Montefortino. Nascita, Trasformazione e distruzione di una Città Medievale

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In occasione della kermesse culturale “Visioni di passaggio tra arte, scienza e letteratura”, allestita dal Sistema museale MuseumGrandTour, in collaborazione e sotto il patrocinio della Regione Lazio e della Comunità Montana dei Castelli Romani e Prenestini, il Museo Antiquarium di Artena, in collaborazione con l’assessorato al Polo Museale, e con il Gruppo Archeologico locale, hanno organizzato “Paesaggi e architetture urbane di Montefortino. Nascita, Trasformazione e distruzione di una Città Medievale”. Si è discusso delle origini medioevali dell’abitato di Artena, attraverso un convegno di studi e una mostra documentaria, a cui sono stato invitato a partecipare dal direttore museale, il professor Massimiliano Valenti. Con me, a discutere di Montefortino e della sua storia, c’erano l’archeologa Martina Baglini che ha parlato della Chiesa di Santa Maria delle Letizie, e l’ingegnere Matteo Riccelli, che, invece, ha discusso il tema Montefortino al tempo della famiglia Conti. A me è toccato parlare della Città medievale prima e durante la distruzione totale del 1557. Ecco il mio intervento.

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La storia della Città di Artena, già Montefortino o – per meglio dire – la storia della comunità e delle genti che hanno abitato questo territorio, è ben distinta in tre parti. Vi sono due strappi ben precisi che interrompono la linea temporale, e che hanno tagliato il cammino di questa Città, lo hanno interrotto e ne hanno fatto ricominciare uno ben diverso. Per dirla in modo semplice: Artena ha vissuto tre vite ben distinte.

La prima è partita dalla fondazione, su, nel punto più alto dell’intero territorio, nel luogo che attualmente conosciamo come Piano della Civita.

La storia della nostra Città si interrompe una prima volta quando quella comunità è costretta ad abbandonare quel sito, raggiungendo la fertile pianura in basso.

Quando si ricomincia a costruire sul monte, intorno al VI/V secolo d.C., lo si fa in una maniera a noi sconosciuta, nel senso che non abbiamo mai potuto sapere con certezza come fosse stata edificata la Città di Montefortino prima della distruzione del 1557, e il motivo è semplice: quella Città è andata completamente distrutta sotto i colpi dei cannoni pontifici. Per ordine del Papa restarono in piedi solo gli edifici sacri; mentre tutto il resto doveva essere raso al suolo. Poi, non contento della disumana ferocia esercitata dalle sue truppe, il Pontefice decise di sottoporre Montefortino a un’ulteriore sottomissione umiliante: l’aratura e la semina del sale. Di quella Città e di quella Comunità non rimase davvero alcun segno, e i pochi abitanti rimasti in vita emigrarono nei Paesi vicini, per lo più a Velletri.

Per qualche anno, il colle dove sorge Artena rimase deserto, con le rovine fumanti e le Chiese, seppur in piedi, dirute e da restaurare.

Per conoscere quella vecchia Città non vi è un solo documento descrittivo; nemmeno le carte di Eufrosino della Volpaia che eseguì la Mappa della Campagna Romana al tempo di Paolo III, e che fu di fondamentale importanza per le ricerche storiche-cartografiche, sono mappe che aiutano, perché la Città di Montefortino, in quelle mappe, non è indicata.

Uno dei primi documenti visivi di Montefortino, allora, è un disegno posto sulla tavola 430/1 del Catasto Alessandrino, contenuto nell’archivio di Stato, e realizzato da agrimensori al soldo di Alessandro VII. La mappa che ci interessa è stata redatta attorno alla metà del XVII secolo, e riporta lo sviluppo delle strade Prenestina e Casilina fuori porta Maggiore e fuori porta San Giovanni. Si tratta di una pianta acquerellata con i disegni dell’abitato dei paesi che si trovano lungo le due strade.

È una tavola cartografica abbastanza precisa e indica le posizioni di tutte le Città della Provincia romana situate a sud della Capitale. Sappiamo che la Carta è attendibile perché chi l’ha disegnata ha riportato fedelmente gli edifici e i monumenti che ancora oggi insistono nei Comuni descritti sulla Mappa.
Dal disegno possiamo osservare una Città piccola, costruita sul cocuzzolo del Colle, tutt’attorno all’unica Chiesa visibile e alla Rocca presente in quel momento storico. Questa descrizione rientra nei canoni di come erano edificate le Città al tempo, le cui case venivano costruite vicino ai luoghi sacri o di fianco ai Castelli o alle Rocche, perché nella mentalità dell’epoca erano Dio e il Signore della Città che davano protezione.

