Il Palio di quest’anno dedicato alla Desolazione di Montefortino

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Il XXVII Palio delle Contrade di Artena (2018), attraverso il drappo che sarà consegnato alla contrada vincitrice, ricorderà il momento più buio e triste dell’intera storia della comunità: la Desolazione di Montefortino.

La quasi tremillenaria storia della nostra Città ad un certo punto della sua cronologia si interrompe, e dopo un paio di anni ne comincia un’altra, completamente differente, iniziata da genti diverse, non più montefortinesi, ma provenienti da altri luoghi, alcuni vicini e altri lontanissimi per il tempo. Anche se una sparuta rappresentanza di indigeni era ritornata sul luogo patrio, ma erano in netta minoranza al confronto dei nuovi arrivati.

Siamo a Maggio del 1557, la Città, tutta costruita attorno alle due Chiese principali, quella di Santa Maria delle Letizie e quella di Santa Croce, è governata dalla famiglia Colonna. Il territorio di Montefortino è praticamente diviso a metà fra due proprietari: gli eredi di Giulio Colonna (figli e moglie) e Marzio Colonna. La famiglia romana era padrona del feudo dalla fine del XV secolo, quando Carlo VIII, re di Francia, decise di donare Montefortino a Prospero Colonna, dopo aver conquistato la Città nel passaggio che portava il suo esercito a Napoli.

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Nella guerra del sale o di Campagna e Marittima, che papa Paolo IV (Giampietro Carafa) dichiarò al Regno di Napoli, i Colonna si distinsero per le loro posizioni fortemente antipapali, e Montefortino divenne l’ultimo baluardo di resistenza degli spagnoli imperiali. All’interno del Paese, per la sua posizione strategica e per la sua naturale difesa, si erano raggruppate tutte le truppe imperiali; mentre sotto alla città l’esercito del Papa stava assediando la Città. Gli abitanti di Montefortino erano vittime inconsapevoli, costretti a muoversi come le pedine di una scacchiera, secondo il volere dei padroni. Forzati dalle truppe imperiali i cittadini avevano alzato barricate e difendevano strenuamente i loro quartieri. L’assedio continuò e mentre fuori le mura le truppe pontificie cannoneggiavano in continuazione, dentro le mura gli spagnoli approfittavano delle debolezze della comunità e la violavano rubandone i viveri e stuprandone le donne. La misura era colma quando alcuni cittadini decisero di uscire dalle mura e, di nascosto dagli spagnoli, recarsi a Velletri per invitare le truppe pontificie alla porta della Città che sarebbe stata lasciata aperta proprio per farli entrare.

Il piano dei montefortinesi era chiaro: volevano liberarsi dal giogo spagnolo per tornare alla normalità. Ma i soldati del Papa che da Velletri stavano arrivando a Montefortino, proprio sotto le mura della città vennero presi in un imboscata e tutti uccisi.

Appena il Papa seppe la notizia scagliò tutta la sua ira nei confronti degli abitanti di Montefortino, rei, secondo lui e secondo il cardinal nepote Giancarlo Carafa, di alto tradimento, e decise di intensificare i cannoneggiamenti. La Città resistette solo alcune ore, e quando gli spagnoli videro arrivare la fine, si arresero. Le truppe guidate dal duca d’Alba furono fatte uscire da Montefortino senza che alcuno sparasse nemmeno un colpo di fucile; mentre ai cittadini fu riservato un trattamento ben diverso.

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Il papà emanò un bando tra i più crudeli che siano mai stati scritti: decise che tutti gli abitanti di Montefortino dovevano essere uccisi o arrestati e quelli che riuscivano a scappare potevano essere ammazzati senza che lo Stato sarebbe intervenuto a punire i colpevoli. Inoltre decise che tutti gli edifici, ad eccezione delle Chiese, dovevano essere incendiati e rasi al suolo, e, in ultimo, decise che Montefortino doveva essere sottoposta all’aratura e alla semina del sale, triste esercizio posto in atto da un papa crudele nei confronti di una intera comunità.

Montefortino aveva sopportato prima l’assedio, poi la conquista, quindi l’incendio e la totale rovina, e poi viene fatto oggetto di questa barbara usanza che aveva colpito già Cartagine (ad opera dei Romani). Furono scavati solchi con l’aratro che vennero riempiti di sale, per rendere il terreno sterile, in modo che non potesse più rinascere nulla su quel territorio dichiarato maledetto da un pontefice spietato e privo di ogni carità cristiana.

Questa è la storia di un Urbicidio bello e buono.

Il neologismo è entrato a far parte della lingua italiana solo dopo quello che è accaduto ad alcune città dell’ex Jugoslavia durante la guerra fratricida degli anni novanta. Città come Mostar e Serajevo, vennero fatte oggetto di distruzione totale con inumana ferocia. E prima di loro Gerusalemme, Gerico, Troia, Cartagine, appunto; ma anche Milano, Lodi e Mantova, anche loro arate e cosparse di sale. Dopo quel tempo, però, gli urbicidi sparirono perchè le guerre vennero combattute sui campi di battaglia, di fronte gli eserciti, lontani dalle Città. L’obiettivo non era più la metropoli, era il bottino, la conquista del territorio, i prigionieri.

Quando si decide nuovamente di attaccare le Città lo si fa perchè queste sono un simbolo. La distruzione di Cartagine, ad esempio, è stata per i romani la definitiva sconfitta dei rivali e l’imposizione del predominio.

La distruzione di Montefortino è stata per quel papa crudele e vigliacco, la definitiva vittoria nella guerra di Campagna e Marittima, e la sua dimostrazione di forza. La caduta di Montefortino era la testimonianza tangibile della onnipotenza del papa.

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Proprio perchè la nostra comunità è stata oggetto di un urbicidio, che è l’uccisione strategica e chirurgica della Città, Montefortino (Artena) merita tutto il nostro rispetto. Meritano rispetto e venerazione, oserei dire, i suoi abitanti, perchè la Città è la materializzazione più evidente delle persone che l’hanno abitata nel passato e che la abitano nel presente. Ricordiamo questo tragico momento di Montefortino (Artena) affinchè non vadano perdute fierezza e orgoglio, passione e determinazioni, sudore e fatica, che da sempre sono elementi che contraddistinguono l’intera nostra comunità. Non avere cura della nostra Città significa non avere cura di noi stessi.

Per questo plaudo gli organizzatori del XXVII Palio delle Contrade di Artena, perché con questa loro dedica hanno testimoniato l’attaccamento fedele e imperituro verso la collettività artenese.

 

Vittorio Aimati
autore del libro Arato e Seminato col sale –
ovvero l’eccidio di Montefortino
(1557).

 

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