La vera storia del “muro del pianto” di Artena

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La storia che vi voglio raccontare oggi ci riporta indietro nel tempo di poco più di quarant’anni, intorno ai primissimi anni settanta, quando la nostra cittadina stava vivendo un momento di sviluppo, accentuato dal trasferimento di molti residenti del Centro Storico nella vallata sottostante. In realtà fin dall’inizio degli anni cinquanta, una minima parte degli abitanti aveva visto l’opportunità di trasferirsi non più come una chimera, ma come un qualcosa di reale e – secondo il modo di pensare dell’epoca – fantastica!

Non dimenticate mai che il paese di Artena dalla metà di Ottobre a quella di Gennaio non prende ne luce ne calore, considerato che il sole si nasconde dietro la collina. A questo si aggiunga la difficoltà di muoversi con tutti quei gradini selciati e la conseguente fatica che ne sovviene.

Spostarsi a valle era davvero una novità e chi ne approfittava era visto come “colui che ce l’ha fatta”. Ed è proprio in quel contesto storico che si acuirono le differenze tra chi abitava a Valle e i Capocotti che erano rimasti in alto. C’è stato un periodo che questa differenza era palpabile,  si toccava con mano e veniva alimentata dalle stesse due fazioni. Oggi è rimasto nulla di quella ridicola polemica, anche se durante il Palio, ad esempio, il Centro Storico è ritenuto una contrada a tutti gli effetti completamente distaccata dal centro urbano, che è l’Artena costruita a valle, e che non partecipa al Palio.

Gli spostamenti a Valle furono favoriti anche dalla realizzazione di un Piano di ricostruzione che permise agli amministratori dell’epoca di edificare le nuove abitazioni in un sito differente, perché l’allora Sindaco Pompa (a cui bisognerebbe più di altri dedicare una strada) dimostrò che i danni d guerra erano ingenti e che la ricostruzione non poteva avvenire nello stesso sito originario.

All’inizio degli anni cinquanta furono tracciate le strade che intersecavano l’unica via di comunicazione che passava sotto il Paese. Era la via Ariana che da Velletri raggiungeva Artena, e qui si divideva in due parti, con una di esse che conduceva a Valmontone e l’altra a Colleferro.

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Le nuove strade tracciate rimasero lungamente bianche di brecciolino, poi alla fine degli anni cinquanta si costruì l’edificio scolastico che nel progetto originario era composto dall’unico caseggiato rettangolare di fronte a quello che oggi è il Bar Centrale. Solo alla fine degli anni sessanta, quando lo spostamento a Valle si era fatto più massiccio e i bambini erano cresciuti di numero nella parte bassa della Città, si decise di edificare le ali laterali della scuola. Si iniziò con quella attigua all’attuale via Fermi.

Una volta costruita la nuova scuola, un bel muro cinta basso, sormontato da una ringhiera in ferro, lo divise dalla strada, anche attraverso marciapiede che, di tanto in tanto, era abbellito da panchine di colore verde.

Io voglio parlarvi di quel marciapiede e di quelle panchine. Voglio farvi conoscere, soprattutto a chi non sà di quella storia, la leggenda del Muro del Pianto. 

Parlo di leggenda per dare enfasi, ma è chiaro che si tratta di vita vissuta davvero.

Quel marciapiede, dopo la sua costruzione, rimase per lungo tempo del tutto abbandonato. Era di contorno alla strada che tra l’altro era anche di scarso passaggio automobilistico. Poi, intorno ai primissimi anni settanta, i ragazzi che allora avevano 15/16 anni, nati intorno alla metà degli anni cinquanta, cominciarono a popolare il marciapiede. All’inizio lo fecero perché era scarsamente illuminato e favoriva, così, l’incontro tra gli adolescenti che sentivano palpitare il cuore per la prima volta. In Paese, in quel periodo, vi era un chiacchiericcio generale, e i benpensanti bigotti dell’epoca, lanciavano le loro critiche verso quel luogo, ritenuto, a torto, di perdizione.

Una mattina sulla marciapiede comparve una scritta, verniciata di bianco, che era tutto un programma: “Via delle Zoccolette”. Fu quella scritta che cambiò il senso di quel marciapiede lungo poco meno di cento metri. L’Amministrazione del tempo decise di porre in essere una decina di lampioni, e, come per incanto, le coppiette nascoste di qualche mese prima, si trasformarono in gruppi di ragazzi e ragazze, che si ritrovarono sul marciapiede, ognuno sulla sua panchina e lì decidevano il proseguimento della giornata.