E così è successo a Montefortino fin da quando, intorno al IV-V secolo d. C. gli abitanti che risiedevano nella valle, vicino alle grandi vie di comunicazione del tempo, decisero che per difendersi dall’arrivo dei barbari, dovevano tornare sul Monte. Lo fecero, e realizzarono le loro nuove case vicino alla Chiesa di Santa Maria.

Entrando nel dettaglio del disegno che stiamo esaminando, ci preme sottolineare la veridicità della mappa, ma al contempo notiamo alcune particolarità che potrebbero cambiare la storia della Città.

La Mappa è stata disegnata guardando la Città da quella che oggi è via del Convento. In realtà all’epoca vi era un’unica strada che conduceva a Montefortino e che raggiungeva Montefortino attraverso il Serrone della Guardia che era una sorta di frontiera e che si trovava in un territorio che oggi è tra il Colle del Selvatico e l’attuale Colle del Cimitero.
Quindi il viaggiatore dell’epoca, arrivando a Montefortino, si trovava di fronte la Città così come è stata disegnata sulla Mappa. E che quella Città fosse Montefortino appare assodato, soprattutto per la presenza della Chiesa in primo piano. Quello che è stato disegnato è certamente il profilo della prima Santa Croce. Di quella Chiesa non si conosce perfettamente la data di edificazione, ma è presumibile che venne costruita nel XIII secolo, età di fabbricazione anche della Fortezza, in quanto ne era parte integrante.
La vecchia Chiesa di Santa Croce è perfettamente distinguibile nel disegno, e sappiamo con precisione che si tratta di quell’edificio da come lo descrive Stefano Serangeli nella sua storia di Montefortino, che lo aveva visto da bambino e ne aveva sentito parlare molto dai suoi avi: “…erano il campanile a torre con la cuspide piramidale quadrata…” Ed è lo stesso campanile che si vede nell’immagine; soprattutto è un campanile singolo e non a coppie come invece è oggi. La Chiesa attuale è stata costruita infatti nel 1659.

Dietro la Chiesa si vede chiaramente la parte finale di una torre, addirittura s’intravvedono i merli, e il fatto che la torre si vedesse da quella direzione ci fa pensare plausibilmente che si tratti di un torrione che corredava l’antica fortezza, edificata attorno al XIII Secolo, sul promontorio posto al disopra di quello che ospitava la Chiesa di Santa Croce.

In realtà la Città, dopo il ritorno dei suoi abitanti sul monte, e nello specifico attorno alla Chiesa di Santa Maria, verso il X-XI secolo cominciò ad espandersi più in basso. Quegli antichi abitanti cominciarono ad edificare le loro povere abitazioni lungo il crinale del Colle che si incuneava verso la valle sottostante, dividendo due cavità carsiche, quelle che noi oggi conosciamo come sprefunni e che in realtà sono due doline di crollo evidenti, quella di Santa Croce e quella della Prece.
Riepilogando: il Campanile della Chiesa, così come lo descrive il Serangeli e la Torre posta proprio dietro Santa Croce, ci fanno pensare che l’agrimensore che disegnò quella Mappa, stava vedendo davvero ciò che ha riportato e che quella Città era Montefortino!

Ho, però, dubbi sull’anno di realizzazione del disegno.

La mappa cartografica è certamente stata pubblicata nel 1661, ma il disegno di Montefortino riportato è, per quanto mi riguarda, antecedente a quella data.

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Se quel disegno fosse davvero del 1661, considerata la precisione di come venivano riportati i monumenti e le Chiese, dovrebbe esserci descritta anche la Chiesa di Santo Stefano che è almeno settanta anni più vecchia della Mappa. Il primo documento che parla della Chiesa è, infatti, del 1527, ed è un decreto del Vescovo di Segni che affidava il rettorato di Santo Stefano a Don Giacomo de Benedictis dopo la morte di Don Fabio de Corniaribus, anche se osservando il campanile attuale della Chiesa di Santo Stefano, con le splendide bifore, dobbiamo certamente far risalire la Chiesa addirittura al XIII secolo.

Inoltre, se pensiamo che nel 1557 la Chiesa di Santo Stefano è andata distrutta sotto l’incalzare delle truppe pontificie durante la Desolazione di Montefortino, e con essa tutte le case che la circondavano, ci pare davvero difficile che nel 1600, sia la Chiesa che le abitazioni non fossero state ancora ricostruite, soprattutto perché erano stati chiamati a riedificare il Paese i maestri scalpellini provenienti dalla Lombardia e dalla Svizzera che erano i migliori.

