Evvivammaria, Maria evviva. Evvivammaria e chi la creò!

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LA GRAZIA

Il concetto di “GRAZIA” riferito a Maria ha un duplice senso: Maria è Colei che porta la Grazia per eccellenza ossia il suo FIGLIO, inteso come GRAZIA donata al Mondo, da qui il termine “Divina Grazia”. Inoltre Maria è la Regina di tutte le Grazie, ciò è Colei che, intercedendo per noi presso Dio (“Avvocata nostra”), fa sì che Egli ci conceda qualsiasi grazia: nella teologia cattolica si ritiene che nulla Dio neghi alla Santissima Vergine. Nella devozione popolare Maria appare come una madre amorosa che ottiene tutto ciò che gli uomini necessitano per l’eterna salvezza. Ed è per questo duplice sentimento che nasce il culto della nostra comunità per la Madonna delle Grazie. Succede nel XV secolo, qualche anno dopo la desolazione di Montefortino. E’ un periodo in cui la nostra città viene indicata come covo di malfattori e di criminali, e per questo la comunità resta isolata, come fosse marchiata a vivo da un segno che non le apparteneva. In quel periodo viene trovata la Statua raffigurante la Madonna delle Grazie. Per gli artenesi del tempo (montefortinesi) anche questo è un segno, un tratto che rappresenta la rinascita, un’impronta di comunione: la Grazia intesa come il Figlio diventa la Famiglia, e questa diviene la Comunità; e pregare quella Statua è fondamentale per i disperati artenesi dell’epoca, reietti e scansati da tutti. Affidarsi alla Madonna significa affidarsi alla madre che – intercedendo – ottiene tutto, quindi anche il lenire delle sofferenze terrene molto violente in quegli anni.

Come non avvicinarsi, quindi, a quella Statua, come non adorarla, come non onorarla. E’ una conseguenza logica del momento storico e dei sentimenti di quegli abitanti. Il culto cresce nel corso dei secoli, la devozione si ingrandisce, almeno fino a mezzo secolo fa. Poi, succede che divengono importanti altre situazioni (forse a ragione); la vita corre e non lascia più spazio a riflessioni, a intimità sentimentali, a un buono e sano raccoglimento, tutte cose necessarie affinchè un culto cresca. Ci sono altre realtà a cui pensare: lavoro, e poi carriera, e poi ancora lavoro, e poi ancora carriera. Il cuore diviene arido, non ha più lo spazio per la famiglia, per i figli, per gli affetti personali, potrà mai averlo per la Madonna delle Grazie?

Il sentimento scema, lo fa di anno in anno con maggiore frequenza. Le generazioni più giovani non hanno il senso dell’attaccamento alla loro città e alle tradizioni; nessuno glielo ha mai insegnato. Scappa così anche il pensiero per la Madonna di Artena: è evanescente, ed è considerato inutile e vano. Ma immancabilmente Lei, la nostra Madonna, “esce” dalla Sua casa di Via Santa Maria e va a trovare tutti nel giorno deputato alla Processione. Ci guarda in quel giorno, uno a uno, pur avendo Lei migliaia di occhi addosso. Ci guarda, ci osserva, e quel Suo sguardo che ovunque tu ti trovi te lo senti dentro, ci emoziona, ci commuove, ci scombussola l’animo. La Sua figura è di una bellezza sconvolgente, e a guardarla ti viene voglia di raccoglierti con Lei, di raccontargli la tua vita, il tuo stato d’animo, i tuoi più profondi segreti. Approfittiamone, Lei potrebbe essere il grimaldello per aprire lo scrigno che contiene le nostre ansie, le nostre paure, le nostre sofferenze.

