Artena. Una storia di accoglienza e inclusione già trent’anni fa

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Nei primi anni ottanta in Italia c’era un robusto arrivo di profughi che venivano principalmente dall’Etiopia, dall’Eritrea e dalla Somalia. Era il tempo del colonnello Menghistu e della grande siccità che costrinse quelle persone a fuggire dalla miseria e dai massacri che sono andati avanti dal 1976 all’inizio degli anni novanta. Menghistu era asceso al potere nel 1977, a due anni di distanza dalla morte dell’Imperatore Hailè Selassiè. Quest’ultimo, considerato discendente di Re Salomone e della Regina di Saba, era stato detronizzato nel 1974, dopo ben 39 anni di dominio, spezzato solamente, tra il 1936 e il 1941, dalla conquista etiope dell’Italia di Mussolini. Nel 1974 scoppiò una dura rivolta dell’esercito, guidato da una giunta militare comunista, Il DERG, il cui capo era Menghistu. In realtà il colpo di Stato fu favorito anche da una tremenda carestia nella provincia di Uollo, che dissipò tutta la fiducia che il popolo aveva per l’imperatore. Hailè Selassiè venne ucciso nel 1975, per ordine di Menghistu, che nel frattempo si preparava al ruolo di leader. Lo divenne nel 1977 e subito scateno una violenta persecuzione contro ogni suo avversario: funzionari del vecchio governo, nobili, membri della Chiesa, sostenitori dei partiti di opposizione. Amplificando, inoltre, le repressioni alla lotta di liberazione dell’Eritrea, che era stata annessa con la forza all’Etiopia. A queste persecuzioni si aggiunse una terribile carestia di proporzioni vastissime, che portò alla morte oltre un milione di persone, e alla fuga di altrettante di loro. Nel 1985 Bob Geldof allestì il LIVE AIDS, una serie di concerti tenutisi il 13 Luglio di quell’anno in contemporanea in diverse città del Mondo, allo scopo di ricavare fondi per alleviare le sofferenze del popolo etiope.

Quello fu il periodo in cui milioni e milioni di persone del Corno d’Africa raggiunsero l’Europa attraverso strade irregolari, faticose e precarie. La loro meta era principalmente l’Italia: “si sentivano in credito nei confronti del nostro Paese fin dai tempi del colonialismo[1]. Era nelle pieghe della storia che i popoli emigranti andassero  verso il Paese che li aveva assoggettati. Quindi gli etiopi, gli eritrei, i somali, venivano in Italia, ma non per restarci: l’Italia doveva essere solo una tappa di un cammino che prevedeva come meta finale il Nord America o il Centro Europa. Anche perché la legislazione del tempo non prevedeva la presenza di quelle che noi oggi conosciamo come extracomunitari; prevedeva, invece, la presenza di profughi.

Per l’accoglienza ci fu una grande mobilitazione, soprattutto da parte delle Caritas diocesane e principalmente quella di Roma guidata da monsignor Di Liegro. Questi era il fondatore della Caritas e fu l’inventore – tra l’altro – di una rete comune per combattere il disagio sociale, composta da alcune associazioni benefiche come la comunità di Capodarco, l’Esercito della Salvezza, la Comunità di S. Egidio, le Missionarie della Carità.

La Chiesa, quindi, era mobilitata in prima persona per l’accoglienza, ed è in questo contesto che il superiore provinciale dei francescani chiamò padre Domenico Domenici, che era di stanza al Convento di Artena ormai da qualche anno, conoscendone la sensibilità nei confronti di certe situazioni, e soprattutto la possibilità di avere a disposizione una struttura enormemente grande come il seminario del Convento. In quel momento storico il seminario era chiuso, dopo che aveva “funzionato” per oltre ottanta anni ospitando moltissimi ragazzi che si recavano in collegio, e la comunità di frati occupava solamente una piccola parte dell’intera struttura.

Il primo gruppo formato da 8 persone arrivò ad Artena nel 1984. Il gruppo fu accolti nelle stanze pulite, con i letti perfettamente in ordine e la biancheria nuova, e su ogni lettino vi era un fiore come simbolo dell’accoglienza.

Fu quel giorno che segnò la nascita di un cammino di solidarietà e bellezza che andò avanti per ben otto anni.

