Don Amedeo: ventuno anni dalla morte

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Io e un mio amico, che, come me, è legato alla memoria sto­rica della Città di Artena, e che, a mia differenza, non si è fatto fagocitare dagli innume­revoli social che tendono a distruggere nel giro di ventiquattr’ore tutte le emozioni, le impressioni, le opinioni che vengono espresse, ci incontriamo spesso e ci raccontiamo storie e vicende di questa Città, tornando indietro nel tempo anche di secoli. In queste nostre dissertazioni, a volte dotte, altre “cazzeggianti”, una figura che ricorre spesso è quella di Don Amedeo Vitelli. Ai lettori più giovani questo nome dirà poco o nulla, ma per quelli che hanno passato la trentina, Don Amedeo Vitelli non è solo un nome, rappresenta, bensì, un momento di vita, magari non vissuto direttamente, ma nitido nei loro pensieri per averlo sentito centinaia di volte in casa. Rispondetemi: in quante abitazioni artenesi è sconosciuta la figura di Don Amedeo Vitelli? Certamente in quella degli stranieri, e poi in quella dei nuovi artenesi, famiglie, cioè, che si sono trasferite ad Artena dal 2000 a oggi. Nelle altre, in quelle del Centro Storico come in quelle delle Contrade, Don Amedeo è una figura viva, che si staglia nitidamente nell’universo artenese del XX secolo. Il sacerdote è certamente tra i personaggi fondamentali del novecento nostrano e – secondo noi – dell’intera storia della Città.

Lo annovero tra gli illustri di Artena, gli illustri veri, quelli cioè che hanno lavorato, operato, vissuto e si sono sacrificati per la Città. Si tende a porre in questa categoria di illustri, personaggi che magari sono nati ad Artena, ma che non l’hanno mai vissuta, o, in certi casi, l’hanno sfruttata.

Ci sono due libri, uno di Padre Cadderi “Ex Cinere Resurgo”, e uno di Don Paolo Di Re “Illustri di Artena”, che elencano una serie di personalità che – secondo la loro opinione – hanno diritto di essere considerati tali. In realtà nella mia modestissima attività di ricercatore storico degli accadimenti artenesi, sono certo di averne trovati altri di personaggi e ben più illustri di quelli fino ad oggi conosciuti e raccontati. A tal proposito ho scritto un libro nel 2004 dove facevo l’elenco dei personaggi che davvero avevano dato lustro alla Città. Non di certo giudici, magistrati, pittori, musicisti; ma poveri preti, martiri, anarchici, socialisti, comunisti, contadini, semplici insegnanti. E tra essi trova posto sul gradino più alto proprio Don Amedeo.

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Molti non sanno che Don Amedeo Vitelli, all’inizio del suo percorso religioso era un frate francescano che aveva preso il nome di frate Ambrogio. Il suo carattere forte, autorevole, carismatico, non consentiva certamente il proseguimento della sua carriera religiosa nel francescanesimo, che sicuramente come regole ha l’obbedienza, la povertà, l’umiltà; tutte doti meravigliose, ma che non erano prerogativa di Don Amedeo. Non fraintendete ciò che scrivo: il sacerdote era un campione della fede, ma era talmente pratico che doveva raggiungere gli scopi del suo operato, superando qualsiasi difficoltà, e per farlo a volte l’obbedienza, l’umiltà o la povertà erano d’impiccio. E’ grazie alla sua intraprendenza, al suo carisma alla sua autorevolezza, però, che nel dopoguerra e per i successivi quarant’anni, Artena ha avuto una crescita notevole. E’ chiaro che a lui si accompagnarono personaggi del calibro di Gino Bucci ed Emilio Conti, il primo comunista, l’altro democristiano, che, al di là del pensiero politico, hanno rappresentato due tra i caposaldi della ricostruzione artenese.

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La sua presenza per la Città fu fondamentale, soprattutto per il grande impulso che seppe dare alla vita sociale e civile dell’intero Paese, e per i rapporti che instaurò con la popolazione di Artena, che si rivolgeva a lui per ogni evenienza, e Don Amedeo era sempre pronto a risolvere i problemi di tutti, non solamente quelli legati alla fede.

