Questa non è la Juventus più forte di sempre

Athletic Bilbao - Juventus 2-1, finale Coppa Uefa 1976-77 (ritorno), l'esultanza dei bianconeri

Mentre guardavo Atletico Madrid – Juventus (2-0 per la cronaca) valida per la Champions League 2018/2019, mi risuonavano nella testa certe illazioni che avevo sentito espresse, e continuo a sentire, su questa Juve, definita la più forte di ogni epoca.

Vincere per sette volte consecutivamente il campionato italiano non basta per essere definiti “i più forti”, e non basta perché è davvero poca la consistenza delle altre squadre italiane. Napoli, Inter, Milan, Roma, ecc non hanno saputo migliorarsi nel corso degli anni o per mancanze economiche o per valutazioni tecniche sbagliate, e hanno lasciato il campo libero alla Juventus che è stata oculata nel progettare il presente ed immaginare il futuro, oltre ad aver saputo sfruttare lo stadio di sua proprietà.

Questo dominio assoluto, però, non basta a farci pensare di essere la squadra più forte di ogni epoca. Per confutare ciò che scrivo torno indietro di poco più di quaranta anni, alla prima coppa europea vinta dai bianconeri.

Era il maggio del 1977, la Juventus era ospite dell’Atletico Bilbao che, vi posso assicurare, a quel tempo era squadra ostica e scorbutica come e più dell’Atletico Madrid. Ma quella Juve aveva in porta Zoff, e oggi c’è Szczesny; in difesa Chiellini e Bonucci si confrontano con Morini e Scirea, e se Chiellini è meglio di Morini, Scirea è enorme in confronto a Bonucci. I terzini erano Cuccureddu a sinistra e Gentile a destra. Li vogliamo paragonare a De Sciglio e Alex Sandro? E in quella Juventus giocava a sinistra anche Cabrini, che in termine di paragone posso confrontare con Cancelo. Anche quella Juve aveva un trio a centrocampo come quella attuale. In quella partita c’erano, Furino, Tardelli, Benetti; con l’Atletico Madrid ci sono stati Pjanic, Bentacour e Matuidi, se ci fosse stato Khedira, sarebbe cambiato poco, e i migliori resterebbero sempre quei tre di quaranta anni fa. Il trio d’attacco di oggi è Mandzukic, Ronaldo, Dybala, mentre in quella Juve gli attaccanti erano Causio, Boninsegna e Bettega. Boninsegna non è Ronaldo, ma in fatto di reti ci va vicino, ma Causio e Bettega sono almeno due spanne superiori a Dybala e Mandzukic. Questa Juve, in confronto a quella, a parte Cabrini, ha i ricambi certamente migliori: Bernardeschi, Cuadrado, Khedira, Emre Can, Douglas Costa, Barzagli, Rugani, Spinazzola, giocherebbero titolari in qualsiasi altra squadra italiana. All’epoca Luciano Spinosi Alberto Marchetti, Sergio Gori non rappresentavano il massimo. Negli undici/dodici, però, quella squadra era di gran lunga superiore a questa, e quella squadra avrebbe vinto queste Champions League.

Parlo al plurale perché questa Juve è quella che di finali ne ha giocate e perse due con lo stesso allenatore, e se la prima poteva essere preventivata, quella con il Real Madrid ha lasciato imbarazzati e mortificati.

Penso, tra l’altro, che questa Juve non sia la più forte di tutti i tempi, perché ha un allenatore che non la fa giocare con la testa sgombra di ombre e pressioni, e la incatena con lacci tattici che ne frenano la reale potenza. Una squadra che può permettersi Ronaldo e Dybala, dovrebbe sempre imporre il gioco e avere come prerogativa una fase offensiva molto più frequente. Non accade praticamente mai che la Juventus domini una partita dall’inizio alla fine, pur avendone la capacità, anzi, a volte è dominata.

I critici più bravi di me dichiarano che la Juve sa adattarsi a qualsiasi situazione e sa essere provinciale e umile. Credo, invece, che la pochezza del gioco juventino venga mascherato dalla bravura e dalla qualità dei giocatori che riescono singolarmente o con una manovra di gruppo, a cambiare i risultati alle partite. E credo, inoltre, che quel provincialismo e quella umiltà non sia altro – a volte – che l’unica arma per contrastare l’avversario: aspettarlo in difesa, farsi quasi schiacciare e colpire in ripartenza, l’unica cosa che questa Juve sa fare benissimo.

Athletic Bilbao - Juventus 2-1, Coppa Uefa 1976-77 (finale di ritorno), l'esultanza dei bianconeri dopo il goal di Bettega

Una cosa che, invece, non sa fare è “chiudere” la partita quando ne ha l’opportunità, tende a gestire il risultato con pazienza e con attenzione che è quello che predica l’allenatore. Ma nel calcio del 2019, una piccola sbavatura consente agli avversari di farti gol: Genoa e Parma ad esempio; ma anche Manchester e Atletico Madrid. Con gli spagnoli, inoltre, ci si dimentica che senza VAR il passivo sarebbe stato ben peggiore, a dimostrazione dell’inadeguatezza del gioco bianconero in Europa.

