Le lotte contadine che hanno dato un volto nuovo alla Città di Artena

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Artena, così come la viviamo oggi, è frutto di molteplici trasformazioni, non soltanto quelle dell’aspetto prettamente fisico, ma anche e soprattutto quelle polito-sociali.  Le prime trasformazioni in questo senso avvennero all’inizio del XX secolo, quando i contadini del luogo, per lungo tempo angariati e sottomessi dai padroni, proprietari delle terre, dalla Chiesa, dall’Amministrazione comunale, ma anche dalla categoria dei boattieri, prepotenti e al soldo del signore del luogo; decisero di ribellarsi e lo fecero con una delle più importanti manifestazione di protesta che fino a quel momento era stata messa in atto.

La maggioranza dei cittadini artenesi è sempre stata di sinistra, almeno fino a quindici anni fa. Da sempre i cittadini di questa terra sono stati angariati e sfruttati dai vari “signori” di cui furono servi e sudditi. Per colpa di questi subirono distruzioni, incendi, privazioni. Con la loro complicità vennero rapinati, ricattati, abbrutiti con prepotenze e oppressioni. I padroni, beceri e arroganti, seppero dividerli in boattieri, pastori e contadini e con i loro comportamenti, alimentare le lotte fratricide che scaturirono da queste divisioni.

E’ palese, allora, perché i cittadini artenesi erano di sinistra, la loro condizione favorì l’abbraccio di quelle idee politiche e soprattutto contribuì alle lotte di classe sindacali e politiche. Quando le idee anarchiche, socialiste e comuniste cominciarono a circolare fra la popolazione, gli artenesi le abbracciarono con entusiasmo, come la panacea di tutti i loro mali. Erano certi che sotto l’insegna di quelle bandiere avrebbero potuto vincere contro il principe Borghese, contro i vari “signorotti” del luogo, contro le prebende parrocchiali. “Queste ultime facevano gestire la lavorazione delle terre di uso civico agli affittuari e ai fattori, che li rapinavano con le esose spartizioni dei prodotti della terra, che li stancavano con pesanti orari di lavoro e che li ricattavano anche negli affetti più intimi” (Gino Bucci: Problemi, uomini e fatti della mia terra, pag 9. Artena 1985).

A questo stato di cose era necessario ribellarsi, e il primo a farlo fu Augusto Valeri, un giovane contadino che aveva esperienze comuni ad Angelo Mazzocchi, un calzolaio, ex carcerato politico, sovversivo, anarchico-socialista, ma soprattutto uomo onesto, di una dirittura morale integerrima. Gino Bucci, nel libro che abbiamo citato prima, lo considera il “primo democratico artenese“. Fu il contatto con Angelo Mazzocchi che forgiò il primo vero grande leader della sinistra artenese. Tra l’altro Augusto Valeri aveva un carattere forte ed era molto intelligente e durante tutta la vita esercitò un enorme ascendente sulle masse artenesi.

Attorno a lui e a Mazzocchi si strinsero giovani e anziani che nel 1900 fondarono, la sezione di Artena del PSI. Tre anni dopo, sotto la spinta della nuova sezione, furono costituite la Camera del Lavoro e la Lega dei Contadini. La prima fu presieduta dall’avvocato Ettore Baldassare, che era il segretario della Camera del Lavoro di Velletri; la seconda fu affidata proprio ad Angelo Mazzocchi.

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Questi organismi politici e sindacali diventarono ben presto i baluardi delle masse contadine artenesi e iniziarono lotte senza tregua contro i proprietari terrieri, con scioperi, dimostrazioni e occupazioni di terre.

Nel 1904 il PSI e la Lega dei Contadini elaborarono una vasta piattaforma di azioni rivendicative per risolvere definitivamente tutti i problemi delle terre, la ripartizione dei prodotti, e non ultimo la conquista dell’amministrazione pubblica.

La prima grandiosa manifestazione si svolse nel 1905, il primo maggio, in piazza Borghese (l’attuale piazza della Vittoria). La polizia del Governo Giolitti aveva autorizzato la manifestazione, con l’ordine di intervento solo in caso di disordini. Il primo a prendere la parola fu l’avvocato Baldassare che nella suo discorso si scagliò contro il principe Borghese, contro le prebende parrocchiali, contro gli affittuari, loschi accaparratori di terre, contro i fattori, solerti esattori crudeli e aguzzini.

