Perché è giusto restaurare l’Osteria

E’ STATO IL LUOGO  PIU’ AMATO DAI BAMBINI DI ARTENA E QUESTO E’ SUCCESSO PER ALMENO UN SECOLO.

foto asilo_prova facebook

Leggo da più parti, non soltanto sui social che pure sono una fucina di notizie (più farlocche che altro a dire il vero), che il quasi terminato restauro della facciata dell’antica Osteria (ex Asilo, oggi Municipio) non è andata a genio a taluni cittadini che ne hanno criticato il lavoro e l’eventuale spesa da parte del Comune.

Chiariamo immediatamente quest’ultimo aspetto: Il Comune non sta spendendo un euro per questo lavoro. Il nobile Palazzo, infatti, è stato acquistato nel 2006 dall’allora Provincia di Roma, e ora è di proprietà dall’Area Metropolitana della Capitale che ha concesso l’uso gratuito dei locali al Comune di Artena. Quindi ogni forma di restauro e di realizzazione ex novo va imputata all’Area Metropolitana, a cui, evidentemente, vanno chieste tutte le dovute Autorizzazioni. In breve: il Comune ha richiesto di effettuare i lavori di restauro, ma al spesa ricade totalmente sulle casse dell’ex Provincia di Roma. Le scelte del tipo di restauro o del colore, sono state invece proposte dalle Belle Arti, considerando che stiamo parlando di un edificio del XVII secolo.

A proposito di questo, mi fa piacere raccontarvi la storia di questo edificio, costruito fuori dal Paese e che tutti conoscono come Asilo, ma che in realtà era l’Osteria con funzione di albergo ed esercizio pubblico in cui si servivano cibo e bevande.

Quando nel 1615 il Cardinale Scipione Borghese acquistò la Città di Montefortino, si rese subito conto, che l’intero Paese andava completamente riqualificato. Cominciò con quello che ora è il Centro Storico di Artena, avvalendosi di uno dei più grandi architetti dell’epoca, John Van Sante, il Vasanzio.

In questo vasto piano di riqualificazione della Città, la Fabbrica dell’Osteria fu davvero importante. Prima del 1620, anno in cui cominciarono i lavori dell’edificio, vi era certamente a Montefortino un’altra Osteria e lo sappiamo perché ce ne parla il Serangeli descrivendola come “stalla e fienile”. Nel 1616 questa Osteria era ancora presente considerato che nell’Archivio Borghese sono presenti documenti che riguardano lavori di restauro per quel sito, ed inoltre si sa che quella vecchia Osteria non sarà demolita.

Nell’Estate del 1620 iniziarono i lavori della nuova Osteria, visto che il 7 Luglio di quell’anno, il Vasanzio scrive una serie di regole che dovranno rispettare i capomastri nel costruire l’edificio.

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Il Vasanzio seguì i lavori fino all’anno dopo, perché l’architetto morì il 21 Agosto 1621; mentre i lavori proseguiranno fino al 1623.

Architettonicamente l’edificio è definito dal Serangeli come “una delle più belle e singolari costruzioni che siano nel distretto di Roma; numerose di stanze e sale in più piani circondate da corridoi che formano logge ed archi, che in seguito, con poco gusto, vennero reinserrati nella parte di dietro e di fianco con l’adattarsi ad altro uso. MA nel suo prospetto verso la valle fa bellissima mostra, perché non solo sono aperti gli archi dei corridoi, ma anche gli altri a pianterreno tutti fatti ad ottangolo. Con una stalla capace di molti cavalli”.

In effetti, al piano terra si aprono caratteristici archi ottangolari, mentre il primo piano è traforato da archi a tutto sesto. In realtà, originariamente, ogni lato dell’edificio presentava un porticato sul lato basso e un loggiato sul lato rialzato.