Il Centro di accoglienza di Artena, dedicato a San Francesco, era all’avanguardia e rispettava appieno di dettami cristiani. I nuovi arrivati iniziavano nuove relazioni fraterne perché l’attenzione del Centro francescano di Artena era mirato alla persona che veniva accolta come un regalo di Dio e rispettata nella sua diversità culturale e religiosa.

Eravamo convinti – scrive padre Domenico – che queste persone avessero bisogno di ritrovare rapporti umani veri, almeno quanto e più del pane[2].

A quel tempo non eravamo certamente abituati, come Nazione, all’accoglienza e all’ospitalità, e in molti casi, per accogliere i profughi che arrivavano dall’Africa, c’erano varie strutture divise le une alle altre: da una parte si dormiva, da un’altra si mangiava, in un’altra ancora ci si lavava. A testimonianza, quindi, della poca attenzione all’Essere Umano che era arrivato e che veniva sballottato da un luogo all’altro.

Ad Artena questo non accadeva. “Nel nostro centro – dice ancora padre Domenico – i profughi venivano curati, dormivano, mangiavano e vivevano con noi. E certamente il nostro Mondo era molto lontano da quello dell’Eritrea o da quello dell’Etiopia, e per loro è stato molto importante capire dove si trovavano”[3].

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Insomma, era necessario non solo un punto per accoglierli, ma anche indirizzarli verso una forma d’inserimento. Quella di Artena era un’accoglienza del tipo: “venite, siamo contenti che venite a casa nostra, che è anche casa vostra[4]. Ed infatti, con questo spirito gli emigrati hanno cominciato ad imparare le nostre abitudini e a comprendere il nostro Mondo. Tutto veniva statuito, però, attraverso un regolamento, anche perché fra di loro vi erano realtà e situazioni ampiamente differenti: vi erano adulti che lavoravano nel loro Paese, vi erano studenti, vi erano donne, vi erano bambini. Il regolamento faceva da cuscinetto tra le diverse realtà, anche se, vado a memoria, non ricordo problemi tra i profughi e tra loro e la popolazione riguardo la convivenza.

All’inizio del progetto di accoglienza, la Città di Artena era rimasta dubbiosa sulla novità, anche se nessuna protesta aveva accompagnato l’arrivo dei profughi. La Comunità francescana coinvolse ben presto la gente di Artena e fu davvero un coinvolgimento particolare che richiamò quasi l’intera popolazione, e rappresentò una sfida, in un certo qual modo, anche alla luce del fatto che la maggior parte dei profughi era musulmana. Però la comunità francescana era talmente stimata e benvoluta in Città, a tal punto che stima e considerazione rappresentarono la prima arma per scardinare il cuore della gente, che gradualmente ha accettato chi proveniva da storie, cultura e religioni diverse.

Gli artenesi solo dopo qualche mese dal primo arrivo dei profughi, compresero perfettamente lo spirito che alimentava questo progetto, e, dopo un momento di diffidenza, si erano avvicinati ai profughi, a tal punto che nel giro di pochi mesi l’integrazione era compiuta talmente bene che i nuovi arrivati andavano nelle piscine pubbliche, o nei campi sportivi a giocare a calcio, o partecipavano alle sagre paesane insieme ai residenti e collaborando con loro.

Andavano anche a lavorare e lo facevano nel rispetto della loro dignità. “Il lavoro non doveva essere sfruttato – racconta padre Domenico – e quindi se erano pagati poco li consigliavo di non accettare l’attività, anche per far capire che queste persone non erano arrivate per fare gli schiavi, e che nessuno doveva e poteva approfittarne[5]. La giustizia sociale è alla base di un percorso di fratellanza.

Considerate che queste persone avevano già ampiamente sofferto, magari avevano perso i genitori o altri familiari: sarebbe stato davvero disumano consentire un loro eventuale sfruttamento.

Artena e l’Italia comunque, non rappresentavano il futuro di tutti i profughi arrivati al Convento, anche perché le leggi non lo consentivano, e non vi era alcuna possibilità di avere un permesso di soggiorno. E allora tutti loro dovevano ancora una volta spostarsi, andarsene dall’Italia. Molti raggiunsero il Canada, Paese che chiese espressamente di ospitarli, perché in quel momento storico nel Nord America si aveva necessità di manodopera. Da Artena, però, non partivano più con lo status di profughi, poiché nel frattempo, per ognuno di loro, padre Domenico aveva iniziato l’iter burocratico per rendere legali i loro spostamenti.