Questo avvocato di Velletri era un vero e proprio oratore, tanto da entusiasmare la folla di contadini presente. La folla cominciò ad urlare, a inveire contro i padroni che riteneva i maggiori responsabili della loro situazione. Le risse scoppiarono ben presto fra contadini e boattieri. Questi ultimi all’epoca rappresentavano la categoria più fedele al principe e quella che riceveva dal padrone molti privilegi: terre da coltivare (“sorte dei boattieri”), riserva di erba per il pascolo (“pascoiaro”) e l’accaparramento del fogliatico, del granoturco e della paglia. I tafferugli causarono molti feriti e dovette intervenire la polizia che disperse le forze in campo. Ma la miccia era stata accesa. Da quel giorno la ribellione cominciò a salire sempre più forte fino ad arrivare al 21 febbraio 1906.

fontana prima del novecento

Per quel giorno la Lega dei Contadini aveva previsto le invasioni delle terre di uso civico della località Valli, per cacciare l’affittuario, sorteggiarle ai contadini e spartire direttamente il prodotto con il principe.

La polizia era stata avvertita, tanto che il Ministero degli Interni aveva fatto pervenire ad Artena, durante la notte, ben 300 bersaglieri e 100 carabinieri. Le forze dell’ordine si erano dispiegate lungo l’intero tratto delle Valli, con l’ordine di intimidire i contadini e invitarli, anche con le maniere forti, a desistere da quell’azione.

Alla guida degli artenesi c’erano Augusto Valeri, Angelo Mazzocchi, Giuseppe Ciafrei detto “paiomatto”, Raffaele Bucci detto “io ruazzo”, Federico Lanna detto “curiozzone”, Antonio Latini detto “pimpareglio” e Amedeo Mucchetto detto “scacchetto”. I contadini arrivarono alla spicciolata alle Valli, passando tutti da percorsi diversi, eludendo così la polizia presente, tanto che quando le forze dell’ordine si accorsero dei contadini questi stavano già vangando la terra. Immediatamente i bersaglieri li circondarono, e cominciarono a sparare in aria. I 100 carabinieri nel frattempo toglievano di mano le vanghe ai contadini e le buttavano nel fosso.

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Non ci fu alcuna reazione da parte dei contadini, che andarono a riprendere le vanghe e si rimisero a lavorare. I soldati non avevano ordine di sparare sulla folla nè di arrestare i contadini, perciò continuarono a guardarli lavorare senza più intervenire. Intorno a mezzogiorno cominciò a cadere una pioggerella fina, fredda, continua. Solo allora i contadini smisero di lavorare e aprirono i grossi ombrelli di tela verde che si erano portati. Bersaglieri e carabinieri, invece, rimasero sotto l’acqua, imperterriti. A questo punto ogni contadino con l’ombrello andò verso un soldato e lo fece riparare dalla pioggia. Dopo poco l’acqua smise di cadere, ma a quel punto soldati e contadini avevano familiarizzato a tal punto che il comandante decise di fare allontanare i soldati e i contadini si rimisero a lavorare. I contadini avevano vinto: le terre furono sorteggiate e da allora si disse che erano “sorti dei contadini”.

Dopo quella manifestazione forte ma non violenta, la Camera del Lavoro e la Lega dei Contadini, ben spalleggiate dal partito socialista, decisero di richiedere sia al principe Borghese, che ai parroci, di poter sorteggiare anche le altre terre tenute dagli affittuari. Il principe e il parroco di Santa Maria ben presto acconsentirono, mentre il parroco di Santo Stefano non volle assolutamente cedere.

Solamente il 1° novembre del 1906 il parroco di Santo Stefano cambiò idea, ma ci volle un’altra forte dimostrazione. Tutti i contadini, in quella freddissima giornata di novembre, si recarono sotto la casa del sacerdote. Bandiere rosse in testa e vanghe in spalla. Alla vista di tanta gente il prete decise che era meglio ricevere una delegazione dei contadini. In casa entrarono Augusto Valeri, segretario del PSI, Antonio Latini, segretario della Camera del Lavoro, Giuseppe Ciafrei segretario Lega dei Contadini e Federico Lanna. I quattro spiegarono al sacerdote che nessun diritto sarebbe stato leso alla prebenda parrocchiale, se questa avesse dato l’autorizzazione a lavorare le terre direttamente, perchè se avessero lavorato loro stessi la terra, avrebbero curato maggiormente il raccolto, e la corrisposta dei prodotti spettante alla chiesa sarebbe stata effettuata dagli stessi contadini. Solo allora il parroco accolse le richieste e acconsentì a far sorteggiare le terre ai contadini. In segno di giubilo tutti i contadini presenti alla manifestazione con le vanghe in spalla entrarono in chiesa ad ascoltare la Messa officiata dal parroco ancora frastornato da quello che era successo.