Sul facciata principale, quella che è di fronte alla via Latina, gli archi sul piano sopraelevato erano originariamente otto, mentre sul piano terra solo i due archi centrali sono rimasti come erano all’inizio; i due laterali furono tamponati per intero, e gli altri sono stati chiusi con un muro alto un metro e mezzo circa, a cui furono sovrapposte cancellate in ferro. La costruzione, inoltre, era adornata da quattro torrette angolari quadrate che si stagliavano in alto. Oggi le torrette sono state nascoste dalla sopraelevazione del primo piano, lavoro effettuato nell’ottocento.

In origine erano oltre cinquanta le stanze che componevano l’intero edificio, una quantità esagerata per un albergo in quel tempo, anche perché i viaggiatori che da Roma si dirigevano a Napoli, non transitavano quasi mai sulla via Latina, quindi di fronte all’Osteria di Montefortino, ma percorrevano la strada pedemontana che passa per Velletri, Cisterna e arriva fino a Terracina, una via di comunicazione, quindi, completamente opposta a Montefortino.

Ma il Borghese era lungimirante e furbo. Nel 1612 era partito il restauro della via Latina, ma gli architetti di Papa Paolo V, zio di Scipione, si erano concentrati solo sul Ponte di Ceprano. Solo nel 1619 il Pontefice diede il benestare per sistemare la via Latina lungo tutto i corso del fiume Sacco, passando a Montefortino, Gavignano e altri territori vicini fino a Ceprano. La strada restaurata agevolò di molto i rifornimenti di derrate alimentari da e verso Roma. Fu questa circostanza a spiegare l’interesse del Cardinale a rinnovare e ingrandire l’Osteria. A questo transito si aggiunga che il servizio postale che da Roma collegava tutto il Meridione, che allora era conosciuto come Procaccio di Napoli, e che stava sfruttando la pedemontana Velletri-Sermoneta-Cisterna-Terracina, con la restaurata via Latina sarebbe transitato per Montefortino, portando enormi vantaggi all’Osteria, anche perché  i viaggiatori privilegiavano le strade battute dal servizio postale, ed erano soliti fermarsi nelle locande e nelle Osterie che solitamente erano le migliori.

Inoltre non dimentichiamo che nel 1625 il Giubileo avrebbe portato a Roma migliaia di pellegrini che per lo più sarebbero arrivati dal Sud dell’Italia.

Ma il Borghese non riuscì a vedere concretizzato questo progetto perché il 28 Gennaio 1621 il Papa morì, e Scipione non ebbe più influenza sulla Camera Apostolica che era l’unica deputata a scegliere gli itinerari postali. Su questo punto il Serangeli è chiaro: “Fu fatta questa Osteria ad oggetto di servire per commodo del Procaccio di Napoli, ma non essendovi stato introdotto, oggi (ci troviamo a fine XVII secolo) la maggior parte delle stanze, colle sale e i corridori serrati servono da Granai, restando per uso dell’Osteria il primo piano terreno, con alcune camere del secondo piano….”.

L’Osteria continuò ad avere questa funzione fino alla metà del XVIII secolo, e poi fu tramutata per intero in Granaio.

Asilo san Marco anni dieci circa

Nel 1883 con l’istituzione dell’Asilo infantile, il principe Borghese concesse all’allora Sindaco Mannucci la possibilità di ospitare la Suore dell’ordine delle Figlie della Carità che si stabilirono ad Artena ad Ottobre del 1883. Fu un regalo del Borghese che in cambio volle solo che l’edificio fosse dedicato a San Marco.

L’Asilo San Marco fu un privilegio assoluto per la cittadinanza di Artena, e quei locali hanno ospitato tutte le generazioni nate dal 1880 fino a quelle nate nei primi anni duemila.

Non entro in merito al restauro effettuato oggi, l’unico dal XX secolo, mi piace invece sottolineare che il lavoro effettuato permetterà di riavere sul nostro territorio una Fabbrica seicentesca completamente riportata alla sua bellezza originaria.

Vittorio Aimati

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