenza a favore della scuola elementare, ma anche in favore di quella materna e della scuola media, che nel frattempo, a metà degli anni sessanta, fu istituita anche ad Artena. Intensificò e migliorò la mensa scolastica, come abbiamo visto, ma permise anche l’istituzione del tempo pieno, la realizzazione di aule per la scuola materna, il trasporto degli alunni, il contributo per acquistare i libri a favore degli alunni più bisognosi, alla distribuzione del materiale didattico, di cancelleria soprattutto per la scuola differenziale, che non era stata ancora abolita.

Il Patronato fu importante anche per i corsi di doposcuola, per dare modo agli alunni di tornare a scuola nelle ore pomeridiane e fruire, così, all’azione integrata didattica per opera di giovani insegnanti.

Per molto tempo il presidente del Patronato scolastico fu Don Amedeo Vitelli, che con estrema sensibilità aveva saputo interpretare e favorire le varie iniziative della scuola.

L’attività del Patronato cessò con il passaggio di ogni forma di assistenza alle Regioni e, per delega di queste, ai Comuni.

Alla fine degli anni sessanta la scuola di Artena divenne autonoma e a dirigerla fu chiamato Ermanno Colazza, che divenne direttore il 20 aprile 1970 e rimase tale fino al 1979. Furono tre le direttive di azione di Colazza: stimolò l’amministrazione pubblica locale a perfezionare la struttura e le attrezzature della scuola; coordinò il lavoro condividendolo con i collaboratori, e intensificò il rapporto tra scuola e famiglie.

Grazie all’opera di questo insegnante, che fu uomo di spessore nel XX secolo artenese, la scuola di Artena ha subìto una trasformazione da ente in un certo qual modo artigianale, a scuola contemporanea, aperta alle innovazioni. Grazie alla sua opera e ai direttori successivi, la scuola di Artena ha avuto una trasformazione anche fisica. Il “vagone ferroviario” fu accompagnato da due appendici laterali che l’hanno fatto diventare un ferro di cavallo spigoloso, ma che hanno permesso la realizzazione di altre aule e l’incremento degli alunni.

Per ultimo dedico pochi cenni alla scuola media che fin dagli anni sessanta era presente ad Artena, ma era praticamente agonizzante, soprattutto per la scarsità di locali (venivano usati quelli delle Suore dell’Asilo) ma anche per gli insegnanti che molte volte non si presentavano, per la direzione didattica, dipendente da Valmontone e per l’esiguo numero di alunni.

Alla fine degli anni quaranta erano davvero pochi gli studenti che, dopo le cinque classi elementari, frequentavano le superiori. Dopo le elementari i genitori preferivano che i figli andassero a lavorare partecipando, così, all’economia della famiglia.

D’altronde ad Artena non vi erano istituti superiori, nonostante che prima la riforma Gentile del 1923 con cui venne introdotta la scuola complementare, e poi quella del 1928 quando si istituivano le scuole di avviamento professionale, avevano obbligato i ragazzi dagli undici ai quattordici anni a ricevere un addestramento pratico tecnico e di segretariato.

Si contavano sulle dita delle mani i ragazzi artenesi che frequentavano questo tipo di scuola, anche perché per seguirle bisognava spostarsi principalmente a Colleferro. Immaginate un dodicenne artenese nel 1946 che voleva seguire l’avviamento. Doveva alzarsi alle 4.30 del mattino. Alle Cinque partiva dal Centro Storico di Artena, libri in spalla, per raggiungere a piedi la stazione vecchia di Artena (oggi località La Valletta – territorio di Valmontone). Il treno che da Velletri raggiungeva Colleferro transitava alle  sei e mezza. Alle sette questi ragazzi erano alla stazione di Colleferro. A piedi, dopo due chilometri, raggiungevano il Centro della Città, dove aspettavano l’apertura dei cancelli che avveniva alle otto e mezza. Ingannavano il tempo quasi sempre giocando a pallone, quindi entravano in classe stanchi e sudati. Le lezioni terminavano nel pomeriggio. Al suono della campanella, di corsa, quei ragazzi raggiungevano la stazione di Colleferro per prendere il treno delle Sei. Mezzora dopo si trovavano alla stazione di Artena, e, a piedi, raggiungevano le loro abitazione ben oltre le sette e mezza. Cenavano, facevano i compiti, poi, esausti, se ne andavano a letto.

L’Istituto presente ad Artena era gestito dalla Società Italiana degli Istituti Medi privati, che proprio in quel momento storico decise di aumentare la tassa di presenza degli alunni senza il consenso dei cittadini, scatenando un vivo malcontento nei genitori, che si tramutò in rabbia quando la società decise di non impartire più le lezioni. Alla luce di questa mancanza il sindaco Pompa decise di chiedere al Ministero la gestione in proprio della scuola e successivamente la ottenne. Ad inizio anni cinquanta iniziarono le lezioni della scuola media gestita direttamente dal Comune di Artena e parificata. La tassa scolastica era suddivisa in tre parti: 500 lire erano necessarie all’iscrizione; 100 lire per la partecipazione ai corsi di educazione fisica e 1500 lire per la frequenza scolastica. Il primo preside di quella scuola fu il professor Oreste Vassallo, laureato in Lettere. I primi insegnanti furono, la professoressa Palma De Renzo che insegnava Lettere alla prima classe; la professoressa Cecilia Mariani, che insegnava Italiano in seconda classe; mentre gli alunni della terza classe frequentavano Lettere con lo stesso preside. Matematica era insegnata, per tutte e tre le classi, dal professor Piero Sandrinelli. Il professor Silvano Francescani insegnava Disegno; mentre don Edoardo Felici era il professore di Religione per tutte e tre le classi. Le lezioni di Francese, che era l’unica lingua insegnata nella scuola di Artena, erano affidate allo stesso Preside.

Quando nel 1963 la scuola dell’avviamento si trasformò in scuola media inferiore, e l’obbligo scolastico fino ai 14 anni, diventò ufficiale, fu realizzato un istituto dipendente da Valmontone e che aveva aule un po’ sparse per il territorio. Prima e Seconda media si frequentavano in aule ricavate dagli appartamenti di Richetto Priori; mentre per la terza media si doveva arrivare fino da Pisi, dove oggi è presente la rotonda che da via Velletri porta in via Valle dell’Oste. Solo intorno al 1972 la scuola media ebbe un suo edificio scolastico: un vero capolavoro di architettura per l’epoca, che nel 1974, con il primo consiglio di circolo, venne dedicato allo storico Stefano Serangeli.

Vittorio Aimati

(RIPRODUZIONE VIETATA)

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