Dopo queste due manifestazioni ce ne fu una terza ancora più clamorosa che caratterizzò la “presa” delle terra di Valle Fini. Oggi Valle Fini è una piazza a parcheggio, molto ampia, e abbastanza frequentata, cinquanta anni fa è stato un campo sportivo; cento anni fa, invece, era terra di proprietà Borghese, data in affitto a un certo Santocavallo, un signorotto di Velletri, vero e proprio ras cinico e crudele. La storia delle terre di Valle Fini era cominciata circa trent’anni prima, quando il Borghese aveva ceduto il Palazzo Traietti al Comune per farne il Municipio. In cambio, tra le tante clausole, egli ottenne di usare, per scopi di irrigazione, le acque scolatizie del “bevaio” e dello “schiavo”, situati proprio in Valle Fini. Una concessione ritenuta a quel tempo estremamente vantaggiosa, considerato che l’acqua era totalmente assente in paese. Il signorotto, con l’uso di quell’acqua, aveva impiantato un orto molto esteso, straordinario e notevolmente redditizio.

I contadini lo invasero a giugno del 1907. Il corteo arrivò di fronte all’ingresso. Da li si riusciva a vedere tutto quel ben di Dio: c’erano insalate dei più svariati tipi, carciofi, piselli, cipolle, agli, zucchine, pomodori, zucche, fagiolini. Erano stati piantati alberi da frutto che davano un prodotto meraviglioso. Alla vista di quel rigogliosissimo campo, i contadini rimasero attoniti, quasi timorosi di invadere e rovinare quelle meravigliose culture. Fu il compagno Alfonsino De Angelis, detto “i’orefice” che afferrò un bandiera rossa, scalò il palo di ferro dell’alta tensione installato proprio di fianco all’entrata dell’orto, e issò nel punto più alto la bandiera. In quel momento i dimostranti, colpiti dal gesto di De Angelis, entrarono nell’orto e lo cavarono distruggendo tutta quella meravigliosa grazia del Signore.

Quel fervore rivoluzionario non risparmiò alcuno, portando al definitivo diritto di lavorare la terra direttamente e in assoluta libertà senza passare attraverso odiosi affittuari, cinici fattori e piccoli padroncini sfruttatori, ricattatori e strozzini.

Dopo queste lotte si passò a quelle per l’abolizione degli ingiusti e assurdi balzelli imposti all’atto della ripartizione dei prodotti: “l’entratura” che era la spettanza più esosa; la “palata in più sulla callata”; “la palata per il sorciaro”; “la Palata per la guardiania”; la “doppia restituzione” su tutte le provviste anticipate. Clausole vergognose che affamavano la povera gente e arricchivano i padroni.

Furono vinte anche le battaglie per l’orario di lavoro. A quel tempo sui campi si lavorava dall’alba al tramonto, poi si arrivò a lavorare per 10 ore, quindi la giornata lavorativa di un contadino passò a 8 ore, con una paga che prima non superava i 15 soldi e che dopo non poteva essere al di sotto dei 50.

Inoltre, sotto la sapiente guida della Lega dei Contadini e della Camera del Lavoro, furono cambiati i regolamenti dell’uso civico; tanto che i privilegi dati fino ad allora ai possessori di buoi furono del tutto aboliti, grazie anche all’istituzione di un corpo di guardie campestri. Pensate che ai boattieri era permesso transitare con le bestie nei seminati, arrecare danni, sporcare l’acqua dei fontanili, pascolare le erbe senza alcuna regola.

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Non meno importanti furono le lotte per la conquista dell’amministrazione pubblica. Per questa però ci volle ancora qualche anno. Fu necessario attendere il 1920, quando Augusto Valeri, allora 36 enne venne eletto sindaco. Ma fino ad allora il PSI, la Lega Contadina e la Camera del Lavoro entrarono in tutte le decisioni più importanti che furono effettuate in consiglio comunale: la sistemazione delle acque potabili; l’arrivo dell’energia elettrica, la pavimentazione delle strade; l’apertura della prima scuola, l’apertura della farmacia e le condotte mediche.

Tutte queste lotte combattute in meno di venti anni, in quello che è riconosciuto come il periodo “dell’epopea politica e sindacale”, trasformarono e plasmarono le coscienze del popolo di Artena.

Un pensiero riguardo “Le lotte contadine che hanno dato un volto nuovo alla Città di Artena

  1. Post molto interessante e pieno di cose che non sapevo, complimenti! 🙂

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