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LA FEDE

La Processione della Madonna delle Grazie di Sabato prossimo rinnoverà per l’ennesima volta la grande fede che la città di Artena mantiene verso la Sacra Immagine della Vergine. Una canzone, scritta da don Amedeo Vitelli subito dopo la seconda guerra mondiale, e che viene continuamente intonata durante la Processione è chiara: “Ecco la Vergine che Artena onora”, e non solamente La onora, oseremmo dire che La adora, La venera, in certi casi La mitizza, La esalta certamente!  Il grido di “Vivammaria”, che risuona in ogni angolo della città, accompagna la sequela infinita dei fedeli che si snoda lungo il percorso della Processione, e testimonia, qualora ce ne fosse ancora bisogno, l’attaccamento del popolo artenese alla Sua Madonna. L’allungamento del percorso, realizzato un paio di anni fa, ha fatto bene, considerato ormai l’ampiezza del territorio e il desiderio dei fedeli di assistere al passaggio dell’Immagine. Una novità ben accolta senza dubbio, che accresce anche la conoscenza di tutti quei forestieri che vivono la nostra città ma che non conoscono la nostra cultura. Anche loro, finalmente, si saranno accorti della straordinaria capacità ipnotica di quella Statua che ha la particolarità magica di dare l’impressione di guardare chiunque in qualsiasi parte del percorso La si attende. Lo sguardo della Madonna delle Grazie di Artena è tranquillizzante, rasserena l’animo, riappacifica i cuori, è come se al suo passaggio una carezza infinita della persona a cui vuoi più bene ti sfiora le guance. E’ emozione pura! Ne ho viste oltre cinquanta di Processioni, eppure mi sembra sempre la prima volta: pare sempre niente di scontato. E non sono i Cristi fiorati che pure cambiano di anno in anno; non è la batteria delle confraternite con i loro abiti tradizionali e non sono le centinaia di donne e uomini che precedono la Processione; è sempre Lei a darmi la suggestione più forte; una sorte di turbamento mistico commovente. E non recedo da questa forte emotività nemmeno quando sento gli appalusi, che non ho ancora capito se ci stanno bene oppure no in una Processione, ma che testimoniano senza ombra di smentita che la Madonna delle Grazie di Artena non è una Statua, è come se fosse una Persona, viva, a cui tributare tutto il nostro affetto.  Dopo la Processione l’Immagine sarà la Regina della Chiesa di Santa Croce per una settimana: andate a vederLa se potete. E’ una esortazione che faccio soprattutto a quelli che non l’hanno mai vista e che ne hanno sentito appena appena parlare. Andateci a Santa Croce, sedetevi sui banchi della Chiesa e guardateLa: vi sentirete il cuore in Paradiso.

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LA STORIA

Il culto per la Madonna delle Grazie era vivo in Montefortino fin dal XV° secolo: da quando, cioè, un’artista rimasto sconosciuto scolpì la Sacra Immagine della Madonna delle Grazie da un solo blocco di legno di tiglio policromo, a grandezza quasi naturale. La Statua fu ritrovata all’interno del piccolo convento di San Michele Arcangelo, onorata e pregata da alcuni buoni fraticelli devoti a San Francesco.

Il conventino di San Michele si trovava a circa due miglia dalla Chiesa di Santa Maria delle Letizie. Era tenuto con particolare cura da questi pii frati francescani, fino al 1594, quando venne soppresso con decreto di Papa Clemente VIII , per impedire ai banditi, antichi profughi scampati alle ire di Papa Paolo IV , di trovare rifugio proprio all’interno del Convento. I banditi forzatamente evacuati, lasciarono all’interno del luogo tutta la loro refurtiva, frutto delle scorrerie nei luoghi vicini. Questo avvalorerebbe una prima ipotesi che fa risalire la Statua della Madonna quale bottino di un furto sacrilego in qualche chiesa del Regno di Napoli .

Un’altra ipotesi sulla realizzazione della Sacra Immagine, che non trova un fondamento concreto, è quella che attribuisce la Statua all’opera di un francescano del convento di San Michele .

In breve tempo il convento venne abbandonato con un dolore profondo nel cuore: lasciare la loro Madre Celeste alle mercè dei briganti e dei malfattori che infestavano la zona, o distruggerla? Ad uno di quei frati, però, venne in mente un’idea migliore: quella di nascondere la Sacra Immagine e seppellirla in un profondo scantinato.

Il tempo fece il resto. Fenomeni naturali, le erbacce, il terreno ed il fango ricoprirono, fino a nascondere del tutto quella nicchia segreta dove era stata posta l’Immagine della Madonna delle Grazie.

Per molti anni nessuno sentì più parlare di quella statua, e nulla si sapeva della Madonna nascosta. Cominciarono a diffondersi leggende e storie sull’argomento; mentre la fede mariana diventava sempre più forte.