Li aiutavamo anche a recuperare i soldi per l’aereo – dice il frate – e li preparavamo a come comportarsi nel nuovo contesto occidentale[6].

Padre Domenico si sincerò più volte del destino dei profughi recandosi personalmente in Canada, testimoniando, quindi, che il percorso intrapreso finisse nella giusta direzione.

Da Artena sono passati oltre 2000 profughi e tutti si sono inseriti nel contesto sociale del tempo in maniera indolore e perfetta; accolti semplicemente come persone e come tali si sentivano trattati, al punto che quando un gruppo doveva abbandonare la comunità artenese era un vero e proprio dolore. La cosa più straordinaria è questa ospitalità avveniva senza alcun aiuto economico profuso dalla Chiesa e dallo Stato, e si svolgeva con l’aiuto spontaneo della solidarietà di Artena senza che mai fosse mancato qualcosa, ne soldi per mangiare, ne quelli per il riscaldamento, ne quelli per emigrare definitivamente in Canada.

Questo avvenne perché attiguamente alla struttura seminarista, vi erano alcuni terreni che furono coltivati sia ad orto che a giardino. Inoltre, con l’aiuto dei sacerdoti e degli artenesi, i profughi avevano cominciato ad allevare galline, polli, conigli. E quelli di loro che andavano a lavorare non dovevano consegnare nemmeno una lira alla comunità: “serviva loro per pagarsi il viaggio e arrivare in Canada senza un soldo, e per aiutare i parenti che in Africa avevano niente[7]. L’accoglienza era nel segno della gratuità più assoluta, ed è stata, per la nostra Città, uno die più alti esempi di solidarietà, messi in atto da un’intera comunità. Gran parte della popolazione partecipò a questa gara di bontà, e vi era chi portava il pane, chi i biscotti, chi il cibo di consumo giornaliero, e le famiglie andavano al Convento a turno a cucinare per i profughi. Intere famiglie che portavano i loro bambini che sono cresciuti in mezzo a questo esempio di solidarietà.

Ho voluto una vita insieme e non una comunità ghetto – conclude ancora padre Domenico – e tutti loro mi hanno insegnato che bisogna sentirsi liberi di donarci ed accogliere chi ci viene incontro, imparando e condividendo in piena libertà, altrimenti l’altrui sofferenza diventa la nostra al punto da paralizzarci fino a non essere di alcuno aiuto[8].

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Nello stesso periodo – più o meno – la Città ha dato un’ulteriore prova di solidarietà e testimonianza di esempio civile. E’ accaduto intorno alla fine degli anni novanta quando l’allora sindaco Latini ospitò in Città i familiari del premier kosovaro Ibrahim Rugova. In quegli anni il Kosovo, oggi Nazione libera e indipendente, stava strenuamente lottando contro la protervia della Serbia guidata da Milosevic. La maggior parte della popolazione del Kosovo era, al tempo, di chiara origine albanese, e rivendicava l’indipendenza. Tito aveva reso la provincia jugoslava autonoma, ma nel 1989 Milosevic aveva revocato lo status autonomo facendo chiudere le scuole indipendenti, rimpiazzando tutti i funzionari di Stato e gli insegnati con personale serbo.

Dal 1989 al 1996 i kosovari d’etnia albanese, hanno messo in atto una campagna di resistenza non violenta, sotto la guida del partito LDK e del suo leader Ibrahim Rugova. Ma la repressione di Milosevic si fece sempre più dura, soprattutto all’inizio del 1996, quando i separatisti albanesi compirono attentati contro la nuova etnia statale. Era chiaro che i maggiori ricercati erano Rugova, i suoi più stretti collaboratori e i suoi familiari.

Il giornale Famiglia Cristiana si era interessato particolarmente al caso della giornalista e scrittrice Illire Zajni. Negli anni di guerra era stata anche l’interprete di tanti corrispondenti italiani che avevano inviato i loro articoli da Pristina. Aveva scritto un libro che per lungo tempo era stato il più letto in Kosovo. Illire era la fidanzata di Veton Rugova, figlio di Rrusten, cugino carnale del premier Ibrahim Rugova.