Altro difetto di questa Juventus è la paura. La paura traspare ogni volta che la squadra travalica i confini nazionali o che riceve compagini di un certo spessore. Di questa paura è sintomatico lo scontro dello scorso anno con il Real. In casa un 3-0 che non ammetteva giustificazioni, frutto di una gara paziente, attendista, timorosa e tatticamente difensiva: prima non prenderle, insomma. Al ritorno, senza tanti problemi in testa e senza la paura perché tanto peggio non poteva andare, eccoti la prestazione che non t’aspetti, o meglio, che t’aspetteresti da questa Juve, ma non da questo allenatore. Ma anche in quella occasione, una volta raggiunto il 3-0 è tornata l’esasperazione della tattica, e quindi la pazienza, l’attendismo, e la paura della responsabilità, e quindi tutti in difesa a difendere il risultato, ed immancabile arriva il gol avversario.

Queste avvisaglie di gestione tattica così esasperata, questa mania del controllo e dell’attendismo già si erano viste nella gara Champions fra i bianconeri e il Bayern nel 2016. All’andata un primo tempo timoroso, consentì ai tedeschi di portarsi sul 2-0. Solo nella ripresa la Juventus si liberò della pressione, dell’ansia da prestazione, e un gioco arrembante e finalmente produttivo, permise il pareggio. Al ritorno la Juve fu devastante all’inizio: doveva fare gol non c’erano altre strade, e quindi doveva imporre il gioco, e in un quarto d’ora si portò sul 2-0, che sarebbe diventato 3-0 se fosse stato convalidato un gol regolare a Morata. Ma quando la consapevolezza di vincere si concretizzò con certezza, riecco spuntare le ansie e le paure, la gestione esagerata e timorosa della palla, quel chiudersi in difesa in attesa della ripartenza giusta. Ed immancabile ecco arrivare i gol degli avversari e l’eliminazione dalla Coppa.

Una statistica è chiara: due finali di Champions e due sconfitte; cinque super Coppe e tre sconfitte. Allegri ha vinto quattro coppe Italia, un torneo dove la pochezza del calcio italiano comunque non riesce ad avere la meglio delle fragilità juventine. Ma anche in questo torneo ci sono state partite da ricordare in negativo: il 3-2 a favore del Napoli nel ritorno della semifinale del 2017; oppure nello stesso torneo la vittoria 3-2 con l’Atalanta che mise alle corde i bianconeri, o ancora il 3-0 subito dall’Inter dopo un uguale risultato nella gara dell’andata, e passaggio solo ai calci di rigore.

Mentre la Juve di Conte era arrembante, asfissiante nel pressing, rapida nel gioco a un tocco e propositiva, a volte troppo; quella di Allegri è una Juve noiosa, attendista, che col passare degli anni amplifica queste caratteristiche negative per una squadra di calcio, pur avendo atleti ben più forti della Juve di Antonio Conte.

L’arrivo di Ronaldo ha costretto all’interruzione del cammino di crescita di Dybala, e non per colpa di Dybala stesso o di Ronaldo, ma per espressa volontà dell’allenatore che ha riciclato l’argentino nel ruolo di “tuttocampista”, un ruolo inesistente nel calcio attuale e soprattutto inutile. Dybala ha subito una involuzione poderosa perché è costretto a giocare a cinquanta metri dalla porta, a sventagliare a desta e a sinistra come fosse Pirlo, a cominciare l’azione subito dopo passata la metà campo avversaria, e quindi a perdere ogni lucidità a ridosso dei sedici metri. Non crediate che Ronaldo sia più a suo agio in questa squadra, al punto che credo che stia pensando di aver fatto un grosso errore a venire a Torino, speriamo non pensi addirittura ad andarsene. Il portoghese è un calciatore che ha necessità di sfogare tutta la sua qualità e la sua potenza mettendola a disposizione della fase offensiva. Ronaldo ha bisogno di una squadra che attacchi per ottanta minuti con tutti gli undici, e alla Juve questo, oggi, pare impossibile. Mandzukic è regredito più degli altri, ma in questo caso è una questione di forma fisica. Il croato quando non sta totalmente bene appare un giocatore normale di sui si può fare tranquillamente a meno, ma non per Allegri che lo mette in campo sempre, anche quando è fuori forma: gli garantisce la copertura, e quindi la fase difensiva. Un attaccante, un toro d’area di rigore a rincorrere ogni avversario. Pensate a Gigi Riva, a Boninsegna, a Van Basten, pensateli a tornare indietro per garantire copertura alla difesa. Assurdo!

Per ultimo, il segnale più evidente della paura della Juventus è l’assenza in certe partite di Cancelo per far posto a De Sciglio. Un terzino con queste spiccate doti offensive non è molto gradito al tecnico, non offre quella copertura di cui lui ha bisogno, e chissenefrega se in area in cross non arrivano, o ne arrivano la metà, tanto Mandzukic sta inseguendo gli avversari.

È sintomatico ciò che è accaduto al brasiliano Dani Alves, un solo anno alla Juve, perchè era un terzino troppo offensivo e non faceva la fase di copertura.

Sono cero che al ritorno con l’Atletico vedremo una Juve stellare, perché sarà libera di giocare, senza alcuna pressione e senza la paura consueta, e sapendo che ormai non c’è più nulla su cui ragionare, nè da gestire.

Comunque vada credo che il tempo di Allegri alla Juve sia davvero terminato (per me doveva finire un paio di anni fa) Adesso Agnelli deve dare alla Juve un tecnico di respiro europeo che non faccia della tattica e della pazienza le sola e uniche armi.

Vittorio Aimati

 

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