In realtà la fede di Montefortino per la Madonna delle Grazie è testimoniata dalla presenza di un’icona su un muro sulla strada che collega la parte bassa del paese all’odierno centro storico, il Borgo. Questa immagine era presente ancor prima della realizzazione della Chiesa del Rosario ed era stata poi trasportata al suo interno. La notizia ci viene riferita da Stefano Serangeli, che fa risalire la costruzione della Chiesa del Rosario proprio per la venerazione enorme che i montefortinesi avevano per questa Immagine esposta sulla pubblica via. Da questo possiamo affermare che il culto della nostra città per la Madonna delle Grazie risale agli anni compresi fra il 1400 ed il 1500.

La Statua rimase sepolta ancora per lungo tempo, fino alla metà del 1600, quando, racconta la leggenda, alcuni contadini del luogo, mentre vangavano la terra vicina, ascoltarono un suono di una campanella. Ben presto si portarono sul luogo da dove proveniva il suono e, con grande sorpresa, si accorsero che si era aperta una voragine. Gli uomini vollero guardare all’interno. La grotta era poco illuminata, eppure riuscirono a vedere la splendida Statua che era rimasta nascosta per moltissimi anni.

Appena riavutosi dalla sorpresa, si calarono all’interno della grotta per sollevare la Statua, ma per quanto sforzo facessero, non riuscivano a spostarla nemmeno di un centimetro.

Mossi dalla fede, i contadini si inginocchiarono a pregare e si tolsero i pesanti scarponi chiodati, solamente allora riuscirono a sollevare la Vergine e portarla fuori dalla grotta e successivamente nella Chiesa di Santa Maria delle Letizie, dove venne posta in un nicchio di una piccola cappella a sinistra dell’entrata, denominata di San Lorenzo Martire .

Non si sa con precisione l’anno dell’arrivo della Sacra Immagine nella Chiesa di Santa Maria, ma possiamo circoscriverlo tra il 1682 ed il 1685. In precedenza monsignor Guarnieri (1654 – 1682), nella relazione “ad limina” della Chiesa di Santa Maria, non fa alcuna menzione dell’altare della Beata vergine delle Grazie; mentre nella successiva relazione di monsignor Giannotti (1682 – 1699) sono indicati l’altare e l’immagine della Madonna delle Grazie.

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LA PROCESSIONE

La Chiesa di Santa Maria delle Letizie, probabilmente un tempo era un tempio pagano dedicato alla dea Giunone. Non conosciamo i fatti che portarono alla trasformazione da tempio pagano a Chiesa Cristiana, ma è possibile formulare una ipotesi alquanto attendibile.

La dea Giunone nei paesi de Lazio, asume nomi diversi. In particolare nella zona dei Castelli Romani è citata come “Juno sospite mater Regine Letitiae” (Giunone, madre, regina, rendi felice nella fertilità). Artisticamente Giunone veniva rappresentata in bellissime vesti, eretta o seduta con un emisfero sulla mano destra e con una corona sul capo e sempre in atteggiamenti regali. Inoltre la dea Giunone nel 509 a.C., insieme a Giove e Minerva, formò la suprema Triade Capitolina, ed in suo onore fu eretto un tempio sul Campidoglio .

Quindi il titolo delle Letizie, la presenza dell’Immagine di Santa Maria delle Letizie seduta con il bambino con un emisfero in mano e la famosa acquasantiera citata nella nota precedente, ci portano a dedurre che vi sia stata una trasformazione, sia pur lenta da tempio pagano a Chiesa Cristiana.

Sulla Chiesa di Santa Maria ci sono giunte notizie frammentarie ma è certo che tale chiesa aveva il primato su tutte le altre. In alcuni e particolari documenti si trova la citazione di “Collegiata ad memorabili” . Anticamente, il titolo di Collegiata veniva dato alle Chiese che avevano le caratteristiche di poter essere sede vescovile.

Alla fine del 1600, quando ancora non si parlava di portare in Processione la Statua, andava sempre aumentando la devozione degli artenesi verso la Madre di Dio. Il culto crebbe a tal punto che si venne alla determinazione di costruire nella Chiesa di Santa Maria una nuova Cappella più centrale, posta a sinistra dell’altare maggiore; anche perché la Cappelletta di San Lorenzo, che fino ad allora aveva contenuto l’Immagina della Madonna, era ormai cadente.

Più volte l’arciprete, don Giuseppe Tintisona e i canonici don Guido Bresciani, don Francesco Bresciani, don Giuseppe Pomponi, avevano richiamato sulla pericolosità della cappella, l’attenzione del Vescovo diocesano monsignor Michelle Ellis.