La famiglia Rugova era la più ricercata in Kosovo: era una famiglia di giornalisti e intellettuali, quella certamente più in vista di Pristina. Rrusten era un analista politico, editorialista di Rilinda, la rivista più prestigiosa del Kosovo. Suo figlio Veton era il caporedattore di Focus, un giornale indipendente di Pristina. Ariana, la sorella di Veton, era professoressa all’università della capitale. E poi Illire, fidanzata di Veton, giornalista famosa, scrittrice, editorialista de La Gazeta Shipetara. Una famiglia di intellettuali, come detto, ma in quel momento una famiglia di profughi.

Furono ritrovati dai giornalisti italiani di Famiglia Cristiana, dopo che se ne erano perse le tracce, in uno dei campi-lager alla periferia di Pristina. Ma dopo il ritrovamento era necessario scoprire chi avrebbe ospitato la famiglia in Italia. La disponibilità degli abitanti di Artena è sempre stata grande, il sindaco Erminio Latini lo sapeva, e non appena arrivò la telefonata dall’ambasciata italiana a Skopje (Macedonia), si mostrò subito disponibile ad ospitare la famiglia Rugova, Anzi, fece di più, partì con un C130 e raggiunge Skopje e lì aspettò l’arrivo dei Rugova. Quando Rrusten e il resto dei parenti arrivarono in aeroporto, salirono senza pensarci sull’areo che aveva portato il Sindaco di Artena a Skopje, e raggiunsero Fiumicino in un paio di ore.

Nel frattempo ad Artena li attendeva padre Nicola Cerasa, priore del Convento francescano, che aveva attrezzato un paio di appartamenti dove i Rugova vennero ospitati per alcuni mesi. Al loro arrivo furono accolti calorosamente dall’intera popolazione, che partecipò in massa all’incontro con loro, che si svolse una Domenica mattina alla presenza delle Autorità Civili, Militari e religiose Regionali e Provinciali. La famiglia Rugova rimase ad Artena e in Italia fino alla liberazione del Kosovo, integrandosi perfettamente con la popolazione indigena, vivendo quel periodo con la morte nel cuore per quello che accadeva nel loro Paese, e, contestualmente, con l’animo più sollevato in riferimento alla loro sorte.

Per ultimo desidero ricordare che la Città di Artena è stata una delle prime Città italiane ad ospitare un gruppo di persone provenienti dall’Albania, dopo il grande esodo conseguente alla caduta del comunismo a Tirana. Il 7 Marzo si riunirono nel porto di Durazzo oltre venticinquemila albanesi che sbarcarono a Brindisi il giorno dopo. Undici di loro vennero subito trasferiti ad Artena e trovarono posto nelle strutture esistenti. Erano arrivati in Italia disperati, assetati, disidratati: persone che guardavano all’Italia come la loro speranza di futuro.

Un paio di loro abitano ancora ad Artena e vivono una vita completamente integrata nel tessuto sociale.

Nel periodo che va dall’inizio degli anni ottanta alla fine dei novanta, Artena è stata l’esempio della integrazione delle differenti culture, ed è stata impegnata in un processo di solidarietà e diffusione di buone pratiche, con la sensibilizzazione, soprattutto da parte dei ragazzi, al volontariato e all’inclusione. A parte rari casi, quell’alto esempio di comunione, di attenzione al prossimo, di interculturalità, è completamente scomparso, lasciando spazio a un livore verso gli altri, soprattutto gli altri differenti, che mortifica e imbarazza.

Ritroviamo noi stessi e la vera natura del Popolo artenese, che è quella di un Popolo che conosce bene la sofferenza umana e le angherie, perchè le ha subìte nel corso dei secoli, le ha sempre combattute e spesso le ha vinte. Il sentimento di condivisione e solidarietà dei nostri avi non può essere dissipato da scelte operate solo per seguire la moda del momento.

 

Vittorio Aimati

[1] Censa Cucco: Padre Domenico e la sua Africa. Sovera Edizioni, Roma 2012. Pag. 14

[2] Idem

[3] Idem, pag. 15

[4] Idem

[5] Idem, pag. 16

[6] Idem, pag. 17

[7] Idem, pag. 18

[8] Idem, pag. 20

Bibl:

Censa Cucco: Padre Domenico e la sua Africa. Sovera Edizioni, Roma 2012

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