Panorama in basso primi anni sessanta

Il cambiamento non fu repentino: il luogo per qualche tempo rimase isolato o di solo passaggio. La strada dove è posto il marciapiede collega due quartieri ben distinti, almeno era così una volta. C’era chi abitava in piazza del Mercato che era il luogo di aggregazione di quella zona, con il Bar del Passeggero, la fermata dei pullman, quella dei taxi, la torre dell’acqua, e arrivava fino a piazza Unione e all’Asilo delle Suore dove c’erano il bar Paino e quello di Antonio, la farmacia e la barberia di Carlo. Poi c’era la parte ancora più a Valle che faceva capo a Piazza Valentini e a tutti quei palazzoni che la circondavano, con il Bar d’Assunta, il bar di Francesco, “Custarello” il macellaio, Tasciotti, la torrefazione, Ercoluccio.

Via Fermi e il muro collegavano queste due zone di Artena.

Alla fine degli anni sessanta, quando uno dei ragazzi dell’epoca, si spostava da una parte all’altra, sembrava davvero ospite in un’altra città. Quelli che invece non abitavano in una delle due zone, si sentivano a casa in entrambi luoghi. 

In un certo qual modo quella via e quel marciapiede erano territorio neutro, quindi erano il cuscinetto tra due territori e proprio per questo erano vivibili dagli adolescenti provenienti dalle due zone distinte e di ragazzi che abitavano in altri quartieri.

Fu quella, in un certo senso, la ragione per cui quel marciapiede divenne ben presto il luogo (forse l’unico) di aggregazione dei ragazzi artenesi di Artena bassa.

Ed erano, a volte, centinaia di giovani che si riversavano in quello stretto marciapiede artenese. I primi sono stati i ragazzi nati a metà degli anni cinquanta, poi sono arrivati quelli nati alla fine dei cinquanta e all’inizio dei sessanta, quindi in rapida successione tutti quelli nati fino all’inizio degli anni settanta, e che hanno frequentato quel marciapiede fino al termine degli anni ottanta.

Furono quei primi giovani a frequentarlo che lo ribattezzarono “Muro del Pianto”, perché come il Muro di Gerusalemme, che è riservato alla preghiera, alla confessione, all’intimità del proprio cuore, agli esami di coscienza, anche il Muro di Artena favoriva questa serie di sentimenti e di azioni, magari legate a più banali affari di cuore, a gelosie,  innamoramenti, ad abbandoni, e quindi con la dovuta proporzione, anche quello era un muro del pianto.

Propongo all’attuale Amministrazione, il cui Sindaco e il presidente del Consiglio Comunale, sono stati certamente due di quei ragazzi, di apporre una targa all’inizio del Marciapiede dove sta scritto: “Questo è il Muro del Pianto dove centinaia di ragazzi nati tra il 1955 e il 1970, hanno vissuto la loro adolescenza passandosi di mano in mano le speranze, le gioie, i dolori, le sofferenze, l’allegria e, soprattutto, i loro cuori.

Vittorio Aimati

 

2 pensieri riguardo “La vera storia del “muro del pianto” di Artena

  1. Il Cinema di Valenti, il Consorzio Agrario, il Gobetto che vendeva tessuti, l’Edicola dei giornali nella piazza della fontana, il forno e alimentari di Checca, l’Oratorio di Padre Pinna, ….andare a scuola partendo da via Velletri su per il Borgo o la salita della cava fino al Comune, la Maestra Dora, il Maestro Elio Valenti e Vincenzo Velli,……anni della mia infanzia vissuta ad Artena fino al 1956. Il mio nome è Lanna Giuseppe figlio di Corrado Lanna. Complimenti per la storia del “Muro del pianto”

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  2. amedeo candela 23 ottobre 2018 — 10:43

    mi sembra una proposta giusta non perché facevo parte di quei ragazzi, ma è la storia di un tratto di strada dove si vedeva il tramonto in quanto non esisteva ne il palazzo fiorentini ne corsetti, l’ estate era una magnificenza assistere a questo evento con la propria ragazza. Poi c ‘era il dopo cena, come dicevi tu era buio, si cantava e si suonavano le chitarre di Augusto e Aldo.
    Bei tempi, veramente con poco si passavano momenti memorabili. grazie Vittorio

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