A questo si aggiunga un’ironica presa in giro delle vicende paesane legate alle varie famiglie che si rivolgevano a lui, e che lui distingueva per razza, per soprannome cioè: ogni nomignolo era legato a un’intera razza, e quindi se mi presentavo io da lui la prima domanda era: “ma a che razza appartieni?” E quando io rispondevo mio padre è tizio, mio nonno è caio; lui con serafico sorriso affermava “allora sei sardabanchi”. Era questo l’inizio di ogni discorso.

Su di lui si sono raccontate storie, leggende, miti: alcuni aneddoti che lo riguardano sono davvero esilaranti. La sua ironia su certi argomenti è proverbiale. Il suo modo di fare, in rapporto a certe persone o a certi accadimenti è ancora oggi vivo, perché ancora oggi è ricordato, magari accompagnato da una risata. Ha fatto epoca la sua risposta a una madre che aveva il figlio in marina e che voleva avvicinarlo a casa: lui con estrema semplicità rispose alla donna: “Ma non ti preoccupare, ora facciamo costruire un porto sul Lago di Giulianello…”. Oppure quella volta, durante la Santa Messa del Sabato di Pasqua, che lui ottenne di officiare alle quattro del pomeriggio anziché a mezzanotte come da tutte le altre parti d’Italia, al momento del suono delle campane di Santa Croce, disse al chierichetto che le stava martellando “…suona piano che giù Gesù è ancora morto….”. Mitiche sono le merende che lui organizzava da Chiocchio o da Ciacitto quasi tutte le Domeniche. Chiamava a raccolta tutti i suoi parenti alle tre di pomeriggio, e la merenda durava fino alle dieci della sera, e dopo aver mangiato prosciutto, salame, abbacchio, maiale, formaggio, annaffiati da vino della casa, se ne tornava a casa brillo ma felice di aver radunato l’intera famiglia, di cui lui era caposaldo imprescindibile.

E’ rimasto nel cuore di tutti i suoi allievi, gli ultimi in ordine di tempo sono stati: don Franco Diamante, missionario e oggi parroco del Convento, don Paolo Latini, parroco del Rosario per quasi trent’anni, don Cesare Chialastri, oggi vicario diocesano, don Leonardo D’Ascenzo, oggi Vescovo di Trani.

Sono quattro campioni della fede che hanno raggiunto la loro straordinaria grandezza anche grazie agli insegnamenti di Don Amedeo Vitelli. Senza dimenticare il nipote Pier Giorgio che per lungo tempo ha rivestito incarichi di altissima levatura nell’ordine dei frati conventuali, e che ha raggiunto questi livelli grazie, anche lui, agli insegnamenti dello zio.

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A questo punto è necessario porci la domanda: come mai che un uomo di questo talento, di questa intelligenza, di questa arguzia, di questa capacità di parlare alla gente e dalla gente sapersi fare ascoltare, non ha avuto una carriera religiosa di alto lignaggio? Per colpa certamente di alcuni difetti innati. Il primo è stato l’assoluta mancanza di ambizione, forse accompagnata da una pigrizia che gli faceva sembrare Artena la meta di ogni suo sforzo. Anche il suo essere critico nei confronti di certe decisioni prese dal Vaticano, non l’hanno aiutato. Non si nascondeva dietro la tonaca, e se c’era da criticare anche il Papa, lui lo faceva senza alcun problema. Alla fine degli anni cinquanta, per lungo tempo è andata in giro una lettera che Don Amedeo aveva scritto, e inviato, a Papa Giovanni XXIII in cui lo criticava aspramente per certe scelte. Per non parlare delle critiche, a volte anche feroci, mosse ai Vescovi diocesani che, secondo lui, non si comportavano nella maniera adeguata nei confronti delle parrocchie di Artena. Dai suoi scritti, dalle sue lettere, anche dalle sue rimostranze verso e contro i potenti della Chiesa, della Politica e dell’Amministrazione, è emerso sempre, però, un amore sviscerato per la sua Terra e per il suo Popolo che stavano sempre al primo posto e che erano gli oggetti principali delle sue lotte. Era un autentico patriota, uno che se gli parlavi di Artena il cuore stantuffava per l’emozione e l’entusiasmo, un vero padre nobile della nostra Città.

Vittorio Aimati

don amedeo vitelli in formato PDF

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