La tragedia dello scuolabus

A VENTISETTE ANNI DI DISTANZA, VOGLIO RACCONTARVI IL DOLORE DI QUELLA GIORNATA

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La più grande sciagura che ha colpito la comunità di Artena nella seconda metà del XX secolo, è stata quella che è comunemente conosciuta come la tragedia dello scuolabus.

Il 18 Dicembre del 1991 resta per la Città una data infausta, un giorno tristissimo, che si ricorderà per il resto della storia locale.
Vi voglio raccontare quel giorno, quando ho perduto uno dei miei migliori amici, uno con cui ho diviso un letto matrimoniale in una straordinaria vacanza estiva.

Era di mercoledì, un brutto Mercoledì plumbeo. L’aria fin dal mattino non prometteva nulla di buono. A ripensarci, era come se anche il tempo si stesse preparando a quello che sarebbe accaduto da li a poco.

Avevo visto il mio amico Sergio al mattino, ero salito sul mezzo pubblico che lui ogni giorno guidava tra un luogo e l’altro della Città. Era il suo mestiere da qualche anno, quello del conducente di bus, dopo aver lavorato per una vita nell’edilizia come pittore.

Condividevo con Sergio la passione della squadra del cuore, che a volte ci teneva impegnati in discussioni lunghissime, ma con lui condividevo altri mille interessi. C’era stato un periodo che eravamo davvero inseparabili, tra il 1983 e il 1986 abbiamo vissuto una sorta di vita comune: stavano insieme più che con le nostre famiglie. Per me è stato fondamentale averlo accanto e spero di esserlo stato anch’io per lui.

Uscivo da un periodo di crisi. Avevo chiuso con le radio dove avevo trascorso sette anni meravigliosi. Avevo “rotto” con la mia donna di allora, ed ero appena tornato dal servizio militare senza “ne arte e ne parte”. Insomma, attraversavo un momento contraddittorio e palesemente deprimente. Fu la scelta di un nuovo gruppo di amici con cui uscire ad essere stata la svolta positivamente concludente della situazione così deficitaria, e tra questi vi era Sergio. In realtà lo conoscevo da tempo e perfettamente, parlavamo spesso, sapevo della sua fede calcistica uguale alla mia, della sua proverbiale generosità, della sua disponibilità. Lo conoscevo per quella sua risata “grassa” che era un misto di gioia e di ironia. Lo conoscevo per quel suo soprannome così evocativo, “Bettega”, che contraddistingueva la sua fede calcistica, ma anche il fatto che Sergio Bettega calcava i campi di calcio come attaccante di sfondamento. Avrà giocato in terza, seconda e prima categoria, ma, a dire il vero, non era un calciatore di grosse doti. Aveva determinazione e passione, però, e aveva una arrembante forza di volontà che durante la partita lo faceva trasformare, e da persona buona, bella, gentile, magnifica, diventava “cattivo” calcisticamente parlando, polemico, fastidioso. Ma appena la gara terminava e tornava negli spogliatoi, riecco il Sergio Bettega di sempre: tranquillo, sereno. Penso avesse una pace interiore, una serenità d’animo che lo faceva stare bene con se stesso e, quindi, con gli altri. Una dote naturale che lo rendeva persona perbene e che tutti volevano come amico. La nostra unione venne sancita definitivamente da una vacanza passata insieme nel 1984 sull’isola di Pantelleria. Ho amato quella vacanza, perché in quei giorni ho scoperto il “posto della mia vita” e ho consolidato il legame con Sergio Bettega.

Poi, i nostri matrimoni – come speso accade – ci  hanno fatto prendere strade differenti: ma l’amicizia rimase, e non passava un giorno che io, salivo sul suo bus, almeno per un minuto, e lo trovavo ad aspettare di partire con il “Tuttosport” in mano, interessato a leggere della “sua” Juventus. Ci bastavano due occhiate per capirci, e una risata delle sue, sotto quei baffi folti ed ispidi, concludeva l’incontro.