All’inizio del 1715, il Vescovo di Segni, in visita pastorale, si rese conto di persona della grave situazione in cui versava la “casa” della Madonna di Montefortino, e il 12 maggio del 1715 emanò un decreto con il quale ne ordinava la demolizione.

Il principe don Giovanni Battista Borghese fu il primo ad interessarsi alla realizzazione della nuova cappella. Ma anche altri, soprattutto artisti e mastri del luogo, fecero gara di generosità per prendere parte gratuitamente alla costruzione.

Quanti furono scelti si reputarono fortunati a prestare la propria opera in onore della Vergine. In tre mesi la cappella fu innalzata e definitivamente realizzata, e il 2 luglio del 1715, festa della Visitazione della Vergine Santissima a Santa Elisabetta, vi fu collocata, dopo solenne Processione, la Statua della Madonna delle Grazie.

L’entusiasmo del popolo fu incredibile. Indicibile fu la gioia.

Il Principe Borghese, per la prima volta nella storia della sua famiglia, partecipò alla solenne Processione mescolandosi tra la folla. Il Vescovo Ellis, anche lui presente alla traslazione, concesse un’indulgenza di quaranta giorni.

Per oltre quindici anni l’anniversario della traslazione rimase vivo in paese. Ogni anno era una festa, ed anche quando cominciò a festeggiarsi la Madonna delle Grazie, nella terza domenica di maggio, l’annieversario del 2 luglio rimase ben presente nella mente e nei cuori del popolo.

Quando, però, il 1° agosto del 1718, all’arcipretura di Santa Maria fu chiamato, all’età di trenatdue anni, don Anastasio Serangeli, il desiderio di portare l’Immagine in Processione divenne maggiore del ricordo della traslazione. E fu proprio don Anastasio Serangeli che iniziò ad inviare suppliche al Vescovo diocesano affinché realizzasse il sogno di tutto il popolo di Montefortino.

A lui succedete a Santa Maria don Giovanni Simone Vaccari, che, con l’aiuto del parroco di Santa Croce don Evangelista Mele, riuscì a coronare il desiderio di tutto il popolo, quello di portare in Processione la Sacra Immagine della Madonna delle Grazie.

Concediamo licenza di portarsi processionalmente l’Immagine della B.ma Vergine col concorso delle solite Confraternite alla suddetta Processione, et il Vicario foraneo faccia eseguire l’ordinazione col consenso del Capitolo e dei Canoninci. Segni 12 maggio 1731. Firmato Giovanni Francesco Bisleti Vescovo di Segni” .

Non si trova scritto, ne memoria di alcuna tradizione, come, lasciato il 2 luglio, data della traslazione dell’Immagine, la festa della Madonna delle Grazie dal 1731 fosse incominciata a celebrarsi nella terza domenica di aggio; ma è facile concepirne la regione se si pensa che il mese di maggio è tutto dedicato alla Gran Madre di Dio, ed è un mese che non “pone in alcuna sollecitudine le genti, che applicano ai lavori di campagna come il citato 2 luglio per la mietitura del grano” .

Don Camillo De Angelis nel suo Notizie istoriche della prodigiosa immagine di Maria SS.ma delle Grazie, ci parla con dovizia di particolari della Processione.