Vi è un’altra assenza nell’immagine che ci fa ulteriormente pensare a un disegno antecedente al 1600: manca tutto il quartiere di Crognaleto, quello che unisce la Chiesa di Santa Croce a quella di Santo Stefano. E che con le sue case ricopre la parte nord-ovest del Colle Patrarquara. E anche questo è impossibile nel XVII secolo, perché le narrazioni della battaglia avvenuta a Montefortino tra gli imperiali spagnoli e il Papa, parlano di un quartiere di Crognaleto ben difeso “da quei di dentro”, e, come per la Chiesa di Santo Stefano, il quartiere è stato ricostruito tra il 1560 e il 1580. Ma l’assenza più evidente è quella della Chiesa del Rosario che è stata edificata tra il 1580 e il 1590, e consacrata il 28 settembre 1591.

Allora: se la Città nel 1600 era stata oggetto di un nuovo uno sviluppo urbanistico imponente, il disegno della mappa è riferito a una Città che è certamente Montefortino ma di molti anni prima del 1600. E questo viene testimoniato anche dall’assenza, nell’immagine, del Palazzo baronale, quelle che oggi è il Palazzo Borghese. Furono i Conti di Segni antichi proprietari della Città, a costruirlo nel XIII secolo.

Un’ultima cosa che mi preme sottolineare è quella, non secondaria, che Montefortino, nel 1600, aveva già quasi tremila abitanti, e nel disegno non mi pare che la Città riportata avesse tale grandezza.

Ci sono alcune considerazioni da mettere sul piatto della bilancia. La prima riguarda gli autori della mappa del tempo: magari non erano così precisi e che il disegno era solo una vignetta cartografica e nulla più. L’altra considerazione riguarda l’edificio disegnato a sinistra e del tutto staccato dal resto della Città. Di cosa si tratta? Potrebbe essere quella la Chiesa di Santo Stefano? O quella del Rosario? Potrebbe essere quello il Palazzo? Si tratta di un’altra costruzione ugualmente importante visto che è stata riportata? E se fosse invece la Chiesa di San Pietro, quella che Serangeli descrive: “…quella di San Pietro era presso la via Latina, dove è oggi la vigna di Barlan, figlio di Giosafat Bucci…”. La Chiesa di San Pietro, come quella di San Nicola, ubicata nell’omonimo Colle, era oggetto di grande devozione da parte degli artenesi dell’epoca. La Chiesa di San Pietro è antecedente al 1529, considerato che il primo decreto di nomina parrocale è di quell’anno. Oggi la Chiesa si troverebbe nella zona che conosciamo come Le Valli.

La presenza di quell’edificio avvalora, però, la tesi della precisione del disegno. Se non fosse così, quell’edificio non sarebbe stato certamente disegnato sulla mappa.

Se fosse, invece, Chiesa o Palazzo Baronale, avrebbe certamente, come era uso all’epoca e come detto in precedenza, molte case costruite attorno, ma nel disegno case non se ne vedono. Per ultimo mi pare evidente l’assenza del muro cinta perimetrale che contraddistingueva tutte le Città nel periodo dell’incastellamento.

Tutte queste assenze, ma la provata veridicità del disegno, mi fanno propendere per un’immagine realizzata intorno al XIII secolo e riportata poi sulla cartografia del 1600.

Vi sono immagini successive che riguardano Montefortino. Sempre nel Catasto Alessandrino, vi è l’immagine contrassegnata dal numero 429/40 che è stata realizzata l’8 Aprile 1660. E da questa immagine si vede una città più complessa, con una parvenza di Palazzo baronale, le abitazioni costruite una sull’altra, ma anche in questo caso il disegno non risponde alla realtà del tempo. Dovrebbero essere distinguibili, ad esempio, l’Arco Borghese e la piazza (oggi della Vittoria), ma in questo caso, possiamo affermare che l’esiguità della mappa potrebbe avere influito su alcune omissioni.

L’anno dopo però, il 15 Giugno 1661, è stata realizzata un’ulteriore mappa, segnata al 429/24 del Catasto Alessandrino che indica Montefortino nello sviluppo della strada fuori porta San Giovanni verso Grottaferrata, Valmontone, Montefortino, Segni, Anagni, fino a Ferentino di Campagna. In questa mappa, disegnata come se Montefortino si vedesse dal litorale tirrenico, si capisce davvero poco. Si distinguono, forse, un paio di Chiese; mentre sull’estrema destra campeggia una torre, con un altro edificio sormontato da una bandiera (dovrebbe essere il palazzo Baronale); mentre nella parte più alta s’intravvede un arco attiguo a una torretta.