Quella mattina era accaduta la stessa cosa. Era di Mercoledì, e una pioggia fina e gelida stava cadendo dalla notte. Lo incontrai alla fermata solita, quella dopo l’edicola di largo Colombo. La Juventus aveva perso con la Sampdoria tre giorni prima e questa sconfitta era motivo di discussione. Lo salutai e lui, come sempre, mi augurò la buona giornata e ridendo mi disse “Ci vediamo oggi pomeriggio”. Era giorno di allenamento ed entrambi frequentavamo la società di calcio di allora.

Nel frattempo la pioggia non smise un momento di cadere. C’era una nebbiolina fastidiosa, e una umidità snervante che ti entrava nelle ossa.

La Città era intenta a prepararsi per il Natale, in giro c’era più confusione del solito, anche se il freddo pungente non invitava ad uscire da casa. A metà mattina il cielo parve dare una tregua. Le nuvole cominciarono a diradarsi e una piccola speranza di sole pareva consolidarsi. Ma durò poco. Intorno a mezzogiorno, infatti, il tempo s’incupì nuovamente. Divenne quasi buio e tornò a cadere la pioggerellina fina e maledetta, quella pioggia che ti permette di camminare ad ombrello chiuso, ma senza che tu te ne accorgi torni a casa zuppo e infreddolito.

Nell’edificio scolastico “Serangeli”, la scuola media, i ragazzi già sentivano profumo di vacanza. La scuola si sarebbe chiusa il Sabato successivo. Uno dei seicento ragazzi della scuola era più contento di altri, perché da lì a qualche giorno, oltre alle sospirate vacanze, nella sua vita sarebbe arrivato anche un importante provino in una squadra di calcio, un premio alla sua bravura. Era Riccardo e io lo conoscevo bene perché lo allenavo. Un bel terzino mancino, con una buonissima facilità di corsa e un bel calcio da lontano.

Ma in mezzo ai seicento e passa scolari, c’erano anche Cesira, Fabrizio e Federica che aspettavano l’arrivo del Natale per trascorrere quel momento di pausa con le persone più care.

A mezza mattinata, quando il cielo schiuse, per un momento, quel volto plumbeo verso l’azzurro soleggiato, i professori di ginnastica approfittarono per portare fuori dalle aule i giovani. A pochi giorni dalle vacanza in tutte le scuole c’è un maggiore rilassamento e vengono consentite cose che negli altri giorni nemmeno a parlarne. Così quella mattina se fuori c’era il sole si poteva trascorrere un po di tempo all’aperto. Fu un solo piccolo momento, e, quando tornò la pioggia, l’istituto chiuse le porte in attesa di riaprirle solo a lezioni terminate.

Settanta chilometri più lontano, sulla via Migliara, nei pressi di Pontinia, a pochi chilometri dal litorale tirrenico, un uomo di mezza età si era alzato di buona ora per recarsi a lavoro. Era un autotrasportatore, più comunemente, un camionista che lavorava alle dipendenze di una ditta della zona. Doveva recarsi ad Artena quella mattina e scaricare materiale. Partì alle dieci più o meno: contava di tornarsene a casa per le due del pomeriggio.

La via di Giulianello è una strada che collega Artena al paesotto di Giulianello che è frazione di Cori. E’ una strada importante, o almeno lo era fino alla metà del XX secolo, perché era l’unica che permetteva di collegare la provincia di Roma a quella di Latina, senza allungare la strada passando per Velletri o fare l’ampio giro che passa da Carpineto e Maenza. Quella strada era (è) la testa di ponte tra la valle Latina e quella pontina.