“Il lunedì dopo la prima domenica di maggio incomincia un apparecchio alla festa di giorni dodici, che si chiamano i dodici privilegi nella Chiesa di Santa Maria, ed innumerevole è il concorso alla s. funzione. Otto giorni prima della festa cioè il sabato innanzi la seconda domenica ad un ora circa di notte si suonano a festa tutte le campane, segnale dell’imminente festività, ed in questo intervallo si prepara la moderna chiesa collegiata di s. Croce con vaga apparatura; grande essendo l’impegno dei festaioli in condurre coi migliori apparati il più esperto artista di Roma per disporli sempre coi nuovi, e più eleganti disegni. Si preparano i cinque Crocefissi delle confraternite per adornarli con vaghi fiori nella mattina del sabato in una delle vie per le quali deve passare la processione. Si prepara dai signori deputati quanto occorre per la illuminazione del prospetto della Chiesa e della piazza, e da ognun proprietario per quella delle loro case. Illuminazione che riesce vaghissima a meraviglia, attesa la situazione del luogo: ma quel che più consola si è che ognuno in tal solenne giorno si accosta ai Ss. Sacramenti della Penitenza, e della Eucaristia per rendersi così degno figlio di tanto amorosa Madre. A mezzogiorno del sabato incomincia la festa. Al suono delle campane si unisce quello della banda o concerto militare con un numeroso sbaro de mortari. Il tutto viene replicato alle ore 21.00 inidizio che si apre in quell’ora la Chiesa di s. Maria, dove è preparata la macchina colla s. Immagine tenuta chiusa fino a quell’ora, ed indizio insieme della Processione. Si adunano intanto in detta chiesa il clero, le confraternite, e dopo il vespero della Bma Vergine s’incammina la Processione, nella quale non si scorge che una generale commozione, lagrime, e strida di tutti. Viene questa preceduta da un numero vistoso di zitelle vestite di bianco manto con corone di fiori sul capo, le quali tutte nella mattinata hanno ricevuto i Ss Sacramenti. Esse vi concorrono con torce, e ceri di straordinaria grandezza, e terminata la Processione le offrono alla confraternita. Seguono alle zitelle un buon numero di donne maritate, che vestono secondo il costume del luogo ancor queste con torce di cera e cantano tutte le lodi di Maria Ssma. Vengono quindi secondo il loro ordine le cinque confraternite, e chiude finalmente la processione il clero regolare, e secolare colla macchina ove è Santa Maria delle Grazie, quale portano a piedi num. 16 fratelli tutti parimenti alla mattina confessati e comunicati. Fa seguito tutto il resto del popolo recitando il S. Rosario” .

Quasi cento anni dopo la prima Processione, e precisamente nel 1828, al Capitolo di Santa Maria venne inviata l’autorizzazione ad incoronare la Madonna delle Grazie. Già alla fine del 1700 gli Arcipreti che si erano susseguiti e i canonici, avevano inviato le prime suppliche al Capitolo Vaticano affinché la Statua della Madonna delle Grazie potesse fregiarsi del titolo di Madonna Coronata.

Per quanto fecero, a nulla valsero gli sforzi: il Capitolo Vaticano sembrava essere sordo ad ogni supplica di Montefortino.

Don Camillo De Angelis, parroco di Santa Croce dal 1829 al 1864, così racconta la storia dell’Incoronazione della Madonna delle Grazie: “Si trovava in Montefortino monsignor Basilio Ciccalotti chierico di Camera unicamente al marchese Luigi suo fratello. Penetrati nella divozione di questo popolo verso la prodigiosa Immagine, e singolarmente in occasione della solenne festività, che si celebrava in quell’anno 1827 anche mossi dalla ricuperata salute del detto Signor Marchese proposero di fare incoronare una immagine di tanta venerazione e così prodigiosa. Informatisi di quanto faceva d’uopo non si ristettero specialmente i parroci di Santa Maria e Santa Croce, fino a che non ebbero autenticato formalmente coll’antichità e divozione anche i prodigi di Maria Santissima che sotto il titolo delle Grazie si è degnata dispensare agli abitanti, e forestieri…” .

Ben presto fu istituito un processo canonico per dimostrare l’attendibilità dei miracoli operati dalla Vergine di Montefortino. I parroci delle due Chiese principali dei paese si impegnarono ad interrogare tutti i devoti che si recavano al Santuario. Appena si seppe la notizia, in moltissimi inviarono lettere testimoniali. Il primo a rispondere fu il vicario foraneo di Valmontone, che attestava essere grande il concorso della popolazione di Valmontone alla terra di Montefortino durante il periodo riservato alla festa della Madonna delle Grazie. Immediatamente si susseguirono altre testimonianze. Arrivò quella dell’arciprete di Rocca Massima; arrivarono quella del Cardinale Vescovo di Palestrina Giuseppe Spina, del vicario foraneo di Cave, di quello di Cisterna, del vicario foraneo di Rocca Priora, del Vescovo di Ferentino monsignore Giuseppe Lais. Arrivarono in breve tempo le testimonianze di tutti o quasi i vicari foranei della zona, dei Vescovi, ma anche di semplici cittadini. Nel giro di poco tempo si raggiunse un carteggio di testimonianze notevole.