Più attendibili appaiono i due disegni, conservati nell’archivio Borghese, e datati entrambi fine XVI secolo, in cui Montefortino è disegnata con dovizia di particolari. Il primo che analizziamo è stato realizzato come se ci fosse un drone ante litteram. In questo primo disegno ci sono delle certezze in più. In alto si vede la Chiesa di Santa Croce, con un solo campanile, quindi è certamente la Chiesa originale, anche perché il campanile risponde alla descrizione del Serangeli. Più in basso, alla confluenza di alcune strade si nota un’altra Chiesa che è certamente quella del Rosario, posta all’imbocco del Borgo. Le due Chiese, così come sono state disegnate hanno convissuto dal 1590 al 1659, ma l’assenza, in questo disegno, dell’Arco Borghese e la conformazione dell’ingresso alla Città, ci fanno capire che si tratta di un disegno realizzato tra il 1590 e il 1615.

La stessa visuale è di un altro “schizzo”, sempre datato fine XVI secolo, realizzato più grossolanamente, dove però sono visibili tutte e tre le Chiese: Santa Croce, Santo Stefano e il Rosario, il che conferma che alla fine del 1500 gli edifici sacri erano tutti e tre ben presenti.

Questi ultimi due disegni, che sono contemporanei o addirittura precedenti al disegno che abbiamo analizzato, ci fanno concretamente supporre che davvero quel documento sia di molto antecedente la data riportata del 1600.

Se così fosse, quella sarebbe la Città originale, quella edificata per la prima volta sul monte, e di quella che ormai non vi è più traccia.

E non vi è più traccia perché, come detto all’inizio di questo intervento, per Montefortino fu messa in atto L’aratura e la semina del sale, triste esercizio posto da un papa crudele nei confronti di una intera comunità. A maggio del 1557, il Castello di Montefortino (Artena) viene prima assediato, poi conquistato, quindi raso al suo e incendiato e, per ultimo, viene fatto oggetto di questa barbara usanza che aveva colpito già Cartagine (ad opera dei Romani).

Furono scavati solchi con l’aratro che vennero riempiti di sale, per rendere il terreno sterile, in modo che non potesse più rinascere nulla su quel territorio dichiarato maledetto da un pontefice spietato e privo di ogni carità cristiana.

Si tratta di un urbicidio bello e buono.

Il neologismo urbicidio è entrato a far parte della lingua italiana solo dopo quello che è accaduto ad alcune città dell’ex Jugoslavia durante la guerra fratricida degli anni novanta. Città come Mostar e Sarajevo, vengono fatte oggetto di distruzione totale con inumana ferocia. E prima di loro Gerusalemme, Gerico, Troia, Cartagine, appunto; ma anche Milano, Lodi e Mantova, anche loro arate e cosparse di sale. Dopo quel tempo, però, gli urbicidi spariscono perché le guerre vengono combattute sui campi di battaglia, di fronte gli eserciti, lontani dalle Città. L’obiettivo non era più la metropoli, era il bottino, la conquista del territorio, i prigionieri.

Quando si decide nuovamente di attaccare le Città lo si fa perché queste sono un simbolo. La distruzione di Cartagine, ad esempio, è per i romani la definitiva sconfitta dei rivali e l’imposizione del predominio.

La distruzione di Montefortino è stata per quel papa crudele e vigliacco, la definitiva vittoria nella guerra di Campagna e Marittima, e la sua dimostrazione di forza. La caduta di Montefortino era la testimonianza tangibile della onnipotenza del papa.

Proprio perché la nostra comunità è stata oggetto di un urbicidio, che è l’uccisione strategica e chirurgica della Città, Montefortino (Artena) merita tutto il nostro rispetto. Meritano rispetto e venerazione, oserei dire, i suoi abitanti, perché la Città è la materializzazione più evidente delle persone che l’hanno abitata nel passato e che la abitano nel presente.

È importante ricordare questo tragico momento di Montefortino (Artena), perché non devono andare perdute fierezza e orgoglio, passione e determinazione sudore e fatica, che da sempre sono elementi che contraddistinguono l’intera nostra comunità.

Desidero chiudere con un annuncio. Io e il mio amico Alberto Talone, che insieme a me condivide la passione per la storia di Artena, siamo riusciti ad intercettare un ulteriore documento di rarità eccezionale, di cui finora nessuno ha parlato, contenuto nell’archivio segreto vaticano. Si tratta della descrizione precisa dell’ispezione di un visitatore apostolico, Annibale Grassi, inviato nella diocesi di Segni dal Pontefice dal 27 al 31 marzo del 1581. Riportata dal notaio Vespasiano Maiella, all’interno si son trovate ulteriori notizie su Montefortino ad appena 24 anni dalla distruzione del 1557 ed in piena ricostruzione. Il documento darà una luce altrettanto nuova e diversa a quello che fino ad ora si è scritto e pensato su Montefortino. Spero che nel giro di qualche tempo riusciremo a parlarvene più dettagliatamente. Vi ringrazio.

 

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