Quando fu costruita, intorno al 1870, era di una utilità quasi vitale per gli abitanti della zona, poi con il corso del tempo la strada è diventata sempre più importante, e solamente più tardi, dopo gli anni sessanta, con la realizzazione di altre vie di comunicazioni, la strada di Giulianello perse la sua rilevanza, ma nel frattempo il traffico era aumentato e  la strada non aveva avuto alcun adattamento alla nuova intensità veicolare. Eppure il Comune aveva chiesto più volte di “rivedere” la striscia d’asfalto. La strada era stretta, tortuosa, e aveva, in alcuni punti, dei passaggi trabocchetto che era necessario conoscere al meglio, e nonostante la conoscenza comunque dovevano essere attraversati con cautela e attenzione.

Proprio qualche mese prima aveva trovato la morte su quella strada una signora del luogo che era stata investita, e già questo aveva aumentato il tono della polemica fra i cittadini e le Istituzioni.

Ma Sergio la conosceva quella strada, la faceva tutti i giorni per portare a scuola i ragazzi che abitavano in quelle zone e poi per riportarli a casa. Ma la conosceva anche perché la faceva anche per tornarsene a casa lui stesso che abitava al Colubro con la sua bella moglie Assuntina, e quella era la strada che doveva fare per forza.

Tutti gli abitanti del Colubro facevano quella strada e per tutti quelli che vi transitavano vi era un pericolo costante.

La pioggia continuava a cadere, era l’una ormai. Sergio aveva acceso il motore del suo bus per recarsi alla scuola media. Come ogni giorno doveva fare il servizio scuolabus. Arrivò all’una e dieci e si posizionò in attesa del suono della campanella. Il suo capo (che tra l’altro era il cognato Massimo) aveva dato l’incarico a Sergio di portare a casa i ragazzi provenienti dal Colubro e dalle zone vicine, proprio perché sapeva che Sergio conosceva alla perfezione ogni “trappola” di quell’asfalto.

Nello stesso istante il camionista aveva appena finito di scaricare, e stava rimettendo in moto il camion.

I ragazzi all’uscita dalla scuola, tra strepiti, urla, schiamazzi, come fanno tutti i ragazzi che escono dalla scuola dopo sei ore di lezione, prendevano posto sui loro pulmini di competenza. Ognuno degli scuolabus andava in una zona differente della Città. Sul pulmino di Sergio salirono in 30 o poco più, tutti ragazzi le cui famiglie abitavano in via Giulianello, zone limitrofe e al Colubro. All’una e mezzo Sergio ingranò la prima e partì. Dietro di lui aveva trovato posto Riccardo, più dietro Cesira e Federica, leggermente più spostato vi era Fabrizio.

La strada era bagnata, viscida, scivolosa, quindi Sergio aveva decuplicato l’attenzione.

All’imbocco della tristemente famosa “curva della Madonnella”, un tratto in doppia curva particolarmente stretto, Sergio scalò la marcia e vi entrò con la massima attenzione; mentre sul pullman gli spensierati ragazzi parlavano tra di loro.

Dalla parte opposta della strada giungeva il camion appena scaricato. Lui, il camionista, la strada la conosceva poco, e la velocità del mezzo non era quella consona per affrontare quella doppia svolta. Sergio, in piena curva, si trovò faccia a faccia con il camionista. Forse i loro occhi s’incontrarono per un momento appena. Cercò di evitare l’impatto e urlò con quanto fiato aveva in gola: “State attenti bambini”. Nello stesso momento il rimorchio del camion che ondeggiava ad ogni movimento del mezzo, invase la carreggiata opposta e colpì in pieno il pullman dalla parte del guidatore.

Chi era nelle case vicine all’impatto ha raccontato che ci fu un boato talmente forte che pareva si fosse rivoltata la montagna di fronte. Poi un rumore di lamiere contorte, e poi il silenzio, qualche interminabile secondo di silenzio, prima del lamento e della disperazione. Quella dei ragazzi che erano intrappolati tra le lamiere, e quella dei soccorritori. Le urla di dolore si accavallavano alle urla di rabbia.