Solo a quel punto il Capitolo e la comunità di Montefortino presentarono istanza al Capitolo Vaticano perché si degnasse di provvedere all’incoronazione solenne della venerata Immagine della Madonna delle Grazie. L’istanza fu presentata il 10 novembre del 1827, accompagnata da una lettera del Vescovo di Segni, monsignore Antonio Luciani. E’ interessante leggere quanto scrisse il Vescovo: “L’esistenza della Madonna delle Grazie, i molti prodigi operati dalla di Lei intercessione, e la stragrande devozione verso la Vergine da parte sia degli abitanti del poste, che dai forestieri. Inoltre dichiaro l’istituzione di una pia confraternita in onore della Beata Maria Vergine, eretta da moltissimi anni, la quale celebra ogni anno la festa con grande pompa a spese proprie. Ricorrono a Lei nelle private e pubbliche calamità, e molti paesani e forestieri hanno ottenuto grazie. Per questi motivi e per accrescere l’onore della Madre di Dio, e per la devozione dei popolo riteniamo cosa utilissima che all’111.mo et Rev.mo Capitolo Vaticano di San Pietro di Roma sia data la corono d’oro, che con insistenti preghiere e suppliche richiedono. Pietro Antonio Luciani, Vescovo di Segni.”

Il Capitolo Vaticano, riunitosi il 2 aprile del 1828, esaminati i documenti che accompagnavano la supplica, con votazione unanime accondiscese al desiderio del popolo di Montefortino, proponendo al Capitolo di Santa Maria che la Statua della Madonna delle Grazie venisse incoronata con una corona d’oro a spese dei richiedenti; che fosse donata un’immagine dipinta su legno della Beatissima Vergine per la Basilica Vaticana; che venissero fatti dei Santini per il Capitolo Vaticano e per distribuirli durante la cerimonia d’incoronazione e che l’incaricato dell’incoronazione fosse il Vescovo di Segni, il quale avrebbe potuto delegare un’altra persona insignita dell’ordine sacerdotale. Dopo una settimana il canonico segretario del Capitolo Vaticano inviò la bolla d’incoronazione al Capitolo di Santa Maria e al Vescovo di Segni. Quest’ultimo, conoscendo bene l’artefice dell’iniziativa dell’incoronazione della Madonna di Montefortino, non esitò ad eleggere Monsignor Basilio Ciccalotti come suo delegato, ” … perché come egli fu promotore di si importante impegno, comando, che sia anche l’esecutore“.

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I CRISTI FIORATI

Una delle caratteristiche più attraenti ed unica dell’intera processione e senza dubbio l’addobbo e l’infioratura dei Cristi. Tale innovazione risale al 1857, quando per la prima volta nel registro dei rendiconti troviamo la parola “infioratura“. Gli infioratori erano dei veri artisti e specialisti che durante la processione dovevano preparare la cappella nella piazza principale del paese, che doveva contenere l’Immagine pronta per l’adorazione del popolo. Dovevano preparare anche un pannello di fiori al centro della stessa piazza, con migliaia di petali multicolori che riproduceva un mistero della Vergine. Inoltre, dovevano allestire, sul portone di Santa Croce,  un festone floreale. Ogni anno gli infioratori sbalordivano per la loro abilità, tanto che nel 1861 i deputati alla festa (festaroli) vollero portare una novità eccezionale: fecero eseguire un pannello non più stabile ma trasportabile, affinché tutti potessero ammirarlo. Ecco come nacque l’idea di ornare e addobbare i Cristi delle varie confraternite che partecipavano alla processione. L’arte dell’infioratura fu appresa da un componente di ogni confraternita che la tramandò nel corso degli anni ad altri confratelli.

Nata come puro abbellimento floreale per festeggiare, con la bellezza dei doni naturali, la sacralità della festa della Madonna delle Grazie, gradualmente si è dilatata fino a divenire parte essenziale della processione. La popolazione afferma: “Se mancassero i Cristi infiorati, non sarebbe vera processione”.

Oggi la Processione ne è arricchita da otto, costruiti con tecniche diverse pur mantenendo il loro significato originario. Intorno al Cristo infiorato e al mondo dei cristari vi sono diversi aspetti sconosciuti ai più, ma interessanti soprattutto sotto l’aspetto sociale.

I Cristi infiorati sono grandi crocefissi di legno (mt. 2,5 x 1) sormontati da una struttura di canne, intessuta di asparago selvatico e guarnita con migliaia di fiori. L’asparago viene appuntato alle canne con rametti di salice e di ginestra. Il “letto”, già intessuto dall’asparago, può essere successivamente ricoperto di strisce di foglie di lauro, cucite le une alle altre con un filo di cotone. Ogni striscia viene leggermente sovrapposta a quella precedentemente appuntata. Si ottiene una superficie di colore verde e brillante, dove viene applicato il disegno, realizzato su carta o su fogli sottili di polistirolo. Su questi ultimi vengono effettuati dei fori a distanza ravvicinatissima l’uno all’altro, in ciascuno dei quali viene inserito lo stelo di un fiore o appuntato il petalo attraverso uno spillo. I disegni rappresentano simboli della fede (agnello, colomba, campane, candele).