Il mio amico Sergio non c’era più, era morto nel compimento del suo dovere. Con lui erano morti altri tre ragazzi: Riccardo, Cesira e Fabrizio; una quarta, Federica, morì qualche giorno dopo. Anche loro erano morti nel compimento del loro dovere, quello di essere scolari che se ne tornano a casa dopo sei ore di lezione.

Io ero al campo sportivo in attesa di allenare quando mi arrivò la notizia. Urlai e cominciare a piangere. Non mi cambiai nemmeno, in tuta com’ero, corsi sul luogo, non ci arrivai evidentemente, e allora, insieme ad altri, mi misi a deviare il traffico.

La notizia aveva fatto il giro della Città, tutti ormai sapevano. Il sindaco Vittorio Fiorentini, prima si recò sul luogo dell’incidente e poi negli ospedali dove erano stati ricoverati i ragazzi. Mise a disposizione tutti i suoi mezzi e l’intera amministrazione comunale. Chiamò la Provincia e la Regione, ne disse “quattro” a tutti perché quella strada doveva essere rifatta da tempo ed era stata ampiamente segnalata come pericolosa.

Alle sette di sera i mezzi incidentati erano stati rimossi. La bisarca che trasportava il pulmino per metterlo a disposizione dei magistrati, passò in Città. Fu una delle cose più atroci che io abbia mai visto. L’intera fiancata sinistra non esisteva più, e i sedili erano accartocciati gli uni agli altri.

La stessa sera un’intera Contrada, il Colubro, quella che aveva perso i “suoi” figli, si mobilitò, e in un moto di protesta generale, fece quello che le Istituzioni non avevano saputo fare. Le ruspe arrivarono su quella strada e ne cambiarono il volto. Non ci furono autorizzazioni, ci fu solo la rabbia di un intero Paese, e nessuno si contrappose a quella rabbia. Magistrati, inquirenti, forze dell’ordine, Comune, nessuno si permise di intervenire, e quella strada fu trasformata in quella che vi è oggi, e da allora nessuno ha mai più perso la vita sul luogo, e gli incidenti stradali sino stati quasi pari allo zero.

Come in tutte le situazioni – purtroppo – ci è voluto un sacrificio enorme, indicibile, affinchè le cose fossero incastrate nella giusta visione. Ma che Paese è quello che deve vedere morire i “suoi” figli affinchè tutto vada meglio?

Nel mio cuore io ricordo ogni anno ciò che è successo il 18 Dicembre di 27 anni fa, e fino a poco meno di venti anni fa lo ricordava anche l’Amministrazione Pubblica con una cerimonia di fronte al monumento che è stato realizzato nella scuola media in memoria di quelle vittime.

Non so se ricordarlo sia un bene, perché il ricordo apre un dolore lancinante nei genitori e nei parenti, ma è anche una testimonianza di valore viva e concreta che quei ragazzi e quell’uomo sono sempre vivi nella nostra memoria.

Mi indigna profondamente che il Comune, da anni, non ha più inteso offrire una sua dimostrazione vera, e ne ha mai pensato di istituire una strada alla memoria di quei morti, affinchè il loro ricordo perpetui.

Forse non vogliono i parenti, ma se così non fosse sarebbe una grave ed imperdonabile mancanza.

Un pensiero riguardo “La tragedia dello scuolabus

  1. Luigi Mucchetto 15 novembre 2018 — 21:16

    Vittorio sono Luigi Mucchetto, come sai Sergio è mio cugino, siamo cresciuti insieme perché ci divideva solo una rampa di scale. Quel giorno me lo ricordo perfettamente perché sentendo la sirena dei vigili del fuoco di Colleferro, sono subito saltato in macchina, incurante del fatto che dovessi andare al lavoro. C’era qualcosa che mi diceva di seguirla… Arrivato sul posto… la tragedia …. Ricordo il suono delle ambulanze provenienti dai paesi limitrofi e i clacson delle macchine che correvano in ospedale con i bambini feriti. Dico solo una cosa : Si fa fatica a dimenticare! Quindi approvo in pieno l’idea di intitolargli le strade.

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