Sul punto più alto dell’infioratura, al centro, viene sempre riprodotto l’emblema della confraternita che realizza il Cristo: il monogramma di Maria per la confraternita della Madonna; la Corona per la confraternita del Rosario; la Croce di Malta per quella del Gonfalone; il monogramma di Cristo per la confraternita del Sacramento.

La preparazione di un Cristo infiorato richiede circa 120 ore di lavoro complessivo e vi lavorano più di dieci persone tutte facenti parte della confraternita che realizza l’infioratura.

Il momento più suggestivo per ogni cristaro e per ogni confraternita e l’uscita in piazza. I Cristi “escono” secondo un ordine prestabilito: prima il Cristo della Madonna delle Grazie, poi a seguire, quello del Rosario, quello del Gonfalone, quello del SS Sacramento, quello del SS Nome di Gesù, quello della Madonna del Carmine, quello della Buona Morte e per ultimo quello degli Agonizzanti. L’ingresso in piazza con il Crocifisso infiorato spetta, a turno, ad ogni confratello; mentre nei gruppi a base familiare i giovani acquisiscono tale privilegio solo dopo aver perfettamente imparato a costruirlo. Quando a prepararlo erano più famiglie l’ingresso in piazza spettava a chi si era occupato della raccolta dei papaveri, che è uno dei compiti più gravosi per gli infioratori, che all’alba del sabato della processione si recano nei campi a raccoglierli appena sbocciati. Per meglio afferrare il vero senso dell’essere cristari ad Artena basta leggere la pubblicazione i “Cristi infiorati di Artena”, di uno dei cristari per eccellenza, Pacifico Felici, che ricorda la sua prima uscita nella Piazza e le parole ricorrenti che gli dicevano i “vecchi”: “Iò Cristo n’se fa pe facce begli am’Piazza iò sabbeto della Madonna, ma pe fa i’onore a Essa” . Come a dire che il Cristo, nella sua immensa bellezza non è fine a se stesso ma rappresenta l’onore che le congreghe di Artena tributano alla loro Madonna.

CONCLUSIONE

Desidererei chiudere questo omaggio alla “nostra” Madonna, raccontando di un dibattito sorto tra il Sacro e il profano, sulla Processione della Madonna delle Grazie di un paio di anni fa che non fu compiuta – o almeno non per intero – perché, secondo taluni, “la Madonna rifiutò di sfilare ad Artena e mandò fulmini e saette per farci capire cosa pensa di tutti noi”. Il concetto è estremizzato, ma io ci credo! Se credo al fatto che il suo sguardo schiude i nostri cuori, credo anche al fatto che certe volte non voglia sfilare per evitare di guardarci perché si vergogna di noi. E’ chiaro che amplifico la credenza, il culto e la fede. Forse non faccio buon uso di questi tre sentimenti, forse qualcuno ironizzerà su questo mio concetto così esasperato, ma è pur vero che certi comportamenti, certe nostre licenze, non regalano alcuna gioia, elargiscono solamente dolore e sofferenza. E allora perché l’Essere perfettissimo, la Mamma gioiosa e amorevole, la Sorella confidente, l’Avvocata nostra, deve condividere i nostri sbagli e le nostre cattiverie?

Credo che quando il giorno deputato alla Processione è un giorno piovoso significa che la Sacra Immagine vuole farci stare in penitenza, ma Sabato prossimo sarà pronta ad “uscire” dalla Sua casa, per perdonarci ancora una volta, per essere nuovamente la nostra speranza, per darci il vigore e la forza di essere migliori, come fa ogni Mamma con il suo bambino. E siamo certi che il sole splenderà sul cammino della Madonna di Artena.

Evviva Maria

Vittorio Aimati

(foto di Tupakka dal sito ARTENAONLINE)

 

 

 

 

 

Un pensiero riguardo “Evvivammaria, Maria evviva. Evvivammaria e chi la creò!

  1. Grazie Vittorio ,per queste pagine di storia. Ti ringrazio,come artenese e come amministratore di questo paese, per il tuo contributo culturale.

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